Tantissimi anni fa andai a un concerto dei Lacuna Coil (ma perché? boh) e il gruppo spalla erano questi Mandragora Scream dei quali non sapevo niente, e che ovviamente erano molto più interessanti di Scabbia e soci, soprattutto la cantante che stupiva per bravura, versatilità, capacità interpretative, spettacolare tenuta del palco. Da allora credo di non averli più riascoltati, oppure mi sono procacciato qualche loro disco del quale non ho comunque ricordi significativi. L’altro giorno sono andato su Google, perché non mi ricordavo più nemmeno il nome della band, a indagare. Non sono neanche sicuro che il gruppo di quella sera fossero i Mandragora Scream, e non qualcosa di ancora più underground, di più veracemente romano e di meno lucchese, perché come detto l’impressione lasciata dalla cantante fu enorme, e ascoltando qua e là non mi pare che siamo ai livelli ricordati, forse non ho preso i pezzi giusti o forse il talento emerge più live, o magari è perché è sì brava ma non è una voce che dà così nell’occhio come altre, più intimista (qualcuno ha detto che si tratta dell’equivalente femminile del cantante degli Anathema), boh, comunque non sono del tutto convinto, non mi rassegno, proseguirò ostinatamente le mie ricerche.

Cominciamo dal primo album, del 2001, Fairy Tales from Hell’s Caves (fecero anche un promo nel ’99). Fairy ci introduce al mondo della band tra suoni a dir poco spettrali, in The Time of Spells Morgan (si chiama così, lei) comincia a sussurrare rassegnatamente qualcosa, poi parte un hard rock/metal a bassi ritmi vecchio stampo di buona fattura, con qualche spiraglio tastieristico progghettaro ma soprattutto parti di chitarra elettrica sufficientemente sexy. Five Tears Drop è discorsiva, l’immaginario è quello dark-fantasy stereotipato che non trovo di particolare interesse. Brain Storm è un’altra ballad misteriosa, resa strana dall’inatteso uso del vocoder, Believe di Cher era stata lanciata sul mercato solo tre anni prima e lo mettevano ovunque a tradimento. Crying Clouds, paradiso, inferno, angeli, eroi, insomma, dal punto di vista dei testi la solita paccottaglia, ma è tra i brani più orecchiabili. Angel Dust è l’ennesima canzone lenta densa di atmosfere e oscuri presagi nella quale apparentemente non accade nulla. Little Zombie inizia con grinta e con un riff chiaramente di Tony Iommi, ma dura poco, si ritorna presto alla placida atmosfera da film horror di Serie C1 girone B e fanno la loro comparsa inquietanti voci di donne inseguite da vampiri, esattori di Equitalia e altri malintenzionati. Child of the Moon, niente rock, pianoforte, incrocio di voci alla deriva, pochi sibili, gelidi, forse il capolavoro dell’album. Starquake è tra i pezzi più normali, ben orchestato, con linee vocali di facile presa e riff sabbathiani tesi a rassicurare l’ascoltatore, finora spiazzato da un album in apparenza acerbo e un po’ scarso dal lato songwriting ma nel complesso giustificato dall’unicità casereccia del suo approccio al filone gothic. Chiude, in linea con i migliori momenti di hard rock malinconico già ascoltati, Fairy Tales from Hell’s Caves (Eva’s Stardust), col poco interessante espediente, che andava molto all’epoca, dell’hidden track messa dopo una manciatona di minuti di silenzio nel tentativo di fare gli originaloni.

Edit: clamoroso al Cibali, il gruppo che cercavo era un altro, i Morgana’s Kiss (Morgana, Mandragora, siamo lì… ecchecaz, chiamateli in maniera un po’ più originale i gruppi), ma di questo parlerò in una prossima puntata.