Tutti i critici e gli intenditori sostengono che i King’s X avrebbero meritato molto di più in carriera, ma guardiamo in faccia la realtà, se proponi un balzano mix tra Neri per caso (basta co’ ‘sti Beatles), hard rock/metal, prog, pop, funky e soul è difficile avere un grosso impatto sul mercato, è incredibile che a un certo punto qualche major abbia pensato che potesse andare diversamente: ovviamente i dischi di quel periodo più pompato qualcosa vendettero, sebbene meno di quello qui trattato, ma tra i celeberrimi “forati” se ne trovavano a pacchi. Ditemi un gruppo nel giro della grande famiglia metal – perché se c’è il metal nel miscuglio per forza da quel circuito devi attingere e partire – che sia riuscito a sfondare proponendo ricette e combinazioni così eccentriche (vedi Atrox o Psychotic Waltz), senza sfruttare altri mezzucci per attirare l’attenzione e confondere il potenziale acquirente facile a turbamenti emotivi, tipo maschere grottesche o pagliacciate ultravivaci. Il metallaro medio, del quale, si sarà intuito, non ho una grossa stima, sentendo i King’s X, questo disco in particolare, se ne usciva con commenti realmente uditi come “Ma questi sono più soft di Bon Jovi” (insomma, quella capoccia pelosa non gliela fa a uscire dagli stereotipi proposti, se sei sospettato di non essere “duro”, “vero”, allora non vai bene, devi essere scartato a prescindere e paragonato allo storico nemico ideologico, non importano le ritmiche sincopate, il groove, i suoni di scintillante perfezione o l’inumana sinergia tra i musicisti, capace da sola di infondere goduria nell’ascoltatore più illuminato, si pensi a un brano esemplare come We Were Born To Be Loved).

I dischi cult dei King’s X sono soprattutto i primi due, più psichedelici e dotati del fascino della novità, tanto da spingere i luminari a parlare di “futuro del rock”; benché si tratti di una delle mie band preferite, non ho mai nemmeno ascoltato interamente tutta la nutrita discografia, amando soffermarmi sul solo, fragrante e irripetibile Faith Hope Love. Adoro l’ariosità delle sue melodie, aspetto che lo porta talvolta a essere condannato quale “album commerciale”, ma in realtà l’approccio stralunato è solo più controllato e meglio indirizzato che in altre prove. I King’s X probabilmente inneggiano a Padre Pio e alla maronna, pur rinnegando (credo) ufficialmente l’etichetta di band cristiana, tutto questo darsi da fare per infilare in mezzo l’amore per il prossimo, la gioia di vivere, la serenità generosamente offerta dalle piccole cose del creato è sospetto e un po’ paraculo, o comunque poco intelligente, ma alla fine uno lo derubrica con razionalità alla voce “lo famo strano”, accettandolo come parte del package. Ma il fascino della musica, della superiore visione del trio sta proprio nel prendere tutto come uno scanzonato gioco. Si parte con un volubile riff, con un’idea scombiccherata che fa presupporre una certa direzione, magari con l’innocua forma canzone, poi Tabor ci si pasticcia su (sempre e comunque distribuendo sapienti e michelangiolesche pennellate sonore) e, tra incastri ritmici vari e timing sempre puntualissimo, si finisce non si sa come tutti bagnati in altri territori a inneggiare polifonicamente al Signore o coinvolti in qualche altra astrusa stramberia. Uno dei pilastri è ovviamente la title track, lunga e abbacinante marcia che ci accompagna col suo glorioso incedere ben oltre la sua conclusione materiale, venendo chissà come interiorizzata dopo un po’ di ascolti e rimanendo automaticamente con noi anche quando facciamo le fotocopie o espletiamo le altre pericolose incombenze della vita.