Le Marsehaux sono due greche invasate dal pop elettronico e dai Depeche. L’omaggio è totale, la devozione incondizionata, a partire dalla copertina, con il duo di spalle in solenne completo bianco a sostituire l’enigmatica e pluripremiata figura falciante col capo foderato di rosso voluta da Brian Griffin. La scelta di A Broken Frame quale album da riportare interamente alla ribalta – anche se suppongo che l’operazione non abbia goduto di grande successo – mi pare evidentemente motivata dal fatto che si tratta dell’LP più bistrattato e oscuro, relativamente semidimenticato, tra quelli storici. Il disco d’esordio, composto quasi interamente dal subito dipartito Vince Clarke (i Depeche in pratica gli servirono apertamente per sfuggire a una vita di duro lavoro nello stabilimento di yogurt locale, amara sorte di tutti i giovani non musicisti del luogo), fu colpito da un’indiscussa notorietà grazie al tormentone Just Can’t Get Enough. Le sue melodie facilotte, per qualche motivo, gli vengono generalmente perdonate (“ah, quant’è bravo a sfornare le melodie facilotte quel Clarke, signora mia”… Fletcher e Gore però reputano What’s Your Name la peggiore canzone di sempre a firma Depeche Mode), anche per la presenza di una perla quale Photographic. Il successivo – ad ABFConstruction Time Again contiene un altro singolone tra i più importanti della band (Everything Counts), e di solito viene considerato un album nel quale i quattro cominciano a gettare le basi di quella piena maturità artistica che avrebbe trovato compimento un paio d’albi dopo nell’indiscussa pietra miliare dark Black Celebration (si pensi alla cupa e stralunata ossessività anticipatrice di More Than a Party).

A Broken Frame invece fatica a uscire dalla sua ingiusta dannazione. Certo, il disco fu penalizzato da una produzione non proprio all’altezza, oltreché dalla niubbaggine di Martin Gore come compositore, che lo portò a partorire pezzi un po’ troppo sul naïf andante per essere accettati (ma io invece trovo affascinante questo aspetto), con qualche testo eccessivamente adolescenzialotto. (Sì, See You è ancora saldamente nei cuori dei fan più decrepiti, e probabilmente anche Leave in Silence in molti l’avranno sentita, se non altro per la sua presenza in tour recenti. Ma gioiellini come My Secret Garden, Monument, Satellite e The Sun & the Rainfall?). La scelta di disconoscerlo, tuttavia, mi pare eccessiva. Il moderno restyling mette in luce, semmai ce ne fosse bisogno, l’ottimo livello di almeno otto dei dieci pezzi (tiro fuori dal mucchio in uno sforzo estremo di obiettività giusto le più difficilmente difendibili – per via della loro frivolezza e immaturità – The Meaning of Love e A Photograph of You, quest’ultima opportunamente immersa dalle greche in una bacinella di seriosa psichedelicità). E poi Nothing to Fear (qui inopportunamente, o forse no, velocizzata) è uno dei migliori strumentali dei Depeche, un capolavoro assoluto di elettrizzante atmosfera, pare di essere lì negli inquietanti campi di grano in Bolscevicolandia. Martin, cazzo mi disconosci?

Le Marsheaux secondo me hanno fatto un lavoro competente e necessario, ma non poi così stupefacente a guardar bene, da fanboy all’ultimo stadio non hanno osato stravolgere i monumenti originali, modernizzandoli dal punto di vista del sound quel tanto che basta da renderli fruibili alle masse attuali (ovviamente le vocine sexy aiutano sempre). Tra i momenti più azzeccati l’ossessiva base ritmica che parte insieme a See You e più non ci abbandona, l’effettistica di My Secret Garden che sembra proprio ricreare quell’intimistico giardino elettronico lasciato intuire nell’82, il dinamismo di Monument, per la quale è stato girato anche un videoclip, che diventa meno ingenuamente misteriosa e più danzabile e tribale. Shouldn’t Have Done That troppo normalizzata e poppizzata, gradevole ma priva della sua amena carica moralistico-anarchica perde un po’ senso (“Plans made in the nursery can change the course of history, remember that, plin plin plin plin plon…”, questa è storia del pop elettronico, raga, la zampata del campione è chiaramente percepibile anche tra questi solchi, altroché), così come Leave in Silence smarrisce parte della sua necessaria solennità.