Quando nel ’93 uscì Perfectly Good Guitar il mondo parallelo delle riviste di rock moscio tipo Buscadero ne fu traumatizzato, se ne parlava come se Hiatt da agreste e morigerato cantautore emulo di Neil Young si fosse trasformato, vendendo l’anima allo speed metal. Qualcuno addirittura blaterava di influenze grunge, per esaltare il suono sporco generato grazie all’ausilio dei nuovi, irruenti e giovani rocchettari dei quali si era circondato, ma insomma, non esageriamo. Nelle interviste Hiatt non faceva che ribadire quanto fosse eccitato per l’uscita di questo nuovo disco – oste, il vino com’è? – e di quanto fossero dure le nuove sonorità, in particolare nel singolo (credo, comunque veniva suonato in giro nelle ospitate per gli studi televisivi) Cross My Fingers, nessuno aveva mai avuto il coraggio di proporre prima una cosa simile, così sfrontata, neanche gli Slayer. Something Wild già fa intuire l’andazzo, al buon John, ormai quarantunenne, quel rocchettino aggraziato con venature country blues cantato con ricercata vocina similsoul sta stretto, l’uomo, nel pieno della maturità, dopo aver dato una veloce sniffata alle classifiche, ha ora bisogno di qualcosa di più selvaggio, di più vero, ma soprattutto di meno soporifero, per sentirsi ancora al mondo.

Dopo aver osato tanto, Hiatt torna subito a sua scienza, con la placida Straight Outta Time, sostanzialmente è un innamorato che si fa delle domande (e fattele in privato, a casa tua, no?). Perfectly Good Guitar, checché se ne dica, è il capolavoro (e grazie ar cazzo, sennò non ci avrebbe intitolato l’albo), nonché uno dei miei pezzi preferiti – anche se fatico a reperirne una versione decente da allegare, quella messa non rende minimamente l’idea – ed è per questo che sono andato a riesumare questa roba. Ovviamente la chitarra del titolo è la metafora di qualcosa di più grande e importante, tipo una relazione gestita male, finita male. Non si maltrattano le chitarre e le donne, capito? Buffalo River Home ha il video, quindi fu un singolo, ci sono loro che fanno gli scemi in una casa, per tutta la canzone si avverte quel rilassante sapore di abitazione di legno immersa nel verde, il delta del Mississippi, mmh, sì. Angel è un altro buon pezzo, rustico e sapientemente arrangiato, Somebody just stop calling you angel / Angel wings out in the snow and mascara running down, tutto fila. Blue Telescope viene tenuta in gran conto dalla critica, è lentissima e lui riprende a souleggiare come ai tempi di Bring the Family. Old Habits è uno scarno blues, la voce di Hiatt si fa a tratti pericolosamente nasale. The Wreck of the Barbie Ferrari, un titolo che è tutto un programma moralisteggiante, è condita da una base semifunky e da sonorità che evocano l’Oriente; non così male ma sentire uno di Indianapolis che ripete per tutto il tempo una parola italiana con ben tre erre al suo interno è uno strazio e non si vede l’ora che finisca.