Gli Helloween li ho sempre seguiti e digeriti poco, anche al mio picco storico di metallitudine, quello degli scambi matti e disperatissimi, così come le carriere soliste dei membri, le band fondate dagli ex, le reunion improbabili “scurdámmoce ‘o passato” con dentro chiunque. Però una cosa la volevo dire lo stesso. Chameleon quando uscì fu dileggiato violentemente da critica e pubblico, un solo teschietto dal Fuzz (o due, siamo lì), il classico disco che mette tutti d’accordo. Però dalla furia e dal livore, dall’impegno certosino e non comune messo per spalargli istantaneamente merda fumante addosso già s’intuiva qualcosa. Il giudizio del gregge ovviamente non era razionale e avveduto, bensì conformisticamente accecato da sciocche e umorali emozioni. Hanno tradito il sacro metallo, ma come si sono permessi, rivogliamo i Keeper, ma poi non è un album, non si possono mettere sullo stesso supporto ottico canzoni così diverse la legge lo vieta e poi Gesù Bambino piange (se lo fanno quelli “giusti” al momento giusto allora sono dei GEGNI e la cosa è sintomo di buone droghe e impareggiabile flusso creativo). Motivo per il quale volli bastiancontrariamente procurarmelo e portai la cassettina a spasso in montagna (se questo particolare vi sembra irrilevante: non so, voi non collegate mentalmente determinati album o canzoni a posti, persone, odori? Non avete come l’impressione che, se abbinato ad altri luoghi, fidanzati, ecc., l’ascolto avrebbe prodotto suggestioni e secrezioni ben diverse?). Insomma, non mi parve un capolavoro (cosa che adesso invece, incredibilmente, in tanti sembrano pensare, basta leggere un po’ di commenti e di recensioni in giro, evviva la democrazia dell’internet), ma tutto sommato un buon disco, talvolta atroce, talvolta ispirato, ma nel complesso più maturo e meglio prodotto rispetto al passato. Più interessante nelle parti nelle quali osava che in quelle Helloween, più sensato e superiore in quanto a professionalità della realizzazione anche rispetto a Pink Bubbles Go Ape, che già trotterellando si avviava verso i dissennati sentieri dell’eresia.

In un’intervista successiva alla separazione con Kiske ricordo che uno dei membri disse che alla fine l’ex cantante non era poi tutto ‘sto granché, anzi, risultava pure un po’ molesto visto che la sua intonazione era spesso approssimativa, crescente o calante. Giudizio “a effetto”, forse velenoso e interessato, ma non privo di una validissima base: nei primi e tanto osannati dischi la cosa è più evidente (del resto era anche giovanissimo), mentre qui mi pare già più padrone dei suoi mezzi. Notevoli, intendiamoci, a me garba non poco. Ma un po’ tutta la band, nonostante la disuniformità del materiale proposto, dovuta più a esuberante eccentricità e a un’apprezzabile, giovanile voglia di spaccare il globo che a serie carenze, sembra maggiormente centrata e a fuoco (poi che abbiano sconfessato tutto è naturale, significa poco, i musicisti sono umani e si fanno condizionare, devono campare, essere continuamente coccolati, quindi danno e fanno quello che gli si chiede, che ottiene incondizionata approvazione).

Ovviamente il mio è il punto di vista di un ascoltatore con gusti com’è doveroso abbastanza vari che si ritiene – con una certa, consapevole arroganza – sano di mente e per certe cose abbastanza obiettivo (nel senso che sono dotato di queste qualità in misura maggiore rispetto a un metallaro, d’altronde anche una valonia ventricosa lo sarebbe, quindi non ritengo di avere grossi meriti). È chiaro che il povero metallaro – con i suoi iconici punti di riferimento, con la sua mente fatta di cose semplici e indubitabili – che già pregustava un’altra dose equina di power da osteria, stonato come una campana ma epicamente condotto e mantenuto su vette quasi farinelliane, sbrocchi male.

In First Time c’è la chitarra che si dà indubbiamente molto da fare. Molto, molto da fare. Mi convince il suo piglio, specie in fase ritmica. Sì, la chitarra qui ha una sua credibilità. Per quanto riguarda il ritornello cantato, non so, come per tanti pezzi del genere ho sempre quella sinistra sensazione di déjà-vu, mi chiedo, impietrito, in quale raccolta dello Zecchino d’Oro lo abbia già sentito (o magari era una B-side di Nicola Di Bari?). Però ci sono tante altre cose che invece gradisco parecchio. All’epoca andavo matto per Giants, che mi pareva il pezzo migliore, il più imponente, ora da anziano un po’ mi si ridimensiona, brano dalla stesura inaccettabilmente barocca, vedo già fremiti di sdegno scolpiti sui volti dei fan dell’indie rock e quindi subito torno ad apprezzarla. Crazy Cat è uno spasso, un commentatore da qualche parte li invitava in modo colorito a lasciare il metal per congiungersi con Liza Minnelli a Broadway, beh, non sarebbe stata una cattiva idea. Capitolo Windmill (non si può far finta di nulla): prima mi sembrava un’immonda porcata lagnosa per adolescenti tonte, l’altra volta quasi mi commuovevo, non ho una posizione ben precisa. Devo ritirare il bucato, comunque mi pare ce ne sia una lunga sorprendentemente ben strutturata con atmosfere intense (forse I Believe) che è tra le robe migliori, e poi lo strumentale che non gli è entrato nel disco. È l’ultimo lavoro di Ingo Schwichtenberg, dunque ascoltatelo pure.