Alcune cose, nella vita, si capisce in partenza che verranno snobbate e derise, non c’è bisogno neanche di attendere la reazione del pubblico, quella dei professoroni!1 chiamati a giudicare dai loro scranni fatati, o quella, ancora più spietata, dei mercati. Tra di esse vi è sicuramente il disco di Billy Idol oggetto di questo post: uno dei pesi massimi del pop-rock frivolo ed edonistico degli anni Ottanta che torna dopo anni di silenzio discografico – ok, solo tre, ma nel frattempo era cambiato il mondo e parevano un’infinità –, tra un incidente in moto e un’overdose, in piena era grunge, con un concept album (!) sul fenomeno letterario-culturale di moda (quindi dando l’idea di volerlo cavalcare posticciamente e goffamente), per giunta con della musica sperimentale per i suoi canoni, l’uso del Mac, l’elettronica, il rap, gli intermezzi parlati, ecc., tanto per essere sicuro di venire schifato anche dai vecchi fan, addobbato come Babbo Natale, però magro, biondo con la cresta, o talvolta le trecce, e a torso nudo… Dai, ha più speranze Renzi di vincere il prossimo referendum di quante ne avesse ‘sto CD di farsi voler bene. Logico che avesse tutti contro, che fossero tutti prevenuti, che molte delle bocciature siano avvenute senza neanche il beneficio di un ascolto non scaruffiano. Io il disco lo presi all’uscita (tra i pochissimi mai pagati a prezzo pieno) e quindi si potrà dire maliziosamente che cerco di farmelo piacere per lenire il dolore, pure innegabile, dell’esborso. Però fatto sta che Google è con me, Cyberpunk ormai, sommessamente, segretamente, è considerato un perseguitato, un sottovalutato della discografia VIP mondiale. Poi, diciamocelo, molto del contorno è paccottiglia: il booklet pacchianamente lisergico futuristico sul verdastro violaceo per rendere chiaro pure a mi’ nonna che era fatto con IL CONPIUTER; i video con lui conciato da Neuromancer (a proposito, la traccia omonima è una delle vette, davvero intensa), o quello che è, chi se ne fotte; il concept, ahahahahah; le immancabili menate mistico-orientaleggianti; l’eccessiva lunghezza tipica di quella fase dell’era CD, ecc. Però ci sono anche delle buone canzoni, insolitamente arrangiate.

Se dovessi mostrare il rock, quello serio, a un alieno, tra le prime scelte ci sarebbe sicuramente Shock to the System, un capolavoro di energia, immediatezza, ritmo, tamarra strafottenza e vitalità inurbana. La versione tunzettara di Heroin dei Velvet Underground alla quale Billy tanto teneva, al punto da farne spericolatamente un singolo, il primo, per giunta, si fa fatica a digerirla (credo poi fosse appena uscita la straordinaria versione del Live MCMXCIII… ah, no, fu pubblicato dopo, però, dai, Cale e Reed avevano fatto pace, promettendo di non infamarsi mai più, giurin giuretta, si erano riuniti e andavano in giro a suonare, era nell’aria); difficile immaginare qualcosa di più impopolare, ma a distanza di così tanto tempo, dopo molti ascolti ponderati, si può dire avesse ragione lui: le cover vanno fatte stravolgendo l’originale, sennò sono quasi sempre inutili, e qui la missione viene portata a termine con personalità. Azzeccata anche la collocazione in scaletta, per movimentare un po’ la situazione dopo la sdolcinata Love Labours On. Altro pezzo meraviglioso, Adam in Chains, liquida, psichedelica, sensuale come pochi altri brani nella vita. Se anche vi fa schifo lui umanamente e ascoltate solo le cacate indie, fate uno sforzo e recuperate almeno questa perla, ne vale la pena (dai, ve la metto io, dovete solo cliccare). Il mio guilty pleasure dell’album è Power Junkie, col suo incidere decadente e paratecnologico, le strofe cantate col suo solito fare da piacione per poi sprigionare l’aggressività metallara col riffone alla Deep Purple che scatta subito dopo. Idol passa per un fessacchiotto superficiale, ma in realtà sa il fatto suo, qui si circonda di bravi musicisti e arrangiatori (il produttore Robin Hancock, al quale chiede umilmente di iniziarlo alle nuove, sofisticate tecnologie), inoltre è dotato di una voce calda, vissuta, carismatica. E poi le sovraincisioni di Steve Stevens. Dove ci sono sovraincisioni di Steve Stevens c’è vita. Ah, no, in questo album c’è Mark Younger-Smith (che chiede anche lui di essere istruito dal produttore genuflettendosi al suo cospetto). Beh, è uguale, interviene spesso con gusto e rocchettara appropriatezza anche lui, e non fa rimpiangere troppo l’illustre fuoriclasse momentaneamente assentatosi causa judo.