Sounds of the universe è un negozio di dischi radical chic a Londra, ma, non essendo per il momento miliardario, non ho mai verificato di persona questa succosa informazione. Sounds of the universe è anche il titolo, suppongo fortemente autoironico, dell’ultimo disco dei Depeche Mode, ancora irrisi da molti o comunque presi poco sul serio per via di Just can’t get enough, una delle hit più tamarre o irresistibili dei primi anni 80 (in realtà partorita da Vince Clarke che poi fuggì schifato negli Yazoo/Erasure), e poi Everything counts in large amounts, lasciami osservarti ignuda fino all’osso papperopapà-papperoparapà, your own pirzonal jisahhh. Ma soprattutto di Il negozio Sounds of the universe a LondraEnjoy the silence, in quanto canzone più coverizzata da tutti i gruppi gothic e niù metal incapaci dell’universo.

L’impressione iniziale (già di qualche tempo fa… mi ero dimenticato di spammare ‘sta roba) è che tutto faccia incredibilmente schifo arcazzo, tra singolo portante che ripete ghedinianamente “Wrong” tutto il tempo, sorta di novella lamentazione di Giobbe intrappolato nel culo della balena, video con la solita macchinona (macchefantasia) e copertina disegnata dal bambino dell’asilo più fessacchiotto di sempre (non mi si venga a parlare di stilosità, quel megafono rosso sbocciato tra le rocce sperdute nelle montagne lo era)(questa è una roba che molti gruppi fanno a un certo punto ho notato, togliersi la soddisfazione della copertinina sempliciotta fatta sul cesso in cinque minuti, ormai sono convinto che si tratti di una sorta di sfida, come a dire, noi semo troppofighi, possiamo fare il cazzo che vogliamo, stamparci l’etichetta merda d’artista e venderlo, là fuori penseranno stupefatti che la nostra cacca in realtà nasconda stupendissimi significati che solo i puri di spirito sono in grado di percepire), e allora uno si chiede, ma fare un disco di belle ed elettropoppeggianti canzoni barricandosi vivi per qualche mese in studio ogni quattro anni dopotutto non è così difficile, sarà che l’età galoppa, insieme al conto in banca, sarà che gli spacciatori non sono più come quelli di una volta quando di dischi strabellissimi ne eiettavano uno l’anno od ogni due anni, saranno i progetti (o gli universi) paralleli.

Fatto sta che compositivamente è l’album più piatto mai sfornato dai supereroi del mio cuoricione, anche conteggiando Speak & Spell e altre adolescenzialate protopaninare. O anche solo molto meno orecchiabile e immediato rispetto al precedente Playing the angel, nel quale più o meno ogni canzone poteva essere un singolo da estirpare e consegnare ai poster e a Emptyvì. Poi uno comincia a pensare, apperò, figa l’atmosfera generale, apperò, belli stilosi i suoni vintage e i synth analogici a tonnellate (Gore ha vinto aste su aste su ebay, certo che però non è giusto, voglio dire, lui è miliardario se partecipassi io) sporcati quel tanto che basta dalle crunchy guitar e da interferenze varie, per non far sembrare il tutto una mera operazione nostalgia, apperò, Gahan sarà anche parcheggiato all’ospedale più morto che vivo la maggior parte dell’anno ma è sempre un gran figaccione, con la voce strafatta di sensuali armonici, così calda e franksinatrosa che s’intreccia con quella orgasmica di Martin Gore, ultrasensybile e ultrachecca ambulante sul tappeto di gelide masturbazioni elettroniche. (Per chi non fosse riuscito a capirlo, eppure non è difficile, il fascino dei depesci è questo, connubio o contrasto sapientemente bilanciato distacco-passione, caldo-lastra ghiacciata su per il culo, religione-fist fucking, le tre note in croce di capolavori come Behind the Wheel (videoclip a seguire), la semplicità delle canzoni non vuol dire necessariamente banalità delle stesse, chi non fosse convinto del lavorone sui suoni per renderli così psichedelici, stranianti e disfunzionanti al punto giusto, così depesci, si legga l’intervista a Strumenti Musicali del ’93 al deceduto Alan Wilder, in cui il Recoil per antonomasia descrive certosinamente le manipolazioni fatte, il come, il quando e il perché delle stesse)(l’ascoltatore pop-rock medio generalmente pensa che se non c’è il batterista sullo sfondo che mangia odd times e doppia cassa anche a merenda, il cantante sfuggito allo zoo in grado di rivaleggiare per acuti con Mina e i Cugini di Campagna e il chitarrista carismatico con le cicatrici anche dove non batte il sol, capace di spararti l’assolo modale-anale fulminante a tradimento, la musica non è buona).

Il vero difetto del disco non sono le tre canzoni scritte e imposte per contratto da Gahan, sennò me ne vado, gnègnè, come tanti dicono. Anzi, Come back è (insieme a Wrong, che poi ho ultrarivalutato) la mia preferita del lotto, con una melodia appoggiata lì come pretesto per il magnetico dipanarsi delle strutture sonore notturne. Bensì il fatto che i brani migliori per i miei affinatissimi e modestissimi padiglioni auricolari siano le numerose B-side (Ghost su tutte) scartate e affidate al triplo megacofanetto carpiato della morte che per comprarlo devi consegnare direttamente un rene a caso al negoziante.

Segue una delle canzoni dalle atmosfere più alienanti nelle quali sia mai capitato. “Perché ascolti questa musica d’altri tempi?“, un dì mi chiese una marziana di passaggio, ma ipnotizzato non seppi cosa rispondere.