L’impulso a scrivere questo post, il classico “Someone is wrong on the internet” dell’insuperata vignetta, nasce da una recensione del disco letta in giro, del tipo: “Sì, abbastanza carino, ma niente de che, meglio quest’altro, bla bla” (ma perché fanno scrivere i regazzini… regazzini dentro, fuori, è uguale). No. Se amate il metal di una certa classe esaltato da linee melodiche particolarmente ispirate questo è semplicemente un album da possedere nel più carnale dei modi possibili. Ovviamente, dato il nome della band che esprimeva un’eleganza ricercata e un po’ manieristica e soprattutto l’assurda ed enigmatica copertina con la fotografia di un’inquietante scultura contemporanea di (un attimo, m’immolo nella ricerca del CD) Cesare Marcotto, non me lo feci sfuggire già alla sua uscita. (Abbastanza buffa, a questo proposito, la frase riportata verso la fine del libretto nei paraggi del nome dell’artista veneto, in un italiano quasi gugoltranslato prima di Google: “Siamo lieti di poter presentare la scultura per il nostro CD. Grazie”. Prego, non c’è di che).

Non sono forse un particolare fan della band, visto che non ho mai approfondito come si deve l’ascolto della nutrita produzione successiva, della quale ho sempre sentito dire comunque nel complesso un gran bene. Ricordo però che un giorno, mentre facevo le pulizie, fui costretto (caso più unico che raro) da una forza superiore a spegnere il mangianastri per sottrarre il mio sistema uditivo a un’imitazione per me in quel momento insopportabile di qualche passaggio dei Dream Theater particolarmente celebre. Riascoltando qualcuno di quei dischi di recente però non ho trovato la conferma inequivocabile di quel doloroso ricordo, l’impressione è comunque di un prog metal senz’altro di qualità, ma nel quale l’enfasi è stata posta sulla tecnica più inestricabile e sulla calcolata imitazione dei casi di successo allo scopo di procacciarsi da vivere (obiettivo raggiunto, apprendo da un’intervista), facendo irrimediabilmente perdere la ruspante e magnetica fruibilità dell’esordio.

I testi di Colour Temple sono apparentemente molto semplici: qualche rima, qualche assonanza in un inglese elementare, due etti di gentismo (re, regine e presidenti che mandano in rovina il mondo, insomma La casta ben prima di Rizzo e Stella), la tirata contro iddio onnipotente che se ci sei allora perché fai succedere le cose brutte, però lasciando aperta l’ipotesi che ci possa essere davvero e che possa ancora tardivamente intervenire a metterci una pezza, così si blandiscono sia i classici metallari permanentemente ingrugniti e anticlericali sia personaggi più retrivi e meno maleodoranti, in grado di far convivere disinvoltamente il buon vecchio Gesù, il lavoro in banca e la passione per il rock duro. E poi una generale insoddisfazione di fondo, per dare l’illusione di essere persone vere, e profonde, e quel velo di misteriosa e cupa cripticità tanto per condire. Vabbè. Il disco si apre con Stravinskij, tanto per aggiungere altra sbruffoneria alla copertina e al monicker (era da molto che volevo scriverlo, se però vedete “sophomore” da qualche parte siete autorizzati a impacchettarmi e a consegnarmi a Marco Cappato, destinazione Svizzera). Poi parte la giostra. L’immediatezza quasi opprimente di Father, il tiro di Push, l’immancabile momento di introspezione paracula di When the Wind Blows. Riff che non si schiodano dalla capoccia da decenni. Soul Survives è il brano apertamente prog pensato per dare spessore al disco, la naturalezza e la perizia con le quali il fondamentale tastierista Günter Werno e gli altri sviluppano gli spunti è impareggiabile. Non c’è sostanzialmente niente in questo album che non suoni fresco, indispensabile e potente. Perfino la esse spiccatamente tedesca dell’accorato e bravo Andy Kuntz, in parte andata persa nei lavori successivi con l’affinamento della dizione, è assolutamente adorabile. I Vanden Plas non sbagliano un colpo, tutte belle canzoni non particolarmente innovative. Ma il mio brano del cuore, chissà perché, è la finale How Many Tears, così evocativa e dotata di spiazzante intermezzo funky (Kuntz tra l’altro si dimostra gran cittadino del mondo quando in un live a Parigi ne intona il ritornello in un francese piuttosto spigliato, venendo entusiasticamente assecondato dalla nutrita folla in un crescente lancio di reggiseni e di baguette).

 

Foto di Miriam Heuter.