Paul Westerberg fece questo disco, oltre ovviamente che per guadagnare, per dipingere se stesso come un uomo semplice agli occhi della gente, un uomo che ama stare in cucina (o nel seminterrato, ora non ricordo cose dicesse di preciso nell’intervista concessa a Mucchio Selvaggio), e, tra una cipolla sbucciata e una patata pelata, lui oplà, ecco che ti caga una canzone nuova di pacca. Se il processo di composizione fosse avvenuto, chessò, nell’arido studio di registrazione da un bilione di dollari al giorno naturalmente non sarebbe stata nemmeno lontanamente la stessa cosa, lui vuole che proprio venga percepito il gusto ruspante della canzone cucinata nell’intimità, è questo il succo. In alcuni pezzi c’è il tocco folk, in altre quello rocchettaro/punkettaro, giusto per rendere chiaro che sì, i Replacements forse non ci sono più ma che lui non si è del tutto rammollito e al momento opportuno può tornare ruggire come il Fausto Leali di gioventù.

In Knockin on Mine ce l’ha con gli intellettuali (“i professoroni!1!1”, diciamolo) e con imprecisati esseri che chiedono il suo illuminato parere, insomma, magari mi sfugge qualcosa ma mi pare il solito sfogo un po’ criptico alla cazzo di cane tipico della rockstar mitomane media, fortunatamente dal punto di vista musicale non si può dire nulla, assolo di un certo gusto, interventi rumoristici azzeccati e accompagnamenti acustici a dare spessore all’arrangiamento, fu scelto saggiamente come primo singolo negli USA. First Glimmer è il brano in cui fa il tenerone ruffiano, io mi vergognerei ma comunque non è male. World Class Fad, si ritorna al rock, e a detta di un ascoltatore di YouTube ce l’ha con Cobain (all’epoca ancora vivo, anche se per poco), non stento a crederci, ai tempi mettere in mezzo Cobain, o qualche altro della moda grunge, andava parecchio, forse nella speranza di ottenere visibilità, boh. Runaway Wind, videoclip onirico con lui spettinato immerso in una cortina fumogena che inghiotte oggetti e donne nude, da vedere.

Dice Behind Your Shade, si ritorna acustici, si ritorna quel pop innocuo che piace a quelli che danno retta alle riviste alternative. Even Here We Are è chiaramente il filler pseudopoetico, che belli i fiori nel tuo giardino, gli angeli nel cielo, i cazzi nel culo. Però, come dice giustamente un commentatore, l’essenza del disco è rinchiusa in questo brano, e nell’altrettanto poco appariscente Black Eyed SusanSilver Naked Ladies, pianoforte, fiati, blues rock smargiasso, birra, tette e Rolling Stones. A Few Minutes of Silence all’insegna dell’immediatezza similpunk e del qualunquismo presumibilmente contro i media che ci ammorbano con i loro continui e vacui scandali, è ora di basta e di ritrovare l’intimità depechemodiana, oh. Someone I Once Knew, l’odore di filler ripetitivo ed evitabile che si trascina stancamente al mattino. Black Eyed Susan, si torna all’intimismo voyeuristico sussurrato con grossi risultati. Things è placida, devo ancora formarmi un parere (dopo ventitré anni di ascolti), comunque c’è un video della televisione britannica nel quale la esegue live conciato come Bon Jovi. Something is Me è chiaramente il rocche punkettaro più straccione e malvestito. Mannequin Shop, si fa ancora ricorso ai fiati, e tra nip, hip, tuck, stop, shop appare chiaro perché noi italiani non ce la possiamo fare con questa nuova musica satanica del dimonio. Down Love, la semplicistica e un po’ forzata sfuriata punk conclusiva.