Offlaga

In attesa di procurarmi Bachelite, il nuovo disco degli Offlaga, ho ripreso ad ascoltare il sempreverde Socialismo Tascabile, ellepì che ho letteralmente divorato prima e digerito (grazie a una potente dose di Amaro Medicinale Giuliani) poi. Cos’ha questo album che lo fa sembrare fresco nonostante sia intriso di nostalgia e non dica (dopotutto) nulla di veramente nuovo (lo stile musicale minimalista col parlato/cantato quasi nevrotico/robotico, ai confini con la seduta psicanalitica, tra l’altro è lo stesso del mitico Lungo i bordi dei Massimo Volume)? Cosa lo rende moderno, pur con i suoni elettronici vintage in esso largamente utilizzati (post-punk suonato con la tastierina Casio, l’ha definito qualcuno)? Perché è intenso, profondo, disincantato e amaro nonostante sia anche così scherzoso, a tratti quasi demenziale? La bellezza degli Offlaga sta nella spontaneità romagnola di un progetto nato quasi per caso e portato avanti senza grandi speranze commerciali; nei testi scritti da una persona (Max Collini) che sembra aver vissuto, viaggiato, visto, sperato, lottato e subito molto, forse troppo, e perciò ha anche tantissimo da dire, e riesce a condensare brillantemente le sue esperienze, le sue visioni, le sue disillusioni, i suoi incubi, i suoi ricordi e i suoi sogni andati a male in versi ironici, graffianti e malinconici; nel raccontare in modo appassionato un socialismo che ormai forse può esistere davvero solo in una realtà immaginaria parallela, o nel comodo formato tascabile di un CD; nell’incapacità manifesta di tenere il palco, autentiche antirockstar, facce da impiegati cupi, serissimi, spassosissimi, eppure capaci di coinvolgere come pochi, pochissimi altri; nella capacità quasi unica di unire generazioni diverse sotto lo stesso tetto per un’oretta o più.