Come il mondo possa fare a meno dei Curve è per me giorno dopo giorno fonte di mistero. Dream pop, shoegazing, goth, noise, industrial rock fusi con sapienza e sfoggio di personalità, nella colpevole (semi)indifferenza dei carrozzoni indie cialtroni, con l’ovvia assenza dalle ridicole classifiche fighette di fine anno. La mente, ma un po’ anche il braccio, era l’oscuro Dean Garcia (un terzo hawaiano, un terzo irlandese, un terzo gelida e sapiente macchina che opera e manovra nelle retrovie) mentre le vocine sexy oniriche erano gentilmente offerte da Toni Halliday. La base dei fan penso sia più legata agli esordi (Doppelgänger, Ten Little Girls), ma per quanto mi riguarda considero stravinta la tradizionale e ostica sfida rappresentata dal secondo album, Cuckoo, appunto, in parziale discontinuità con la precedente produzione e destinato ad albergare per sempre nel mio cuoricione.

Apre le introverse danze The Missing Link, l’urgenza fatta canzone, un ossessivo riff di chitarra ci trascina nella visione torbida e delirante della band, abbastanza ben rappresentata nell’economico videoclip fatto di fango, luci sparate e pioggia posticcia che ricopre senza sosta musicisti, ignari quadrupedi e passanti. Crystal è più placidamente dreampoppeggiante, il sound è sempre sporco e distorto, una linea di basso psichedelica introduce Toni che ci racconta la favola. Men Are From Mars, Women Are From Venus, aka non può esistere l’amicizia tra uomo e donna, gnente, rassegnatevi, nun se po fa’, femminicidio/maschicidio unica via, base ritmica rumordepechemodiana, lei che ci sussurra sopra. All of One è un altro pezzo rilassato interrotto da campionamenti, schiamazzi, inquietudine urbana ed extraurbana insieme. Siamo al capolavoro, Unreadable Communication, titolo che racchiude in sé il senso un po’ di tutta l’esperienza musicale, prematuramente interrotta, dei Curve. Tappeto pulsante di synth, luci soffuse, la voce filtrata e straniante di Toni nel ritornello ci teletrasporta in un’allarmante dimensione surreale. Turkey Crossing suona ancora tetra, inquietante, siderale, enigmatica (“All my friends are English, papapapapa”, boh, ma è un papapapapa triste, un po’ come la capriola di Hernanes). Con Superblaster i Curve si giocano la carta del singolo facilmente poppettaro, ma non basta, il successo commerciale dei Garbage resterà ingiustamente un miraggio. Non ce la faccio a commentare gli altri pezzi perché devo uscire, ma sappiate solo che se, dopo quanto detto e ascoltato, non vi piacciono i Curve non preoccupatevi, è solo questione di gust… no, non è vero, se non vi piacciono i Curve non capite un cazzo, fidatevi.