Rock

Pipistrelli decapitati senza giusto processo. Cantanti che si amputano il cazzo in realtà assai piccino sul palco senza anestesia, lo affettano con cura certosina e se ne nutrono mandando le groupies in delirio (non si capisce di cosa dovrebbero essere contente, a pensarci pene). Pseudoassoli di due note due composti col suddetto fallo sul cesso cinque minuti prima di andare in sala d’incisione (non sia mai che riflettendoci sopra qualche secondo in più venga meno la spontaneità) e ripetuti fino allo sfinimento. Suoni, al contrario curatissimi, stiratissimi e lucidatissimi all’inverosimile nel tentativo di nascondere sotto il tappeto la penosità compositiva. Versacci da asilo nido declamati da “cantanti” che hanno trovato sotto l’albero di Natale la patente di “alternatività” e ai quali sembra che un aguzzino nazista stia strappando le unghie dei piedi. Testi delle canzoni paragonati al top della produzione ungarettiana da gente che appena intravede in lontananza anche solo la parola “poesia” fugge come se avesse scorto orde di feroci esattori mutanti. Quando invece si tratta delle solite banalotte invettive contro una stronza. Musicisti classici frustrati che compongono suite lunghe ore e ore infilandoci cambi di tempo a casaccio in totale disprezzo del buon gusto e del buon senso. Presunte avanguardie che coverizzano più o meno consapevolmente Schoenberg con giusto qualche decennio di ritardo e vengono esaltate dalla critica radical-chic per le enormi innovazioni portate in dote al genere umano. Fan poganti (e paganti) abbattuti a chitarrate dalla star mestruata di turno, eppure felici.

Il rock, forse, è anche questo (no, a parte che ultimamente abbaio alla luna in piena fase jazzfunkeggiante, stavo pensando a una sorta di meme/sondaggio/catena del WC di Sant’Antonio di qualche era geologica fa in cui veniva chiesto ai passanti di spiegare cosa fosse per loro il contenitore rocche, e tutti giù a dire il rocche è sincerità, sudore, ribellione, amicizia & liquirizia, il rocche è il lato figo di Dio, del dimonio, di Sasha Grey, il rocche rompe le regole, spacca i culi, fa venire la carie e poi la batte, sconfigge i matusa al governo, aiuta a digerire meglio le ingiustizie della vita e i cenoni di Capodanno, in un susseguirsi pentatonico di stronzate e luoghi comuni e trasgressività da salumeria un po’ affettata e troppo ostentata che non sfigurerebbe in uno di quei romanzi generazionali di merda tanto in voga oggi tra le massaie più sciroppate, da qui la trollata).