Winter, winter… a volte mi appare… sottoforma di pubblicità miliardarie come amplesso di macchine lucide nere sportive sicure pennellano spruzzano rallentano sporcano curve meravigliose assaggiate di neve. Winter, winter, montagna levissima abitanti innevati addomesticati su campi di grano di gioco indubitati, distesa bianca unica una, sola dove accecare bambini che si estendono ovunque pianoforti che si cibano di toriamos scarpette rosse che si ciba di neve. Winter, winter, solitario tremando titubando riff inciampando introduce scolpisce aria fendente, ripreso poi ampliato tenuto smorzato ripetuto scopato, a volte fragilina religiosa indifesa, volendo ciclamina esclamata vocina, a tratti un po’ ostentata amplificata esagerata. Ma che importa, è così, falsetti vivi istintivi ricorsi isterici istrioni compressi nel prezzo, lei. Winter, winter, orchestrale farlocco stacco a metà, paraculo, che decora che pompa levigati enormi interni scenari. Ma quando con note, poche comunque, accelerate accentate mi spruzza abbandona mi espelle inerme nel centro del mondo confuso altrettanto spremuto travolto ignorato denutrito strizzato là fuori defunto cibato.

Se riuscirete a sopravvivere alle scimmiette urlanti e al morbo di Parkinson del cinepornoagricoltoreoperatore verrete premiati con la più scarna, affascinante, genuina e invendibile delle versioni.