Quando i dischi erano ancora invenduti nei negozi i giovani non potevano ascoltarli prima di comperarli e allora erano costretti a farlo basandosi su dettagli marginali o irrilevanti, come le copertine, gli assaggi di Videomusic o le Catherine Wheelrecensioni inventate sulle riviste. La cover e il booklet di Chrome raggiungevano vette di rara armonia e inusitata perfezione: attraenti nuotatori dai muscoli prominenti e ben illuminati danzavano elettricità completamente immersi nell’azzurro dipinto di blu. Cosa desiderare di più? L’album si svelava altrettanto suggestivo, lontano dalla disperazione un tanto al chilo di certo grunge di successo, distantissimo dai pruriti del brit pop imperante. I Catherine Wheel si limitavano a operare un’elegante rilettura personale del sottogenere rock semplicemente più migliore di tutti, lo shoegaze.

Il fiume sonoro psichedelico che sgorgava dall’attività incessante delle chitarre permetteva solo a tratti alla voce duttile e un po’ scazzata del cugino raccomandato di Bruce Dickinson degli Iron Maiden di emergere, soltanto per sussurrare all’ascoltatore i soliti e ininfluenti mal di pancia esistenzialisti. Esplosioni hardroccheggianti qua e là contribuivano a mantenere vivo l’interesse degli osservatori internazionali. Chrome non arrivava subito, a dire la verità, ma poi si rivelava avvolgente, indimenticabile, speciale. Non c’erano hit nascoste, il songwriting poteva sembrare niente di che (Show Me Mary, uno dei singoli, ha pure un incedere insopportabilmente allegrotto che mal si mescola al restante materiale), ma era l’atmosfera complessiva, fluida e pulsante, il continuo e disturbato inseguirsi e assecondarsi degli strumenti a conquistare piano piano i cuori, a rubare le menti.

Il successivo Happy Days (1995), in cui avevo riposto grandi attese e nel quale nutrivo enorme fiducia, era un discreto disco di per sé, ma deludentissimo se confrontato ai primi due, magici lavori, dai quali era inspiegabilmente differente al punto da sembrare opera di altre persone, insopportabilmente aride e malvagie. Le chitarre erano meno liquide e ispirate, il tentativo di inseguire un imprendibile successo commerciale a tratti sciocco e maldestro.