Cominciamo leggeri con un classico di David Whittaker, Panther, rifatto da Mongo Erectus. Notevole anche l’abbinamento con l’inquietante video, pescato dal famoso Bohc’èscrittolì.

Su RKO spopolano i remix orchestrali che a me generalmente lasciano freddino. Mi piace invece infliggermi ripetuti ascolti di robe tipo questa psichedelica estensione del rilassante motivetto di Nexus dell’omonima e poco duratura etichetta. Suoni sporchi, un po’ impastati e ottobittiani, ripetitività, voce femminile aliena dalla regia, rende precisamente quell’atmosfera investigativa, eccentrica e un po’ sorniona che abbiamo imparato moderatamente ad apprezzare in gioventù. Press fire for function.

Una sensazione di futuristica e corroborante efficienza (?) innerva questo remix minimalista dell’esaltante tema di Keith Tinman per Hypa-Ball, simulazione di sport avveniristico dalle piacevoli ma sempliciotte dinamiche che segnò purtroppo l’inizio del definitivo declino della Odin nel pagellame.

Il tema originale di Alien (quello dell’84, Amsoft/Argus) di Paul Clansey leggermente pompato. Du’ note, ma atmosferina niente male.

Nel 1988 in tutte le edicole della Repubblica veniva svenduta la versione tarocca di Canonrider, forse l’unico gioco mai dedicato all’ameno mondo delle stampanti (il protagonista ne cavalca appunto una: l’aver a che fare con la suddetta, umorale periferica lo stimola a produrre potenti bestemmioni, con i quali si sbarazza dei nemici… naturalmente non è vero). Esclusiva ragione d’interesse del titolo era il petulante motivetto di René Udert, che stranamente ha goduto di ben tre remix (due dei quali non presenti sul più bel sito dell’universo… ok, forse nessuno di essi è perfetto – il Ladytron Sine Tribute a me piaciucchia ma non ha riscosso unanimi consensi, in quanto un po’ incasinato e tirato per le lunghe – però questo passa il secondo me non così malvagiuo convento).

Questa quando schiatto voglio sentirla al mio funerale.

Peter Clarke, una breve e oscura carriera da mediano all’ombra di Galway e compari interrotta da qualche lampo, qui tunzeggiantemente remixato. (Di Double Take l’unica cosa che abbia mai capito è che i programmatori negli anni Ottanta si drogavano tantissimo).

Uno dei remix più atmosferici e robotici mai uditi.

Non ho mai capito bene cosa ci azzeccasse la musica allegrotta — a tratti apertamente semicircense — di Fred Gray col cupo tema fantascientifico del gioco, ma probabilmente l’insieme giunse a incuriosirmi e a piaciucchiarmi proprio per questo (nonostante il deficiente metodo di controllo). Remix a opera del prode Glyn R Brown.

Questo, se RKO non mente, risale esattamente a ben quattordici anni fa. Jeroen Breebart remixa con gran classe la title track sfornata da Johannes Bierregaard per un misconosciuto clonazzo budget di Elevator Action/Gumshoe.