I Mindfunk (in origine Mindfuck, ma quei binettini della Sony/Epic li costrinsero a cambiare nome, terrorizzati dal possibile, devastante impatto della parolaccia sulla psiche delle massaie indifese) sono uno dei gruppazzi più sottovalutati espulsi dai primi anni 90. Costoro hanno assorbito nel corso delle varie formazioni che si sono susseguite (una diversa a ogni disco) gente che per un attimo è stata chiamata a far brillare i cessi di band rinomate quali M.O.D, Celtic Frost, Ministry, Soundgarden. E addirittura un ex spacciatore dei Nirvana (Jason Everman, chitarrista/bassista scacciato a pedate da Kurt Cobain nell’89 perché beccato ad ascoltare i Manowar, colto mentre si masturbava sugli assoli di Joey DeMaio, tutto tremante). Il monicker, censura a parte, deriva comunque dalle iniziali intenzioni funky metal, mai del tutto sopite. Il disco omonimo del 1991 — ben suonato, composto e prodotto ma leggermente troppo patinato, a tratti quasi glam, e deficitario dal punto di vista della personalità — ricevette elogi trasversali sulle varie, inutili riviste, da Metal Shock a Rockerilla mi pare di ricordare (ma potrei perfino sbagliarmi).

Il momento più fulgido e significativo si ebbe però quando il facinoroso complesso, scaricato senza tanti complimenti dalla malvagia major imperialista di turno, riuscì a incanalare tutta la sua frustrazione, disperazione e impotenza esistenziale in un albo intitolato perlappunto Dropped (1993 anni dopo che lo Spirito Santo fece il birichino in Palestina). Si tratta forse di una tra le più rassegnate, autodistruttive e personali incarnazioni dello spirito grunge, con quel sound un po’ alla primi Soundgarden (il cantato, Terry Date alla produzione), un po’ alla Alice in chains (backing vocals, ripetitività disturbata e ossessiva di certi passaggi). E poi le chitarre malate dal suono tipicamente grungemetallaro; il batterista Shawn Johnson sempre al servizio della squadra, poco evidente, quasi intimidito dal confronto a distanza con un collega di reparto sicuramente più quotato sui mercati internazionali quale Reed St. Mark (ex Celtic Frost), che aveva sboroneggiato nell’album precedente; il basso che pompa fluido, nitido, possente, le atmosfere ai confini con il magico, rallentato e psichedelico reame stoner. Due anni dopo, sulla stessa scia, ma maggiormente ruvido, lisergico e doomeggiante, People who fell from the sky, più introvabile di un idraulico onesto durante la finale dei campionati del mondo (ah, ennesimo e inevitabile cambio di casa discografica). Ma il numero dei parenti che si ostinava a comprare i loro poco rassicuranti dischi diminuiva sempre di più, da qui il proscioglimento semidefinitivo. Ciononostante, la band si è improvvisamente riformata nel 2007 per motivi francamente oscuri e incomprensibili.