Dick Dale è il surf, in olio d’oliva. Quando ha iniziato lui, gli amplificatori da cento watt arrivavano in orario. Il suo rapporto quasi incestuoso con un mammasantissima della liuteria delle dimensioni di Leo Fender assume oggi contorni leggendari, mistici, a tratti. Chitarristi garage, punk, flamenco, speed metal dovrebbero sacrificargli cantanti neomelodici, tutti i giorni. Dick non è solo un pezzo di storia del rock grosso così, ma anche un babbo premuroso, un capofamiglia stimato, un attento allevatore di animali esotici, un gestore di ranch, un pilota, un filosofo, un polistrumentista, un ambientalista, un mancino, un maestro di vita capace di sconfiggere il cancro rettale, e altri malanni. Uno che allungava cinquanta bigliettoni d’altri tempi a gente come i Beach Boys affinché aprisse per lui. E che sostiene la merdosità di tutta la sua stessa produzione discografica antecedente Tribal Thunder (un ellepì del ’93, post-ripescaggio, anche umano, da partecipazione alla colonna sonora di Pulp Fiction). È sul palco difatti che Dick sprigionava la furia psichedelica dei suoi tremoli dal fascino mediorientale e dei suoi impareggiabili riverberi, che simulavano la sensualità oceanica e indiscussa delle onde, e incendiavano la scapestratezza giovanile di implumi generazioni allevate a cazzo e surf.