Kraftwerk

I Kraftwerk, non lo scopre certo il mio costumista, sono uno dei gruppi più incredibilmente geniali e decisivi mai partoriti. Non solo sono stati a dir poco insostituibili per lo sdoganamento della musica elettronica, un tempo rinchiusa nelle accademie. Ma senza di loro perfino baldi musicisti come i Platters, Michael Jackson e Anna Tatangelo avrebbero probabilmente battuto ben altre tangenziali.

Il loro messaggio, recentemente appena riverniciato da una patina cupa e asfissiante, è stato capace di attraversare indenne intere ere geologiche rimanendo in qualche modo attuale e godibile. Questo anche grazie alla saggia e stravagante decisione di non inondare a casaccio di materiale più o meno inedito il mercato, tanto per raggranellare qualche spicciolo. Concedendosi il lusso della più lunga e autolesionistica menopausa della storia del rock o pop chedirsivoglia.

Ogni elemento audiovisivo a loro imparentato è di solito curatissimo e, alla fin fine, a mio avviso teso soprattutto a denigrare beffardamente l’uomo nel suo patetico tentativo di elevarsi a qualcosa di diverso e migliore rispetto a ciò che in realtà, oggettivamente è. Cioè poco più che una goffa macchina costretta per inspiegabili motivi a viaggiare su binari prestabiliti. Un povero manichino del cazzo afflitto da troppe cataratte che illogicamente si agita nell’irrealtà quotidiana. Beandosi eccessivamente di presunti e prestigiosi successi ottenuti tramite le sue azioni ripetitive e insulse.

I Kraftwerk non hanno bisogno di appesantire le loro creazioni con improbabili e nauseabondi tentativi poetici, che fanno gridare al genio e al miracolo i polli in qualche università blasonata e sempre pronta a regalare la sua bella laurea honoris penis al primo che passa. L’effetto desiderato è ottenuto in maniera molto più accurata e penetrante con parole semplici ben esemplificative della situazione, sarcastiche didascalie glacialmente scandite al momento giusto nell’idioma più appropriato.

Kraftwerk red

Svanita già da un po’ la promessa di un futuro luminoso, più equo e solidale, fatto di strade esageratamente larghe e capienti, l’autostrada (autobahn) percorsa da veicoli straordinari nella loro ordinarietà rappresenta perfettamente questo incessante viaggio dell’umanità verso il nulla del quale ama circondarsi. E che ha essa stessa edificato, tramite ridondanti spargimenti di sangue e con un fastidioso eccesso di tortuosi sbattimenti burocratici.

Così come i ciclisti di Tour de France, al di là delle vicende doperecce, sono la dimostrazione vivente più clamorosa della rinuncia dell’essere (ben poco?) umano perfino a quei barlumi di “vita” ai quali pure potrebbe, forse, un giorno, in parte aspirare. Gli omini indistinti schiacciati sul manto stradale come formichine decidono infatti, scientemente e masochisticamente, di immolare tutta la loro gioventù e le loro energie vitali. Trasformandosi (soprattutto nelle pessimistiche rielaborazioni del 2003, che non lasciano scampo) in tristi surrogati di robottini duracell scagliati verso traguardi fittizi e truffaldini. Per l’orribile (in)felicità del pubblico telezappante.