Full Circle è il mio album preferito dei Dixie Dregs, quello della momentanea (?) reunion e della maturità, nel quale certi tratti distintivi dei vecchi tempi si perdono leggermente (forse un po’ meno sviolinate – Jerry Goldman, Mahavishnu Orchestra, mica pizza e fichi, al posto di Allen Sloan – e boogie sudista, più marcato il dominio della chitarra) in cambio di una maggiore, trascinante compattezza e concisione, cambiamento probabilmente originato dalla parentesi della Steve Morse Band. Aftershock, strumentale come il resto dell’album, è uno dei brani più irresistibili di tutti i tempi, con linee melodiche infuocate che si intersecano senza sosta, l’aspetto più eccitante è che dura solo tre minuti e quarantacinque travolgenti secondi, ma dentro c’è il mondo. Perpetual Reality riprende il discorso del brano precedente, la tensione è qua e là stemperata da rilassati intermezzi di piano e basso, tecnica immensa ma tutto è sempre abbastanza umilmente al servizio del pezzo (ovviamente relativizzando allo stile della band, non esattamente il grindcore punk). Calcutta, tempi felici quando ancora questo nome non faceva subito balenare in mente bruttissimi cantautori italiani indie, barocche melodie orientaleggianti sostenute da un gran lavorio ritmico di Morgenstein. Con Goin’ to Town fa la sua inevitabile comparsa il western swing, forsennato, viene voglia di ballare sui tavoli di un saloon a caso prendendo a pistolettate negli occhi gli astanti. Pompous Circumstances è intuibilmente barocca, nel suo drammatico incedere fa intravedere gli studi classici compiuti. La cover di Shapes of Things di Jeff Beck è semplicemente qualcosa di definitivo, riccamente arrangiata, passionale, incalzante. Sleeveless in the Seattle ribadisce il concetto: in questo album non c’è posto per melodie che non siano incredibilmente ispirate e indelebilmente incise nel travertino grazie a un’esecuzione leggendaria, leggo in giro fan sostenere che i dischi prima fossero meglio e questo sia soltanto un more of the same, ma è solo poco oculata nostalgia. Good Intentions, ovvero altri riff che avranno fatto morire d’invidia John Petrucci. Yeolde è il giusto intermezzo che sa di fiaba folk. Si chiude trionfalmente uno dei dischi più belli mai pubblicati con l’impeccabile Ionized, jazz fusion hardroccheggiante scatenata.