L’opera di ripescaggio quotidiana vede protagonista questa valida e strana band tedesca ovviamente quasi ignorata dal web (il disco è del ’94, quando ancora l’informazione musicale era retta dalle riviste cartacee, che quasi di certo lo premiarono, altrimenti è difficile che mi sarei procurato la cassetta)(ma conoscendomi non si può mai sapere). Band etichettata in maniera in apparenza clamorosamente errata e frettolosa come thrash metal. Qui del suddetto genere se ne sente pochino, magari in origine o in qualche altra incarnazione (nel 2003 il cantante rimise in piedi da solo la baracca accompagnandosi a due tizi nuovi, l’operazione durò poco) lo suonavano? Boh, fatto sta che se ne meraviglia anche il recensore di Metal Archives, che premia l’opera con un buon 82% (certo, bisognerebbe studiarsi l’effettiva scala di valori del sito e le abitudini dell’autore per capire che valore attribuire realmente a tale punteggio). Mi pare un disco placidamente darkeggiante, si parla di prog ma di virtuosismi ce ne sono pochi, l’attenzione è posta sull’emozione, sull’introspezione, sull’estenuante ricerca di se stessi e di un significato da dare alla vita, alla fila alle Poste il lunedì mattina con gli anziani che vanno a ritirare fiduciosi la pensione, brontolando, mentre i giovani, ormai muti e rassegnati, li osservano e continuano a pagare i contributi in cambio della promessa di un futuro che non arriverà, mai. Direi che è uno pseudoconcept sostanzialmente sulla depressione (ma va’? un pezzo si chiama pure Sorry, Mr. Pain), tanto che a tratti ci sento qualche affinità elettiva col grunge che dominava le scene in quel periodo, ma con una certa attenzione alla forma che lo rende sufficientemente distante dal furioso nichilismo similpunk sciatto, almeno in apparenza, e irragionevole di Cobain e altri. Nonostante si tratti di un’opera chiaramente un po’ acerba (e siamo al terzo disco), forse con non trascurabili margini di miglioramento sul versante produzione, si colgono qua e là melodie piuttosto ispirate e strazianti, oltre a una certa personalità che emerge soprattutto nei repentini passaggi dai momenti più intimi e acustici a quelli più gridati e psicopatici. I Depressive Age comunque avevano ben capito come mantenere viva l’attenzione dell’ascoltatore impedendogli di appisolarsi durante la fruizione dell’opera, nonostante il genere di appartenenza, e questo artisticamente è un merito non da poco. Il cantante mostra versatilità e abilità interpretativa – oltre al fisico da belloccio, appena ne ha l’opportunità – ma manca qualcosa (secondo me qualche lezione di canto in più avrebbe giovato), e comunque sarebbe stato interessante sentire questo materiale tanto oscuro, decadente e maledetto affidato a un carismatico figlio di buona donna come Pete Steele.