Ho letto e straletto tutte le “FAQ” nelle quali Scaruffi si difende dagli assalti scomposti dei vari peracottari in delirio, e nella maggior parte dei casi sono d’accordo con lui, trovo che le risposte ai fan invasati siano efficaci, pertinenti e talvolta dotate di un certo sex appeal.

Fondamentalmente, apprezzo l’opera improba di quest’ometto, la trovo tutto sommato autorevole e importante (non sto a spiegare perché, tante cose le darò per scontate altrimenti viene fuori un papiro infinito… so benissimo che molti lo ritengono solo un banale alcolista, ma non sono tra questi). Non mi offendo per i giudizi devastanti sui gruppi del cuore altrui, né lo considero un santone (se i giovini si lasciano plagiare, se la loro formazione musicale ne risente negativamente, beh, sticazzi, alla fine nessuno si presenta a casa loro armato per costringerli a pensare come il Pierone), ecc.

Mi prendo però anche la libertà di metterla in discussione, questa straminchio di Storia del rock. Trovo infantile pensare che tutto ciò che è gratutito sia incriticabile per diritto divino, così come reputo puerili le classifiche, soprattutto quelle per stabilire i migliori cantanti, chitarristi, bassisti e citofonisti.

piero scaruffi

Alla fine, a Scarpuffi “contesto” principalmente il voler fare e parlare e ricamare di troppe cose (da solo, almeno formalmente, anche se “ho sempre sostenuto che Scaruffi è al plurale… ci sono tanti Scaruffi e ognuno è uno Scaruffo“). Il che secondo me porta agli svarioni inenarrabili che tutti conosciamo e che mi sembra ozioso stare a ripetere. E il metodo “un ascolto e ho capito tutto!!1!” proprio non va.

Obiezione: “rispetto ad altri campi il rock non è poi così vasto, pensa a un critico d’arte o a un naturalista chiamato a classificare la milionata di specie di insetti esistenti“.

Il rock non è vasto? ‘nzomma… dipende dal “livello di dettaglio” (basta comprare un numero di Blow Up o chi per lui per vedere quante recensioni e quanti “dischi fondamentali” (de ‘sta ceppa, ok) ci sono. E si tratta solo di una piccola parte di quelli fuoriusciti durante il mese. Il problema è che se trattare enciclopedicamente il rock fosse il principale degli interessi del buon Piero (sì, l’ho assaggiato), mi andrebbe pure bene. Ma se mi vieni a dire, quasi schifato, che è in ottocentesima posizione, che non ti interessa/piace nemmeno particolarmente, e che prima (o insieme) vengono la storia della gastronomia pre-euclidea, l’esegesi della ginecologia nel Granducato di Parma e Piacenza, ecc., se contemporaneamente fai il ricercatore/scienziato/quelchecazzè, ammesso che non siano panzane come i più maligni insinuano… Beh, penso semplicemente che un bagno di sana umilté sarebbe d’uopo. Non tanto per rendere migliore lo Scaciuffi uomo, se non fosse chiaro (non me ne frega nulla, non voglio sparare su di lui tanto per… penso non sia necessario ribadirlo ancora). Ma proprio per rinforzare il suo metodo di lavoro e la sua stessa opera.

La storia di un ascolto che andrebbe bene per capire tutto di un disco rimane poi una forzatura inaccettabile, anzi, una cacata di dimensioni bibliche. Anche perché quest’unico, mitologico ascolto perlomeno dovrebbe essere stra-attentissimo (e poi, a quanto mi risulta, Scaruffi non ha nemmeno studi musicologici seri alle spalle… se cambia opinione sui dischi nel corso degli anni uno come Sciarrino, perché mai il Pierone internazionale dovrebbe capire tutto alla prima botta?). E voglio vedere quanto questo sia possibile sparandosi in vena dieci o più dischi al dì (come lo stesso Scarduzzi ammetteva di fare nel suo periodo più intenso e “decisivo“). E il famoso “problema dei votiesageratamente incoerenti, o non corrispondenti al testo delle schede esiste ed è parecchio diffuso: evidentemente è dovuto appunto a questa superficialità, alla voglia di strafare. Sarà banale ma: fai meno, e farai meglio.

