Il mio primo contatto con l’universo plasmato da Ivan Graziani avvenne molte decine di milioni di anni fa, quando in una cassettina tra le più scalcinate – compilation con brani di vari cantautori – trovai Firenze (canzone triste). Lì per lì ebbi una reazione tipo: «Ma com’è possibile che esista una cosa del genere, perché mai mi hanno doppiato ‘sto pezzo assurdo, maronna che sfigato cosmico questo, deve avere dei problemi parecchio seri, personali e forse anche di salute, cioè, non mi sembra una cosa normale, lo pubblicheranno per pietà, mica penseranno davvero di guadagnarci». Quel falsetto – oggettivamente sgraziato e improbabile, quasi improponibile, ma molto, molto espressivo – comunicava una sensazione di estrema fragilità esistenziale. L’idea di qualcuno in grado di raccontare – forse più per farsi compatire che per puntare alla notorietà – storie assurde e invenzioni (illusioni) tutte sue, intimismo ai confini con la paranoia, anzi, oltre.

Molto tempo dopo, dotato finalmente, almeno credo, degli strumenti per afferrare lo spessore artistico di quel brano (ascoltato nel frattempo dozzine di volte, ma sempre come una sorta di ipnotico guilty pleasure), arrivai ad approfondire la discografia dell’autore, ormai defunto, constatandone l’abilità chitarristica. E apprezzando l’inconsueta, almeno per il genere, cura riposta negli arrangiamenti, così diversificati, dei pezzi. Genere che a mio avviso ha senso solo quando il cantautore, essere secondo la leggenda marchiato a fuoco da una divina, speciale sensibilità, ha davvero qualcosa di significativo e personale da raccontare (è quello che si dice sempre, ma a mio avviso ad ascoltar bene qui falliscono spericolatamente anche nomi tra i più incensati). E soprattutto se costui appare come un alieno in mezzo ai suoi simili, dando così una fresca sensazione di imprescindibilità agli infaticabili esploratori dei meandri dell’animo umano. Devi avere come la spiacevole ma allo stesso tempo appagante impressione di stare frugando in mezzo alla proprietà privata altrui, altrimenti non funziona. Insomma, se quando l’aspirante neomenestrello apre bocca sembra «uno dei tanti che cantano come X, yawn» già non va per niente bene.

In Pigro, a dare retta alla critica uno dei suoi lavori più riusciti, Graziani si sforza a snocciolare una serie di surreali descrizioni di tipi umani, a volte risultandomi convincente e ispirato nella stesura del testo (come nella singolare Scappo di casa: «perfino per i cani smarriti si fanno appelli per radio», «e la mia cara mamma mi ha voluto grasso ed eunuco», «e intanto il padrone del bar vuole che paghi il suo cappuccino, mi coprirò con le braccia la testa come facevo da bambino», il tutto condito da onirici, meravigliosi squarci di sax in sottofondo, con un riff giocherellante parainfantile che ogni tanto fa capolino infondendo tristezza); altre volte forse meno (come in Fango, comunque un rock blueseggiante gradevolissimo, così lontano dalle lagne del mondo sanremese, nonostante i versi deludenti perché troppo normali e meno spiazzanti di quanto si vorrebbe); altre volte boh, come nella schizzatissima Al festival slow folk di B-Milano: sì, capisco più o meno, forse, dove voglia andare a parare, ma l’insieme è davvero incredibilmente allucinante, a tratti quasi raccapricciante, in senso buono (?). Pigro, il pezzo, sembra, è, effettivamente, Sgarbi, come tutti ululano convinti nei commenti. Sgarbi nel 1978, diciamo. Edoardobennatianamente, certo. Solido riff acustico, applauso della critica, però boh, come invettiva non mi sembra poi ‘sto granché, versi blandi, purtroppo irrimediabilmente lontani da quella che è la violenta (in)sensibilità attuale. Quindi si fatica a lasciarsi convincere. La stessa scelta dell’epiteto «pigro» appare quasi impropria, contrariante, sbagliata, probabilmente perché inadatta a definire i tanti sgarbi quotidiani che impestano i nostri teleschermi e il nostro attuale immaginario.

Nonostante il valore di vari pezzi, e volendo anche del progetto nel suo complesso, indubbiamente avanti rispetto ai tempi e al contesto, non ho più ritrovato, né in quest’album né in altri, la frangibilità assoluta di Firenze (canzone triste) – sì, certo, bellissima melodia e storia struggente anche quella di Lugano addio, ma non è proprio la stessa cosa – motivo questo per me, è inutile girarci attorno, di amara delusione. Vabbè, è un po’ come venire al mondo e vedere come primo essere femminile Jessica Alba, probabilmente ci si abitua troppo bene e ci si fanno strane idee. Anche il ritratto di Graziani che esce fuori dalle interviste nelle quali fornisce, a richiesta, la sua opinione sul Giro d’Italia e su altre questioni fin troppo normali, o dall’incursione fintoruspante di Mtv nella sua casa con studio di registrazione incorporato, condotta sui soliti toni giovanilistico-parademenziali, purtroppo contribuisce a spegnere un po’ la magia di quell’illusione. Graziani non era affatto l’incredibile, disperato e disadattato piagnone che mi ero mentalmente costruito e rappresentato in quei primi, imberbi ascolti, ma alla fine solo un comune artigiano della musica – con una moglie, dei figli e probabilmente anche un cane e una bella macchina – che sapeva peraltro piuttosto bene il fatto suo, benché fosse costantemente impegnato in una silenziosa, complicata e credo poco vantaggiosa lotta personale contro l’omologazione artistica.