Ivan Graziani: “È molto difficile rinunciare a un certo modulo vincente per poi andare a vedere che cosa diavolo potrebbe succedere se si agisse in tutt’altro modo. Soprattutto essendo consapevoli di quello che si sta facendo. E Lucio lo era”.

Benché Battisti sia stato un artista estremamente popolare nel nostro Paese, il periodo finale della sua carriera, quello segnato dalla collaborazione con Pasquale Panella, è oscuro a molti. Non è difficile capire il perché: in spiaggia è più facile canticchiarele bionde trecce / gli occhi azzurri e poi / le tue calzette rosse” piuttosto che emettere versi inconsulti quali “ti rilassi bussando / tristemente assorta sopra una porta / che non c’è per niente / la spingi che era aperta”. Nel primo caso si va incontro a facili consensi e profferte sessuali di ogni tipo, mentre nel secondo, beh, si rischia come minimo di essere presi per ubriaconi, disturbati mentali o extraterrestri molesti.

Battisti Panella

Ponendosi per la prima volta all’ascolto di uno qualsiasi dei cinque dischi sfornati da questa singolare coppia, si rimane a dir poco spiazzati, turbati. Benché si tratti formalmente di canzoncine pop da quattro minuti o giù di lì, ornate talvolta da blandi ma eleganti arrangiamenti orchestrali ben amalgamati a un’elettronica a momenti quasi ballabile (difficile non lasciarsi trasportare dai ritmi funky-dance di un brano come Cosa succederà alla ragazza o dal dub di Tubinga), esse si rivelano all’atto pratico assai indigeste. Quasi più ardue da metabolizzare rispetto a suite prog senza fine o a brani dichiaratamente colti e avanguardistici. Nel corso dell’avventura del duo, l’elettronica prenderà sempre più il sopravvento sugli strumenti veri (con i quali era quasi interamente suonato il primo disco, Don Giovanni, mentre nel conclusivo Hegel questi hanno solo un ruolo decorativo).

Questi cinque album appaiono surreali, allucinanti, affascinanti, sfuggenti, stimolanti. Ma anche criptici, gelidi, arzigogolati, grotteschi, imprendibili, pesanti. E a tratti un po’ “forzati”, come se si trattasse di tentativi di assemblare contro ogni evidenza frammenti inconciliabili tra loro. L’ascolto, almeno inizialmente, sembra quasi avvalorare la tesi dello stesso Panella: “parola e musica non hanno niente a che vedere tra di loro, la canzone esiste per puro amore dell’orrido”.

Colpisce anche lo stile a dir poco minimalista, lo splendore accecante del bianco — scarabocchiato appena — delle copertine; la scelta, quasi il capriccio di voler spalmare su ogni disco solo otto canzoni (in assoluta controtendenza, in contrapposizione a quanti, nel periodo di transizione dal vinile al CD, si affannavano a stivare nel supporto ottico quante più note possibili).

Difficile definire “leggera” questa musica, queste canzoni impossibili da ricordare e marchiate a fuoco dall’ego ingombrante e onnicomprensivo, dal linguaggio eccentrico e geniale del paroliere/filosofo, oltreché dal suo umorismo cervellotico (si direbbe sempre a un passo dalla plateale presa per il culo… dell’ascoltatore, ovviamente). Vien quasi da dare ragione a chi sosteneva, più o meno: “se devi stare a spiegarle, hai fallito”. Le canzonette, ovviamente. Se non fosse che chi ha sentenziato ciò ne sfornava sicuramente di più accessibili, fischiettabili e rassicuranti. Ma non di altrettanto interessanti, intriganti e originali.


(Questi video artigianali non mi entusiasmano, anzi, ma li ho messi per rendere l’idea di note suonate e panellate).

Il cortocircuito logico panelliano in qualche modo produce senso. Forse. Non è strettamente indispensabile cercare di capire tutto, lambiccarsi il cervello per risolvere ogni rebus, decifrare ogni gioco di parole, ogni metafora, ogni impervio e contorto collegamento artistico, cinematografico o letterario, vero o presunto (L’Apparenza sarebbe, per esempio, la raffinata allegoria di una fellatio, con riferimenti a Bradamante, una delle belle dell’Orlando Furioso, la quale avrebbe ben saputo come soddisfare con “regali speciali” il suo amante). Basta anche solo lasciarsi guidare dalle immagini generate dal tremendo incontro-scontro tra parole e suoni, girovagando con la mente nei loro paraggi.

Talvolta, a dir la verità, non sembra così difficile capire dove il poeta romano voglia andare a parare: questo è il caso, per esempio, di Don Giovanni, uno dei brani più noti e raffinati partoriti dal duo. Il testo è grossomodo un’invettiva indirizzata al mondo della canzone. Il cantante di musica leggera è descritto come un servo-pagliaccio ostaggio di un pubblico immaturo, che ascoltando canzonette ritiene di aver assolto il compito del consumo culturale. Ma le stoccate più velenose sono riservate ai critici musicali (“qui Don Giovanni ma tu dimmi chi ti paga”), che in altra sede Panella accuserà di essere diventati ridicoli nel loro prendere troppo sul serio un qualcosa di leggero, idiota e impalpabile come la canzone, di imbastire discussioni enormi sull’indiscutibile. Cosa succederà alla ragazza, invece, è una sorta di concept album che dipinge fellinianamente la giornata di una fanciulla e le sue vicende, sospese tra l’onirico e la banalità del quotidiano. Naturalmente anche qui si sprecano le interpretazioni alternative e “aggiuntive”, dato che quasi ogni testo di Panella è scritto in modo tale da lasciare ampissimi spazi alla masturbazione mentale e intellettuale.

Impressiona comunque la convinzione e la sincerità, quella genuina partecipazione da artigiano con la quale Battisti canta parole che probabilmente talvolta lui stesso fatica a distinguere da quelle impresse su di un comune elenco telefonico. “Se non capisco niente, allora il testo è giusto”, pare dicesse del resto a Panella nel corso delle loro lunghe e misteriose interurbane.

Nel complesso, il progetto di destabilizzazione della musica pop attuato dal duo non convince pienamente. Resta sempre in sottofondo l’impressione di un eccessivo distacco, di barriere da superare, di album che faticano a decollare a causa di un ingorgo apparentemente inestricabile di simboli, associazioni, metafore. Permane il dubbio sull’utilizzo verrebbe da dire “improprio” della canzone popolare, snaturata e trasformata in qualcosa di complicato, di ben poco amichevole e di…. impopolare, appunto. Quasi con l’intento di sbeffeggiarla (se non di assassinarla). Ciononostante si tratta senz’altro di un esperimento coraggioso e meritevole di attenzione, di un viaggio sorprendente, elevato e suggestivo attraverso sentieri pop inesplorati e incontaminati. (Sul vecchio Giornalettismo Militante).