YouTube, croce e delizia: sono solito dirne cose turche, soprattutto con riferimento al pozzo nero senza fondo dei commenti (e vabbè, sul web è raro trovare oasi di decenza in questo senso) e relativamente agli infiniti video che fanno “mappazza” ostacolando il rinvenimento di quelli interessanti. Quindi, riprese orripilanti di concerti fatte col buco del culo di chissà quale sottomarca di cellulare del Guangdong, monologhi di mezz’ora intorno all’ultimo film, libro o videogioco tenuti con un’esuberanza tale da far apparire al confronto Mattarella il nuovo Tony Manero che avanza, prediciottesimi di improbabile ma purtroppo procreante umanità all’insegna del coattume più neomelodico, mamme sciagurate che cercano di piazzare sul mercato le figlie undicenni illustrandone la (presunta) mercanzia, Er Faina e CiccioGamer89 che scrivono libri senza averne mai visti nemmeno per sbaglio in fotografia e così via. Purtuttavia è impossibile scordare che YouTube è anche quello straordinario e fondamentale mezzo che mi ha dato la possibilità di scoprire ignoti gruppi di jazz-funk cecoslovacco degli anni Settanta o acclamati virtuosi del bouzouki in grado di grattuggiare la feta con lo strumento mentre eseguono una cover di Pat Metheny che rifà Theodōrakīs.

In mezzo a questo inestricabile e scomposto groviglio di informazioni, perlopiù inutili, c’è però una perla che rifulge. E cioè Domenico Bini, “CHITARRISTA FAMOSO SUL WEB”, come egli stesso giustamente si definisce dall’alto delle trentunomila e passa visualizzazioni della sua maggiore hit, ormai chiamato semplicemente Il Maestro dai suoi sempre più folti ammiratori. Quello che di lui più colpisce, oltre all’aspetto un po’ alla Carletto Mazzone in fuga sotto la curva dell’Atalanta, è il suo porsi senza filtri davanti all’obiettivo, ignorando ogni possibile fonte di distubo, lasciando semplicemente fluire libera la creatività. Il Maestro non è interessato a polemizzare nei commenti con i suoi – in verità numericamente limitati – maligni detrattori, né a prendersi cura più di tanto dell’aspetto estetico di quello che è lo scenario delle sue esibizioni, di solito una cameretta stipata di chitarre, scartoffie e capi di abbigliamento appesi qua e là (i commentatori più inaccettabili, vedendolo vestito per più giorni di seguito con gli stessi indumenti, sono arrivati a lanciare gravi insinuazioni sulle sue abitudini igieniche, ovviamente si tratta di osservazioni sgradevoli e poco condivisibili, anche perché pure Dylan Dog non mi pare mostri grande fantasia nell’agghindarsi e nessuno se n’è mai lamentato). La sua attenzione è riservata all’ininterrotta produzione di video atti a dare sfogo alla sua urgenza espressiva, permettendo a nuovi e sempre più audaci capolavori di cristallizzarsi. Ben tre sono i pezzi creati per celebrare l’avvento del nuovo anno, il 2018 (oltre a quelli naturalmente riservati alla festa più amata da ogni buon cristiano, il Natale, ma anche Santo Stefano gode di una canzone tutta sua). La religiosità dell’uomo e dell’artista è indubbia e resa evidente da brani quali PENTITI, PER I 150ANNI DELLA AZIONE CATTOLICA, CANTO DI FEDE, più i vari sulla maronna, possibilmente di Fatima, Belzebù (VAI VIA DIAVOLO su tutte) e Gesù Bambino.

Non dovete pensare però che Bini non sia particolarmente attento alle tematiche sociali, sempre trattate con l’immediatezza stilistica che lo contraddistingue. Come non apprezzare il sanguigno minimalismo col quale Il Maestro affronta (e probabilmente contribuisce decisivamente a risolvere) i più disparati problemi del mondo? NO! AL FEMMINICIDIO, NO AL NUCLEARE, NO AL TAP, VIA LA GUERRA DAL MONDO, GIANNI COL SUO MALE INCURABILE (ah, se avesse seguito la terapia Di Bella…), ecc. Insomma, per il Bini basta asserire con forza che una cosa brutta (o da lui ritenuta tale) è brutta e puff!, questa svanisce dall’orizzonte, gli autori dei femminicidi smettono di femminicidiare e si danno al bricolage, niente gas e nucleare, sì alla free energy di Tesla che i poteri forti ci tengono nascosta, ecc. Certo, come metodo potrebbe sembrare semplicistico, ma sarebbe una valutazione ingiusta e superficiale perché l’approccio del Maestro, se ci si pensa, è sconvolgentemente radicale e diretto come mai prima d’ora, e potrebbe arrivare là dove Liga-Jova-Pelù e tonnellate di attivisti privi del biniano carisma hanno miseramente fallito. Non mancano canzoni dedicate a temi più squisitamente personali, come quella in cui si lamenta di una tizia che l’ha scaricato (strano… com’è possibile sia accaduta una disavventura del genere al nostro eroe?). Coerentemente con la posizione espressa nella già trattata NO! AL FEMMINICIDIO, l’amante abbandonato non medita atti di bieco stalking e di vendetta più o meno cruenta. Le colpe della fine della relazione però vengono forse con poca eleganza interamente scaricate su lei, anche con una certa malcelata acrimonia, aspetto che probabilmente verrebbe violentemente condannato e hashtaggato dalla Blasi e dai suoi fedeli, facendo quindi purtroppo perdere al Maestro quel credito ottenuto agli occhi di costoro grazie all’altra summenzionata canzone.

