È questa la poco originale storia dei Digable Planets, talentuosa formazione anni 90 maestra nel fondere (acid) jazz e hip hop probabilmente in uno dei più fluidi, organici e naturali dei modi possibili, facendo fruttare la lezione di istituzioni dell'”underground rap” quali A Tribe Called Quest, Gang Starr e The Roots. L’album di esordio Reachin’ (A New Refutation of Time and Space), nel quale saccheggiavano a mani basse Art Blakey, Herbie Hancock, Kool & the Gang e tanta altra stupenda gente, fu lanciato in orbita dal singolo Rebirt of Slick. (La grazia e la perfezione con cui lei snocciola le rime credo resterà impareggiata).

Il di poco successivo Blowout Comb (1994), altrettanto infarcito di sample, funky da capogiro e testi hippie militanti, non soddisfò tuttavia i palati di masse ormai obnubilate dal grunge e dalle camicie di flanella imperanti, nonostante perfezionasse e rifinisse maggiormente il rilassante stile della band. Introducendo, peraltro, un quantitativo più massiccio di musica suonata e di ospiti (rispettati rapper del calibro di Jeru the Damaja e Guru, pace all’anima sua).

Così il complessino fu costretto a sciogliersi nel nulla cosmico, fino alla pubblicazione della tradizionale compilation inculapolli datata 2005. E i suoi componenti dai nick improbabili ispirati al mondo degli insetti condannati a svolazzare faticosamente verso più appaganti lidi, per l’eternità.