Verso la fine del 1991 l’album più celebre dei Nirvana decise di invadere i negozi di dischi (lo ascoltai commosso circa un anno dopo). Da allora, è inutile negarlo, non è uscito più nulla che abbia avuto un impatto altrettanto significativo sulla società, sui costumi della gente e sugli andamenti della musica satanica in generale. Ok, a distanza di pochi mesi sono stati sfornati anche Out of time, Achtung baby, Ten, il Black album, Blood sugar sex Nirvanamagik, Use your illusion e chissà quanti altri, più o meno meritevoli, che sarebbe ingiusto non ricordare e non celebrare con appositi sacrifici, possibilmente umani, ma, suvvia, capirete bene non è la stessa cosa.

Quell’album aveva tutto per essere il grande successo interplanetario che fu. Gli ingredienti erano quelli giusti, giustissimi. Tante belle canzoncine facilmente memorizzabili e fischiettabili (non c’è un brano brutto, anche se diversi sono un po’ tirati per le lunghe) miste a numerosi strati di ribellione in olio d’oliva. Una produzione patinata, sagace e obbligatoria scelta della Geffen per addomesticare le asperità punk e rendere presentabili al grande pubblico generalista i rumori un po’ scomposti e le sfuriate atomiche del precedente Bleach.

Il momento era quello propizio, serviva apporre una lapide direi anche musicale sul decennio appena concluso fatto di superficialità nei rapporti umani, edonismo reaganiano dilagante, vestitini buffi con le spalline, e le solite altre immancabili palle. Nulla meglio dell’urlo nevrotico, struggente, nichilista, intensissimo, eterno, immaturo, disperato di un Cobain da brividi in disagio esistenziale permanente poteva riuscire nell’operazione.

E poi una copertina provocante, di quelle che, si vede subito, faranno la storia e verranno spammate e parodiate in tutti i luoghi e i laghi per l’eternità. Impressiona il fatto che il bambino ivi raffigurato ora sia un ometto, dicheno le cronache, il quale se ne va in giro tutto fiero dei suoi genitori lesti ad acciuffare l’occasione che passava nei paraggi, a svendere la sua immagine, la santa privacy di poppante in cambio di un disco d’oro con qualche lenticchia dentro.

Un (sotto)genere musicale abilmente tuffato fuori dal cilindro, dal solito, inqualificabile giornalista, il grunge, tutti a chiedersi cosa mai volesse dire grunge, qualcuno optò per una linea d’abbigliamento, ma la tesi più gettonata era che non significasse un cazzo. Indimenticabile il concerto romano al quale non presenziai (“tanto ci saranno chissà quante altre occasioni”, era la mia filosofia) con Kurt che rischiò di lasciarci le penne, allora sembrava inevitabile che dovesse essere il banale abuso di droghe a porre fine ai suoi giorni e un titolista del Corriere ancora oggi non si dà per vinto che invece sia stata un’overdose di piombo. Un album successivo che si sarebbe dovuto intitolare addirittura I hate myself and I want to die, ma nessuno prese sul serio l’annuncio talmente esplicito e sottotitolato alla pagina 777 di un giovanotto tanto biondo, straricco e confuso che in quel momento aveva in pugno il mondo e le sue teenager, pronte a tutto. Ma decise di non invecchiare col suo scazzo cosmico così ingombrante, di gettare ogni cosa alle ortiche in un istante, la famiglia, i soldi, la fica, rendendo molto più vera la sua musica.