1993. Derby del cuore in casa Tears for Fears. Orzabal, col nick della casa madre, è ovunque con le varie Elemental, Cold, Goodnight Song e (soprattutto) Break it Down Again. Mentre Smith, già poco convinto di suo, si deve accontentare del discreto gradimento dell’unico videoclip tratto dal suo album presso quelli di Videomusic (non a caso la sola, malmessa copia dello stesso presente al momento sul web reca il bollino dell’indimenticata televisione nostrana). Insomma, Orzabal, diciamocelo, molto meglio attrezzato dal punto di vista canoro e compositivo, sembra stravincere e dilagare. E l’inquietante e inelegante domanda che sorge spontaneamente è che se ne facesse di quell’altro, visto che già quando stavano insieme quello che firmava la stragrande maggioranza dei pezzi da quel che ricordo era lui. In un’intervista risalente al periodo iniziale della reunion Orzabal fornisce la spiegazione, dicendo qualcosa di molto petaloso tipo “è sempre stato la mia fonte di ispirazione, e lo è anche oggi”, quasi fosse la sua vera moglie.

Capiamoci, io sono un fan di Curt, lo seguo più o meno su qualsiasi social esistente, mettendo like senza indugio a tutte le foto delle torte e a quelle delle figlie, senza naturalmente dimenticare il cane. Mi sono sorbito per mero fanboysmo i vari video disseminati in giro, il TED talk visualizzato da quattro gatti in croce, quello con lui che fa Everybody Wants to Rule the World acustica alla grigliata dell’amico, la specie di reality in cui due tizi famosi devono dare una versione diversa dello stesso fatto e poi il pubblico da casa sceglie col televoto (o qualcosa del genere). Insomma, per essere un asociale dall’infanzia particolarmente complicata Curt non mi pare disdegnare i rapporti umani e impegnarsi troppo per evitare il confronto col lato più nazionalpopolare del mondo conosciuto. La sua visione è che i social sono ok perché ci puoi trovare quella che ti suona a poco il violoncello e che magari (ma guarda com’è piccolo il mondo) abita pure a uno sputo da casa, o il contadino che ti porta le uova bio fatte da lui in persona, e tu in cambio gli canti una canzuncella e quello se ne va tutto contento. Quello che non va bene, invece, lo diceva già da prima di far uscire il terzo disco coi Tears – dopo il quale lunghissima pausa fu – è questa cosa malsana dell’industria discografia, così lontana dalla gente, e a ben guardare nemmeno eletta dal popolo, le multinazionali, Trump, la Thatcher (con Orzabal parlavano di politica nelle canzoni, ma con tanta ironia e gentilezza) e tutto il cucuzzaro. Curt non fa che ripetere che la celebrità lo ripugna, questa cosa dello show biz che ti rende star e smetti di essere una persona è inaccettabile. Lo rivendica pure nella bio su Twitter. Per prima cosa marito e padre esemplare. Poi tifoso dello United e dei Los Angeles Cosi (e già questo dice molto… mescolare il pallone con quella roba, per-carità-divertentissima-la-guardo-sempre-pure-io, nella quale Josef Martinez fa quarantasette gol in quarantasette partite, manco in Svizzera e Venezuela arrivava in doppia cifra, o in cui Giovinco pare Goldrake). Soltanto dopo, molto dopo, membro pulsante della band che tutti conoscete, e venerate. Infine, amante del giardinaggio.

Perché mi ostino a parlare in maniera apparentemente irriguardosa del povero Curt, della sua persona più che della sua musica? Perché secondo me questi album per le masse ma farciti con robuste dosi d’intimismo, ben suonati, ma senza evidenti picchi creativi o arrangiamenti memorabili, possono piacere soprattutto se si è catturati dal carisma dell’autore. Cioè di uno che molto probabilmente crede alle scie chimiche, o ha la merda nel cervello, visto che i personaggi del mondo dello spettacolo fanno notoriamente cascare le balle estrapolati dal loro contesto artistico, ma che è comunque capace di intortarti e di venderti quello che vede dalla sua privilegiata postazione. Curt Smith invece sembra sempre quello dell’esistenzialismo spicciolo e imbronciato da adolescente di Mad World (comunque straordinaria nella versione originale in salsa technopop naïf, un po’ meno in quella addomesticata e talent show oriented di Gary Devoguglare), solo che adesso è cresciuto, quindi la cosa non fa una grande impressione.

Soul on Board all’epoca lo bollai come una delle cose più insignificanti che mi fossero capitate, cestinandolo velocemente, però magari con tanti anni di ascolti e di mazzate da parte della vita in più le cose potrebbero essere cambiate, vediamo. In effetti, nonostante lo stesso Smith lo abbia disconosciuto, ma questo genere di cose come dico sempre fa poco testo, non è poi così tremendo (un po’ piatto però sì). Ci sono sostanzialmente due grandi, grandissimi pezzi che amerò sempre: l’azzeccata cover di Still in Love with You dei Thin Lizzy (ok, il pezzo è eccelso di suo – assolone della maronna – ma condito con l’imbronciatura permanente di Curt e la professionalità dei musicisti ingaggiati esce benone) e il già citato singolo Calling Out. Di quest’ultimo trovo soddisfacente anche il video, i televisori con la gente che ci canta dentro sfoggiando un’espressione contrita incontrano sempre i miei favori, per non parlare dei tizi intenti a zompare nelle strade su quei grandi palloni, in perfetto connubio con la musica. Se ci fosse giustizia questa facile ma fantastica hit pop mancata, col suo ritmo così gioioso e i suoi controcanti un po’ soul irresistibili, sgorgherebbe ancora oggi liberamente da tutte le radio della repubblica.

Un tratto comune degli altri brani è il loro sembrare un po’ incomputi, causa testi troppo elementari e insignificanti che disturbano e momenti déjà-vu o “meh” che arrivano sistematicamente dopo un promettente spunto. La title track è all’insegna di una delicatissima introspezione che forse alla fine, al tremilesimo ascolto, effettivamente arriva. Come the Revolution ha uno scoppiettante inizio similfunky e poi muore nello stacchetto rap che in quegli anni andava messo quasi obbligatoriamente nei dischi pop e rock, per stupire e dimostrare grande apertura mentale. Words, il secondo, dimenticatissimo singolo (privo di video, da quanto ne so), così forzatamente, disperatamente vitale, buon assolo, ciao. La più debole: Deal (in realtà una delle due B-side del primo singolo), con lui che ripete ossessivamente lo stesso, un po’ imbarazzante verso. C’era una persona che mi diceva sempre “allora anch’io mi metto alla tastiera e ne sforno diecimila di seguito di pezzi così”. Ecco.

 

Immagine presa da pfff, boh, che cazzo ve ne fotte, circolare, dai.