Le accuse che vengono ripetutamente mosse alla mia persona relativamente a una presunta e un po’ snob insensibilità nei confronti della musica pop italiana più o meno contemporanea (diciamo da Nilla Pizzi in avanti) sono fortemente esagerate. In realtà ho parecchi guilty pleasure (in)confessabilissimi in quest’ambito, ma si tratta di materiale oramai perlopiù stagionato. L’avvento del web, il successo di Napster e il dilagare dei talent show mi hanno fatto perdere il filo (penso di essere in nutrita compagnia). L’apparente, coatta, inquietante omologazione vocale e umana dei nuovi artisti italiani che vengono gettati ininterrottamente sul mercato, o quel che ne rimane, non mi ha fatto venire voglia di colmare le lacune di una cultura pop (la mia) oramai allo sbando. Non ho seguito, per esempio, neanche l’ultimo festival di Sanremo – quelli vecchi li vedevo, ancora mi devo ripigliare per quella notte in cui Tiziana Rivale – ma dalle varie telecronache che si susseguivano forsennatamente sul palinsesto unico offerto dai social mi è parso che si siano corsi i seguenti, orribili rischi: 1) Vittoria di Max Gazzè (non è arrivata, evvai)(sì, lo so che è molto stimato in tutte le migliori salumerie, ma proprio non lo reggo, tra l’altro si dice che la canzone sia bruttarella forte) 2) Vittoria di Ornella Vanoni, Fiorella Mannoia, Peppino di Capri, Toto Cutugno, Al Bano e Romina finalmente riuniti, evviva, l’amore trionfa, o di qualche altra mummia a caso (Fiorella Mannoia ovviamente l’ho messa per cattiveria per le scemenze che scrive sui social) 3) Vittoria dei Lo Stato Sociale (rimasti all’asciutto, fanno pure quelli che non gliene fregava niente e avevano partecipato per situazionismo, vai con la ola) o di qualche altro gruppo appartenente al nauseabondo filone “indie italiano” 4) Vittoria di cantante a caso sbucato dal nulla con nome di battesimo, o diminutivo/vezzeggiativo dello stesso, scelto tatticamente come nick per stabilire un rapporto più confidenziale con le masse (Annalisa, Elisabetta, Gigino, Stanislao, Oronzo, Ciruzzo, Artura, Carmela, Maria Crocifissa… niente anche qui, ottimo) 5) Vittoria di cantanti a caso che nessuno, neanche i loro genitori, avevano mai sentito nominare prima d’ora, probabilmente usciti da MasterChef o da qualche talent sconosciuto, spinti a suon di calcioni, e che finiranno nel dimenticatoio l’altro ieri (ehm, questa mi sa che…).

L’album di Mietta. Ne sono venuto a conoscenza tempo fa mentre esploravo la discografia di Mango, artista del quale stranamente apprezzo l’uso del falsetto, oltre all’amena provenienza lucana (intendiamoci, chi sostiene che fosse dotato di una straordinaria e impareggiabile tecnica vocale non ha idea di quello che sta dicendo, ma la sua peculiarità stilistica lo fa piacevolmente risaltare, almeno in ambito italiano). Col tempo – avendo probabilmente come molti cantanti pop e rock “intaccato il capitale”, come si dice nel gergo astruso degli insegnanti di canto, cioè essendosi dato alla pazza gioia e a un’emissione vocale troppo spesso irrispettosa di quella tecnica in grado di preservare gli organi preposti all’emissione dei suoni, limitando il ricorso a fonochirughi & C. – mi pare stentasse a raggiungere le vette, in quanto a performance, dei bei tempi di quando Oro impazzava nelle radio e nei supermercati. Diventando quindi parecchio meno interessante, anche perché buona parte della discografia, diciamocelo, non sembra frutto di un songwriting proprio ispirato (e poi tutta la retorica fuffosa su lui che rappresentava l’essenza della tradizione mediterranea, coi suoi sapori e odori, o qualcosa del genere, che tirano fuori ogni volta che se ne parla). Poi, vabbè, il dramma della morte prematura sul palco, coi fratelli che stavano per lasciarci le penne pure loro uno appresso all’altro. Da qui Armando Mango, pedina fondamentale e poco nota nella carriera del fratello (ora lui e Laura Valente, la moglie di Pino, ex Matia Bazar, si stanno scannando per i diritti), nonché colonna portante dell’album di Mietta qui oggetto d’esame. Mietta che, nell’immaginario collettivo penso sia soprattutto ricollegata al trottolino amoroso (du du da da da), e che nei miei ricordi si distingue per la discutibile pronuncia italiana degli esordi. Questo disco fu un flop totale (in buona parte credo per l’autosabotaggio della casa discografica, che evidentemente non ci credeva per niente, si saranno detti “Ma che è mo’ ‘sta roba? ma ‘ndo va questa?”), al punto che si fatica a trovarne notizie in giro. Per sottolineare l’avvenuta svolta stilistica e la raggiunta maturità artistica Mietta si reca anche dal parrucchiere, lasciandoci due o tre “stipendi”.

Il linguaggio utilizzato in questi brani risulta a tratti inaccettabile per qualsiasi normodotato: l’improbabile scelta del passato remoto in Disordine perfetto, e poi “sparami una bugia, bang! bang! bang! bang!”, mah; il giovanilismo un tanto al chilo di Vai go, con le solite menate dei cantanti che asseriscono con sicumera di non avere rimpianti… ma pure fosse, un bel chi cazzo se ne frega?, ecc. Vabbè, non è certo da questi particolari che si giudica un “cantautore”. Sentirti è una distinta melodia sanremese, anche se da questo punto di vista il top lo si raggiunge con La febbre nel cuore e il suo intenso crescendo. Con Shisa (c’è pure il videoclip, uscito con secoli d’anticipo rispetto all’album, in mezzo la bocciatura sanremese del brano Vivo senza te) Mietta tenta improbabilmente di imporsi come icona del movimento LGBT. Uno dei momenti migliori, insieme alla title track, ad Abbracciàti e vivi – sento che il ritornello di quest’ultima però potrebbe risultare indigesto a troppi – e all’irresistibilmente funkeggiante Staccati (questa sto per metterla nella playlist segreta dei brani graditi solo a me e che ascolterò per sempre). Mi piace come Mietta interpreta Una tazzina di thè, a un certo punto urlando infervorata, anche se non ho capito bene perché. Elettropop, stacchetti etnico-arabeggianti stile Mango (nel senso di Pino, abbondantemente presente pure lui), vagiti roccherolle, dance tamarra, la bella voce di una cantante che non sarà dotata di chissà quale particolare carisma e acume, ma come timbro, tecnica e il resto, buttala via. Per esempio… per amore, nonostante il titolo orripilante, è un album da recuperare, sempre che si sia disposti a tollerare i cliché e i limiti intriseci del genere di appartenenza (o, al contrario, si sia aperti alle inaudite contaminazioni apportate allo stesso). Sennò sticazzi, sai che me ne viene a me…

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