piero scaruffi
kspencer

Nonostante queste critiche, ripeto, lo apprezzo davvero molto nei suoi momenti di “lucidità“, quando parla di ciò che conosce veramente, per le questioni che è in grado di notare e sollevare, per l’inusitata ampiezza del suo punto di vista.

Obiezione: “se per un film basta una volta, perché per un disco dovrebbe essere diverso? Un ascolto basta a farsi un’idea, due ascolti attenti sono sufficienti a emettere un giudizio“.

Ma ‘nfatti io, come ho detto, non penso affatto che gli ascolti del Canuffi siano approfonditi. Anzi, non possono esserlo (stato), per le ragioni illustrate in altre sedi. Poi dipende dal disco. È evidente che per Gregorio un ascolto intero sia anche troppo, mentre per un Trout Mask

L’ascolto unico e definitivo mi sta bene per formarsi un’opinione generica. Ma da uno che poi scrive una recensione, che si pone come obiettivo l’approfondimento mi aspetto di più. Altrimenti è un po’ una presa in giro… ci vedo pressapochismo e presunzione in questo atteggiamento, c’è poco da fare.

Le modalità di fruizione e di assimilazione di un disco e di un film mi sembrano diverse, inoltre. Un film (visto al cinema) risucchia la tua attenzione (sei lì al buio, uno schermo enorme davanti, non puoi fare nient’altro). Mentre ascoltare un disco a casa è tutto un altro paio di maniche. Soprattutto pupparsene tanti di fila. Telefoni, parenti, fidanzate, vicini di casa, concentrazione che fisiologicamente va a prostitute dopo un po’ anche nelle condizioni ideali, ecc. Poi il paragone con il cinema non mi convince di base. Sarà un caso, ma la gente i dischi li ascolta anche tante, troppissime volte, mentre altrettanto mi pare non si possa dire di VHS/DVD/BD (con le debite eccezioni). Insomma, la tendenza è sicuramente molto più al riascolto della musica che a sciropparsi ripetutamente i film già visti.

Questo perché riascoltando la musica (che è più “astratta” come arte, quindi anche “meno immediata“) si colgono nuove sfumature (che non vuol dire prestare attenzione all’abbellimento suonato dal bassista, e prima non notato, come vorrebbe Scar-uff…), ogni passaggio comunica qualcosa di diverso, a un livello più profondo, anche a seconda del nostro umore e della situazione, inconsciamente. Occorre interiorizzare, metabolizzare, tradurre note, interpretare rumori, accenti e lamenti. La musica è come se fosse stata fatta per “vivere” con noi. Mentre per quanto riguarda il cinema (che può contare sul “vantaggio” dell’immagine, che è più esplicita e diretta, quasi brutale) il messaggio arriva più chiaramente, il senso di una pellicola è generalmente meno travisabile. La recensione dopo un solo ascolto, infine, rischierebbe ridursi a una mera valutazione tecnica (insomma, a ‘sto punto il progressive dovrebbe essere il genere indiscutibilmente migliore… e i chitarristi virtuosi tutti genialoni), oppure a una fredda ricerca di determinate caratteristiche (l’innovazione su tutto, per l’encicloPiero, come si sa).

E questo mi sembra faccia a pugni con le “storiche” convinzioni di molti appassionati e critici, ammesso che i recensori abbiano la preparazione per dare giudizi tecnici cogliendo tutto al volo (quali studi musicologici avrebbe fatto il nostro pur capace, meritevole e testosteronico amico, torno a domandarmi?). (Scaruffato su it.arti.musica.rock e/o chissailcazzodove).