novgorod

Rachmaninov sta sul cazzo ai cinefili perché abusato abusivamente da Hollywood. Rachmaninov sta sul pene ai musicologi, lo odiano in quanto ha continuato a comporre incurante del susseguirsi delle mode e del passaggio a un secolo nuovo di zecca. I suoi preludi sono decisamente più vicini per sensibilità, eleganza e romanticherie a quelli di Chopin, piuttosto che alla roba di Schoenberg e gli altri pazzi. Il numero 10, il più autobiografico di tutti, parola di Francesco Amadori, è anche quello che fa indubbiamente più male dentro fra i tredici inclusi nell’Opera 32 (siamo in un fiabesco 1910 al quale mi piacerebbe tanto partecipare attivamente, un giorno).

Parte con una melodia che si trascina titubante, sempre sul punto di spezzarsi. Barcollante come un disperato che, appunto, ondeggia sul bordo del mondo in balia dei ricordi, trasportato dall’alcool e dalle incerte condizioni meteorologiche. Deflagra incontenibile dopo un paio di minuti con un bombardamento di accordi eseguiti da manone capacissime che infieriscono con una cattiveria sempre maggiore, per poi re-intristirsi nel finale. Un pezzo abbastanza monotono dal punto di vista melodico e armonico (esigenze strettamente ipnotiche), ma estremamente dinamico in quanto a estensione e volume. Dentro c’è inevitabilmente Mamma Russia, con la sua immensità, la geopolitica e tutto ciò che ne consegue. Dentro ci sono le asperità di un ruolo non facile, le sofferenze indicibili che una personalità esageratamente complessa deve inevitabilmente portarsi appresso per riuscire a sopravvivere, per un po’. Il bagaglio umano delle esperienze, le credenze di una vita si siedono orgogliosamente e dichiaratamente a fianco del compositore interagendo col pentagramma, per Rachmaninov non sarebbe nemmeno immaginabile il contrario.

L’interpretazione più prestigiosa è considerata quella di Sviatoslav Richter (ma quella più recente della Zilberstein — comunque ispirata a essa — forse è addirittura un pelo più emozionante, alcuni passaggi suonano maggiormente naturali e interiorizzati). Il leggendario ucraino rende comunque perfettamente lo smarrimento esistenziale della lenta fase introduttiva, per poi dosare sapientemente il susseguirsi di brutalità ed efferatezze armoniche in quella centrale in modo da condurre l’ascoltatore all’orgasmo senza che costui possa opporre alcuna resistenza.