Lontano 1971 scolpito nella leggenda, la protesta selvaggia è alle spalle, ma l’hard rock psichedelico ha il dovere di continuare a lamentarsi incessantemente del sistema malvagio, musicalmente incarnato dalla reazionaria forma canzone. Giorgione Clinton, prozio del più famoso Bill, dopo aver fondato gruppi su gruppi, agguanta la mano sottovalutata di Eddie Hazel (uno dei più quotati e segretamente rimpianti violentatori di pedali wah-wah) e gli dice, orsù, mettiti una scopa nel culo e suona come se tua mamma ecc. Difficile trovare album etichettati come “funk” da tutte le salumerie delle Repubblica esordire con un brano imperniato su uno degli assoli più chilometrici, allucinati, sentiti, creativi, tristacchi e zigzaganti da un canale all’altro della storia, lontanissimo tanto dall’alternatività fine a se stessa quanto da certo pornume chitarristico recente. I Funkadelic, è vero, clonano un po’ Jimi Hendrix e un po’ i Black Merda, “the first all black rock band”, secondo l’imparzialissimo parere dei loro componenti, ma, visti i risultati, babbene così.