Riguardo al suo stile musicale, beh, non si può di certo pretendere di racchiudere un universo variegato come quello del Bini all’interno di ormai sempre più angusti e limitati confini artistici e bla bla. Si spazia dal cantautorato agreste e intimistico impreziosito dal sapiente uso dell’armonica agli echi battistiani (le malelingue vedono scopiazzature de La canzone del Sole e di altri brani di semplice esecuzione un po’ ovunque, ma la perizia sfoggiata in video quali TRIBUTE FOR JIMI HENDRIX dovrebbe essere sufficiente a zittirle)(anzi, no, si lamentano che non va a tempo… eeeeeh, ma insomma, non si può imbrigliare la creatività in schemi oramai obsoleti); fino ad arrivare all’heavy metal più istrionico e bensoniano, non necessariamente eseguito tramite l’ausilio di una chitarra elettrica. Innumerevoli sono i brani semplicemente intitolati DOMENICO BINI CHITARRISTA HEAVY METAL, proprio a sottolineare il senso di orgogliosa appartenenza del cantautore alla vasta comunità del rock più duro. Un metal desatanizzato è dunque possibile, per i nostri giovani. L’impegno di Bini è a tratti esplicitamente politico: IL FUOCO è ciò che arde nelle strade delle città e presto si prenderà auspicabilmente cura del governo, insensibile e dormiente nei confronti dei problemi che affliggono la gente (niente eccessi verbali, però, in questa come in altre canzoni: la critica del Maestro allo status quo e ai potenti è netta e inequivocabile, ma sempre posta utilizzando un linguaggio contenuto, lontano dai toni maleducati dei social). E poi POLITIC SONG, IL POPOLO, BASTA CON LE BUGIE e PER IL GIORNO DELLE FORZE ARMATE, che rivela il volto più forc… istituzionale del cantautore.

Il Maestro ha anche realizzato, ormai diversi anni fa, un album. Proprio così, un CD vero, con tanto di booklet e tutto il resto (non risponde però alle richieste dei suoi fan in visibilio che disperati chiedono come si faccia a procurarselo). I contenuti musicali del disco appaiono maggiormente curati dal punto di vista formale e più meditati rispetto alle umorali improvvisazioni, con tanto di corde delle chitarre che zompano durante l’esecuzione, date in pasto alle folle di YouTube a getto continuo. La title track e opener Amico Cielo, un nome che dice tutto, è il manifesto dell’opera ed è sintomatica di questo approccio più tranquillo, gentile e rarefatto.

Il lato più sentito ed emozionante della produzione biniana, e forse quello che personalmente preferisco, è però rivelato dall’ascolto dei brani “IN LINGUE”, come lui li chiama. Come E STVNEY (la trovate incorporata qui nei paraggi) e la successiva YUV THE SE, eseguite in via eccezionale al pianoforte, proprio per sottolineare il suggestivo ed esclusivo lirismo di queste composizioni. Non si tratta, per l’appunto, di pezzi cantati in un idioma in particolare (per quanto la vicinanza con l’inglese sia spesso innegabile), ma di una sorta di linguaggio di fantasia fatto da fonemi improvvisati dall’artista, utilizzato probabilmente perché ritenuto l’unico modo possibile per poter esternare certi stati d’animo e determinate, irripetibili e troppo intense emozioni. I picchi di visionarietà avanguardistica e di puro genio qui toccati dal Maestro sono assolutamente ragguardevoli, azzardando un paragone con altri campi si potrebbe accostare il tentativo del Bini a surreali e indecifrabili esperimenti quali il manoscritto Voynich e il Codex Seraphinianus.

Sotto, la trascrizione (a opera di un fan) del testo di uno dei brani IN LINGUE.