Nella mia vita sono sempre stato diffidente nei confronti di due tipi di persone. Quelle che non ascoltano il metal e lo dileggiano spesso apertamente con aria di superiorità morale come genere inferiore (di solito ascoltano tristissimi cantautori americani recensiti da Buscadero, se esiste ancora, ma spero di no, che scrivono canzoni moscissime e indistinguibili tra di loro, roba da spararsi Arisa nelle trombe d’Eustachio; oppure, peggio, sono dei maledetti indiefag). E quelle che ascoltano praticamente solo metal, la fra-tel-lan-za, i Manowar presi seriamente mutandoni impellicciati compresi, mortealfalsometallo e stronzate simili: di solito si tratta di gente rimasta adolescente con la capoccia, che manda patetiche lettere a Metal Shock, se esiste ancora, ma credo e spero di no, del tipo “La vecchietta del piano di sotto mi guarda male perché vado in giro ricoperto di borchie e crocifissi a testa in giù da capo a piedi, anche il salumiere di quartiere di recente mi ha tolto il saluto, che ingiustizia, mondo infame, non voglio più vivere, odio tutti, viva Satana, abbasso Santana“.

Almeno un po’ di metal però va ascoltato, ogni tanto, nella vita, ecchecaz, per evidenti motivi (l’energia che scorre possente, l’esaltazione di onnipotenza nicciana che promana da quel fiume di note incattivite, ecc.; è un po’ come per il funky, per non essere attratto e smosso almeno un po’ da tutto ciò devi essere morto, fuori o dentro). Chiaramente si tratta di un genere-contenitore tendenzialmente conservatore (chi innova spesso non è molto cagato, vedi i magnifici Atrox) che ora dopo vari decenni di cartellini timbrati ha probabilmente davvero detto quasi tutto l’umanamente dicibile. Ciò non toglie che una bella galoppata thrash, per esempio, sia ancora oggi e per sempre inebriante, un qualcosa meritevole di venire decisamente riassaporato ogni tanto, fottesega sia già strasentito e abusato. I Mind Odyssey appartengono appunto alla schiera infinita delle band tecnicamente preparate – i metallari notoriamente trascorrono le loro tristi giornate a suonare e ad allenarsi ossessivamente su scale frigie e minori quindi diventano bravini – e dotate di un discreto songwriting, che non aggiungono però nessuna mattonella. Almeno in questo album del 1993, il primo e l’unico che abbia ascoltato (posseggo addirittura il CD, acquisto immagino dovuto a qualche svendita e a un’entusiastica recensione su Flash, opuscolo che all’epoca si faceva alfiere della conservazione e del metallo tradizionale, pur con qualche sfumatura nella linea editoriale che portava a dozzigliardi di recensioni a trecentosessanta gradi)(ovviamente le tracce me le sto riascoltando comodamente da YouTube, mica co’ ‘sto caldo mi metto alla ricerca del disco sepolto in chissà quale colonnina). Wikipedia inglese li dà come progressive metal cosa che mi fa pensare: o non sanno cosa sia il progressive metal, o negli album successivi questi hanno cambiato impostazione (probabile, in una recensione di un disco successivo si mettono in mezzo i Vanden Plas), perché qui siamo decisamente dalle parti del metallo classico, un po’ pauereggiante, a tratti elaborato ma neanche più di tanto.

Possessed by You dice tutto: testo ignorante (come del resto la copertina del disco, quasi accecante in tal senso da quant’è brutta), riff a presa rapida, pronuncia non eccessivamente crucca dell’inglese, voce metal vecchio stile, espressiva ma aspra, gallinesca, quasi sgradevole per quelli che, come me, sono stati abituati bene con l’opera lirica. Buona opener, anche se con The Reaper si sale di livello, ritmo serrato, doppia cassa semisconquassante, assolo non così complicato ma decisamente azzeccato, testo che può essere riassunto in “La vita è grama, stiamo per stiantare tutti, non fare come me che per un attimo mi sono illuso, vivi alla giornata, ragazzo mio“, o qualcosa del genere. Sotto al video di Because of You (riassunto: “Grazie a te ammore mio ho visto la luce in fondo al tunnel“) uno commenta: “I think they are progressive metal“. Evabbè, che vi devo dire, fanciulli, ma i King Crimson, i Genesis, i Marillion, quelli vecchi, li avete mai ascoltati, per avere una vaga idea di cosa sia il prog (cosa sia il metal lo avete capito, credo)? Pezzo con alti e bassi, qualche discreto momento strumentale ma per i miei gusti emerge un po’ la consistenza vocale da pennuto del buon LeMole, uno che interpretativamente la sa lunga, intendiamoci.

La title track (riascoltata prima del previsto causa YouTube) mi sa che è il brano peggiore, un’atroce ballad acustica, quando partono i coretti buonisti c’è da impiccarsi. Se speravate di fare il colpaccio alla Scorpions co’ ‘sta cacata… Illusions è strana, incedere incalzante, quasi minaccioso, seguito da ritornello sdolcinato e un po’ déjà-vu (“Use Your Illusion“… goffo tentativo di agganciarsi all’uscita semifresca dei Guns?) che pare appiccicato lì per sbaglio, ma nel complesso accettabile, parte strumentale incisiva, sei minuti totali un po’ strabordanti. Alla casella numero cinque abbiamo il gioiellino, il piccolo grande capolavoro del disco. Fire in the Sky è un pezzone, altro che cazzi. Sapiente inizio con voci aeroportuali seguite da riff indubitabile, testo antiIslam che ciancia di dirottamenti (manco c’era stato l’Undici Settembre e già questi stavano invasati, e non erano manco ammerigani), bridge che crea hype a palate, grande ritornello con doppia cassa devastante che fa venire voglia di pogare nel nulla e iscriversi ai Marines, assolo che mantiene alta la tensione e conclusione martellata. Vale la pena possedere il disco solo per ‘sto pezzo, a mio avviso tra i più esaltanti che il metal abbia mai prodotto. Finalmente un accenno di lucidità nel pubblico, evermetal2 si chiede: “I don’t understand why the f@#k the Metal Archives tag them as Prog. Metal!! That’s crazy“.

Odyssey è tra gli episodi migliori, teatrale (merito di LeMole, devo ammetterlo), un po’ barocca nel procedere, melodicamente déjà-vu entro limiti non contestabili, accenno di variazione sbanalizzante (“Il prog, il prog! ecchilo!1“) intorno al quarto minuto. Open Fire diventa gradevolmente roccherolleggiante attorno all’1:40. “Great, Great Vocal“, commenta tale ThePowerheavymetal. Ma nell’ora di Educazione Musicale si può sapere cosa cacchio fanno in tutto il globo? Altro che riforma della scuola… Qualcuno faccia ascoltare Piero Cappuccilli a quest’uomo. Stranger in the City parte con l’arpeggio acustico introspettivo (no, dai, un’altra porcata come la title track no). Vabbè, classico filler composto col pilota automatico da seconda seconda metà del disco. Siamo al digestivo, I’ve Opened My Eyes, ultima casella, quindi ci si piazza il brano compositivamente abbastanza indiscutibile per lasciare un buon ricordo, come i Queensrÿche insegnano. “I feel the beast is coming / The sky is glowing red / And now we are becoming / A world of walking dead“. Apro gli occhi, ma nel mio futuro vedo solo morte, Equitalia e distruzione. Parole grosse, indubbiamente, che imprimeranno un segno nella storia.