Da degustatore di funky in tutte le sue salse non riesco a esimermi. Andiamo, non potete paragonarmi Michael Jackson a un Take That qualsiasi, o a quel ciccione di Simon Le Bon, solo perché “re del pop“, definizione apparentemente generosa ma che appiattisce e banalizza. Michael JacksonStiamo parlando di uno che ha reinventato i videoclip e la figura della popstar da combattimento. Un pezzo di anni 80 grosso così. Un Leroy Johnson eclettico gonfiato di anabolizzanti e in grado di bucare la dimensione un po’ farlocca del telefilm per farsi realtà. Uno in grado di cantare, suonare, danzare, comporre, produrre, arrangiare, smaterializzarsi e sculettare contemporaneamente, in modo impeccabile, stordendo le folle. Michael Jackson era razzista, in particolar modo verso se stesso. Era un (antropologicamente) interessante, paranoico e autodistruttivo condensato delle fobie più insensate e inutili che possano affliggere l’uomo contemporaneo, circondato e annoiato da troppo benessere. Michael Jackson era malato. E (forse) un pedofilo, vale a dire, secondo la morale comune in vigore, la più viscida e sfuggente delle caccole, il mostro dei mostri, un non essere umano indegno perfino di respirare e di venire nominato. Ma diversi venerati personaggioni del passato hanno vissuto in modo discutibile e malsano, arrivando a macchiarsi di orrendi crimini. E nessuno si è mai permesso di sindacarne le creazioni, la statura artistica e, in generale, i miracoli operati. Poi, ok, può anche darsi che lo spessore di un Caravaggio sia un po’ diverso. Ma la sensazione che si sia abbassata (finalmente?) la saracinesca sui favolosi anni 80 per ora confonde la visuale e offusca il raziocinio, costringendoci a vagare barcollanti nel labirinto della nostalgia.