Ok, è appurato: agli italiani la musica funk(y) proprio non va giù. Un’esterofilia stereotipata a senso unico, genuflessa solo in direzione di certe mode e modelli (santoni del classic rock, fattoni del circuito alternative, puttane del pop mainstream più platinato, profeti new wave nemici della fame nel mondo ma amicissimi del proprio, non esattamente terzomondista, conto in banca). E, sul fronte interno, troppi cantautori comunisti (ndSilvio) seriosi e dalle pretese intellettualoideggianti, più attenti ai testi che alle musiche, devono aver ingessato per sempre i culi e i padiglioni auricolari delle nostre imbalsamatissime genti. Che in genere fuggono terrorizzate, inseguite nei loro peggiori incubi dalle linee di basso incalzanti, dagli stupendi riff sincopati e dalle magnifiche, calde e avvolgenti voci negroidi che di solito contraddistinguono questo imprendibile genere/aggettivo prezzemoleggiante.

Inutile quindi cercare di disseppellire addirittura le salme meno note di gente come Aaron Broomfield, uno degli artisti più temuti e più ignorati della musica dance degli anni 80. Nato in Georgia è stato poi allevato a Miami Bitch insieme a una miriade di fratelli gemelli tutti dediti alla nobile arte del frastuono più o meno disorganizzato. Ognuno di loro era in grado di gestire contemporaneamente un quantitativo di strumenti che manco la dea Calì o un pianista di Montecitorio nei suoi momenti migliori, sax, tastiere e in particolare la sorella Dee Dee era dotata di un’ugola da fare invidia alla Berté attuale. Un bel giorno però il fallo gigantesco di Aaron si ruppe di essere circondato in continuazione da parenti e decise di andare a suonare insieme ad altri quotatissimi musicanti nel sud della Florida, gente come Betty Wright, KC and the Sunshine Band, Timmy Thomas, Little Beaver e quel bel fustacchione di Michael Sterling, mica Allevi o DJ Francesco. Ok, ha conosciuto biblicamente anche Julio Iglesias, ma nessuno è perfetto.

Deluso dall’esperienza tornò a gigioneggiare in abbigliamento sempre più improbabile insieme al fratellame, riprendendo a mescolare sapientemente funk e dance, con giusto qualche schizzo prespermatico di rock, R&B, pop e jazz, tanto per condire. Ma, nonostante una manciata di singoli di un certo rilievo e almeno duecentosessantacinque cambi di monicker, IL successo, quello vero, non arrivò mai. E così i tour mondiali di spalla a quel bluesman della madonna che, a detta anche di un fine intenditore del calibro di Vincenzo Mollica, risponde al nome di Zucchero restarono solo un miraggio.