Siamo verso la metà di quegli abulici e iperproduttivi (discograficamente parlando) anni 90. Il grunge è appena morto stecchito, soppresso a fucilate da Kurt Cobain. Qualcosa di impertinente si sta agitando nella scena musicale britannica e non solo. Qualcosa di velatamente (ma neanche tanto) opprimente, elegante, decadente. Il mio coinquilino chic è chirurgicamente barricato nella sua stanzetta, circondato da saggi alieni incomprensibili più grandi di lui, e dai costosissimi e originalissimi ciddì dei vari Tricky, Portishead, Massive Attack. L’acid jazz ormai è visto come qualcosa di vetusto, pomposo e inattuale dai modaioli più incalliti, impazienti ed esigenti. Chi è già un po’ vecchio dentro e ha bisogno di crogiolarsi in atmosfere malsane ma levigate, lontane dalle tradizionali, maleducate arene del rocchenrolle canonico quanto dalle imperanti tamarrate dell’hip hop più emptyviano, avverte — cioccolato o meno — l’esigenza interiore di qualcosa di nuovo per botulinizzare le proprie rughe esistenziali. Largo allora all’intimismo sussurrato dalla cantante in prestito degli Everything tranne la ragazza (sempre stata sul quarzo, Tracey Thorn, quella musona, mentre avrei trascorso giornate intere a spiare dal buco della serratura Beth Gibbons, vera regina imperitura dell’instabilità emotiva e del Bristol sound). Tutto ciò che non serve viene poco democraticamente eliminato, tranne i fragili inquilini transalpini psichedelici ingabbiati nella piovosa quotidianità dei loro ascensori; sorpresi ad agire, a saltellare e in generale a sopravvivere da Michel Gondry in qualche modo; inutili, in questo strano condominio, virtuosisticamente ricostruito in piano sequenza su di un comune, probabilmente un po’ gelido, pavimento omnicomprensivo.