Come si sarà intuito, non sono una persona dai gusti e dai percorsi proprio lineari. Motivo per il quale la discografia di Lucassen (Ayeron, i tantissimi album nei quali invita a suonare pure mio nonno, e quello immancabilmente accetta, ecc.) non me la sono mai filata granché, giusto qualche ascolto distratto. Mentre sono un grosso fan del primo e sconosciuto album solista – oltre che, vabbè, di Ambeon – pubblicato addirittura come Anthony, nel 1993. Album che ascolto regolarmente ogni pochi anni, traendone ogni volta giovamento e buonumore. Insomma, se Pools of Sorrow, Waves of Joy non l’avete mai sentito fatelo pure, ve lo consento, perché merita davvero. Ah, già devo aggiungere qualche altra sciocchezza.

Wrong Side of the Street si apre con una sirena, peraltro subito messa a tacere. Un po’ cheap come idea per introdurre una canzone che parla di un reietto, magari pure le rime tipo stranger-danger potranno sembrare prevedibili, ma con queste linee melodiche (non ne sbaglia una per tutto il disco) francamente chi se ne frega. La vita di Lucassen in quel periodo sembrava difficilissima, narrano le cronache: si era lasciato con la ragazza e con i Vengeance, telefonava a musicisti a caso di tutto il mondo per spingerli a collaborare con lui ma ancora non era abbastanza conosciuto quindi quelli pensavano fosse un maniaco e chiamavano la polizia; ma, quello che è più grave, la gente, pur sforzandosi tantissimo con tutta se stessa, non capiva assolutamente cosa volesse fare musicalmente e nella vita (Flash infilò l’album nel calderone AOR, che capirete, in periodo di grunge nel quale tutti facevano a gara per sembrare più offesi, disadattati e traumatizzati da piccoli degli altri, forse non godeva proprio della stessa appetibilità ed esposizione mediatica dei tempi d’oro… Insomma, commercialmente sarebbe stato necessario rivolgersi in maniera più esplicita, lucida e spudorata a qualcuna delle più o meno grandi nicchie che comunque resistevano nel sottobosco, metal facilmente inquadrabile come tale per non sconvolgere troppo i fan, magari prog, ma i pezzi sono inaccettabilmente brevi e i virtuosismi poco sbrodolati, ecc. Qui invece facevi esplicito riferimento ai Beatles, pur suonando teoricamente – molto teoricamente – almeno hard rock e cacciandoci in mezzo pure banjo, mandolino, liuto e assaggi di altri generi, come folk e country. Chi te lo doveva comprare il disco?). Cry Yourself to Sleep nella nuda e grezza bellezza delle sue melodie tradizionaleggianti mostra quanto sia casereccio questo parto. Un’ingenuità quasi commovente del tutto analoga si ritrova nella breve (appena due minuti e mezzo) Summer’s in the Air, collocata lì per fare da rampa di lancio alla pompa un po’ pacchiana della successiva Days of the Knights, sospesa tra hard rock anthemico metalleggiante e folklore. Anthony ripone subito, scusandosi, i fuochi d’artificio e tira fuori una sommessa, acustica Not over You, singolare intimismo psichedelico liquido di grande effetto. Night on the Town, ancora acustica, piacevolmente ritmata, coretti femminili da birreria economica nazionalpopolare. Non si può dire che la varietà manchi a questa strana raccolta di canzoni pop. La conclusiva Pools of Sorrow è addirittura una strumentale che potrebbe venire da qualcuno di quei dischi solisti dei vari virtuosi della chitarra elettrica, per dire l’eterogeneità. Si tratta appunto di un album un po’ naïf e immaturo per certe scelte e soluzioni, ma ispirazione e talento profusi in moleste quantità fanno passare abbondamentemente in secondo piano certi limiti formali, concettuali ed estetici.

Immagine scovata su Hardforce.com.