Nessuna persona normale naturalmente oggi si ricorda degli I Mother Earth, ma negli anni Novanta hanno ricevuto dischi d’oro e di platino a badilate in Canada, da dove provengono (ma nessuno si cura di quello che succede da quelle parti, giusto un po’ ora, con Trudeau), e le rivistine nostrane generalmente ne decantavano le qualità in recensioni striminzite che nessuno ha letto. Il nome della band e la copertina (cane con maschera antigas in un ambiente deturpato, quasi irriconoscibile) fanno pensare a del facile ecologismo da operetta, ma i testi dopotutto non sono così molesti, solo un po’ vaghi e insignificanti, buttati là nella speranza che l’utente finale ci scorga chissà che cosa, come nella grande tradizione della musica rock, almeno è quello che mi pare dopo uno sforzo di comprensione superficiale, magari mi sbaglio ma secondo me non vale la pena buttarci altri preziosi istanti. Gli I Mother Earth avevano tutto per incontrare i favori di vaste fasce della popolazione, tecnica strumentale ce n’è tanta, accompagnata soprattutto a una capacità compositiva – e, s’intuisce, improvvisativa – di prim’ordine, e questo conferisce autorevolezza a tutto il progetto; ma la voce del cantante (Edwin, quello all’opera in questo debutto, poi andò via per divergenze musicali ma credo anche e soprattutto umane) ha un’impostazione apertamente poco curata, urlata e spontanea per venire incontro ai gusti e alle esigenze degli ascoltatori facili a intimidirsi di fronte a esibizioni di perizia troppo sfacciate.

Siamo nel ’93 e si dà in qualche modo una vaga strizzata d’occhio anche al grunge, inteso come umore generale, chissà che non si riesca a pescare qualcosa anche da lì. Le percussioni punkabbestia infilate qua e là avrebbero potuto inoltre impressionare favorevolmente gli alternativi più spalancati a certi innesti. Poi, certo, il pubblico dei Red Hot Chili Peppers era bello ampio già all’epoca, volendo pure quello dei Faith No More. Ma gli I Mother Earth hanno personalità e, pur non essendo, chessò, i Tool, in quanto a culto ossessivo e manifesto, quasi totalizzante, della propria aliena e sofisticata soggettività, non sono riconducibili univocamente a un’altra singola e preesistente band. Momenti abbastanza onirici, pacati e riflessivi, a tratti quasi agresti si scontrano con improvvise e ingiustificate sfuriate ormonali funkmetalleggianti (ovviamente sono questi passaggi a incontrare in particolar modo i miei favori, ma è l’insieme a reggere e a risultare spendibile). Basketball. Mai titolo fu più azzeccato per una canzone. È proprio quello che viene suonato durante il pezzo. Il groove di Levigate, questa è roba che chiunque dovrebbe conoscere e mi stupisco ogni giorno della mia vita che non sia così. L’espressività e la capacità di variare senza sembrare mai farlocco di Edwin è quella di tutto il gruppo. La controllata e solenne malinconia funky di Lost My America, canzone che nel suo incedere sembra abbia qualcosa di veramente importante e glorioso da raccontare, forse addirittura degli inestimabili valori ormai perduti da trasmetterci (poi un giorno magari dopo attente analisi si scoprirà che non è così, proprio per niente, ma sul momento la sensazione è che gli I Mother Earth siano riusciti ancora una volta a fregarci).