Seduto su una sedia in vera plastica fuori dallo Spizzico di un centro commerciale all’aperto all’improvviso sento un uomo lamentarsi, forse si tratta di più uomini in difficoltà, magari sottoposti ad atroci torture, ma non sembrano nemmeno urla, parole umane, ancora abbaiate con un residuo di umanità, è qualcosa di più orrendo e illogicamente decostruito. Per quanto i sensi, obnubilati dal pasto appena ingurgitato, me lo permettano tento di decifrare, di dare un senso all’osceno spettacolo sonoro e canoro che, ora lo intuisco, pare diffuso criminosamente dall’altoparlante, l’assenza di dinamiche di un qualche rilievo percepibili, un’accozzaglia disturbata di scoordinati tentativi ritmici e melodici, un pastrocchio assoluto e semicasuale di onde sonore che fino a poco tempo fa non sarebbe stato forse nemmeno concepibile, o legalmente distribuibile, le mie sinapsi fanno uno sforzo supremo per ricollegare tutto ciò a una qualche spiacevole esperienza passata, ed ecco che emerge il ricordo di un video, il più abbrutito e disgraziato di sempre, visionato per pochi istanti diverse settimane prima, quando qualcuno sull’internet aveva menzionato questo brano, Despacito, che pare stesse ottenendo uno smisurato successo in giro per i supermercati, anche se pure questa cosa era dibattuta, i miei supermercati sono differenti e mettono The Winner Takes It All degli ABBA, Despacito brano simbolo della nuova piaga che a quanto pare affligge il mondo, e si prepara ad affliggerlo sempre più. Il pop latino.

Ma veniamo a Rain Forest (i collegamenti fateli voi, che ne so). L’album perfetto e senza tempo, quello nel quale sembra tutto fuoriuscire così fluido e naturale, le scelte compositive e di arrangiamento così ovvie (in senso positivo) e indiscutibili che si dubita perfino che qualcuno abbia dovuto faticare per mettere insieme tutto ciò, probabilmente il disco esisteva già bello e fatto in natura da moltissimo tempo, e un benefattore misterioso a un certo punto ha solo deciso di prelevarlo e metterlo sugli scaffali perché era arrivato il momento. Non ha senso parlare dei singoli pezzi, per quanto qualcuno sia più famoso di altri, l’album è tutto un inno alla suadente rilassatezza, al sole, al mare, al verde tropicale, all’amore, alla nostalgia, all’ozio, all’amicizia, ai bei culi, all’orizzonte, al buon cibo, ai viaggi in superstrada col braccio pericolosamente penzolante fuori dal finestrino, a quell’attimo supremo in cui si riflette sul significato della vita appesi gocciolanti al bordo di una piscina, alla magia ricreabile tramite l’ausilio di un semplice organo Hammond B-3, al quale gli altri strumenti (flauto, trombone, chitarra, percussioni) pur atmosfericamente importanti s’inchinano con immenso buonsenso lungo tutta la durata dell’opera. Il disco fu registrato in soli due giorni e questo favorì certamente il minimalismo. Easy listening, lounge, bossa nova (tutti la bramavano negli USA degli anni Sessanta), latin jazz, il sigaro e il Martini ce li dovete mettere voi. Elevator music, diranno i maligni, ma se questa è l’elevator music io dall’ascensore non voglio scendere mai più.