La vignetta di spiegazioni non aggiunge molto alla prima: che volevate che dicessero, “stiamo perculando i morti”? Ovvio che ci fosse dietro un senso di quel genere (almeno ufficialmente, poi in realtà magari è solo voglia di fare casino saltando sui banchi, infilandosi le dita nel naso e urlando parolacce disperatamente come in prima media). Se si voleva criticare il mancato adeguamento degli edifici del Paese al persistente rischio sismico, si è scelto decisamente il modo più scemo (la “mafia” magari avrà messo becco nella costruzione dell’ospedale, ma manco, è tirata per i capelli anche quella, ma mi sa che col resto di ciò che in questa occasione è venuto giù, edifici perlopiù antichissimi, c’entra pochino).

Tuttavia lo stile di Charlie Hebdo, che è paragonabile a quello del nostro Vernacoliere e di altre vecchie pubblicazioni nostrane, è (sempre stato) quello: le analisi non sono certo documentate e raffinate, il qualunquismo sguaiato e pecoreccio un tanto al chilo abbonda, così come i luoghi comuni… Più che satira fatta secondo i rigidi precetti luttazziani è goliardia, umorismo nero spiccio e raffazzonato, voglia di trollare il mondo. Il punto è che si tratta di pubblicazioni “cult” probabilmente pensate per avere una diffusione limitata, quasi clandestina, destinate a chi apprezza quel taglio pesante e da “guilty pleasure”, non per finire sotto i riflettori ed essere valutate seriamente da intere nazioni o da tutto il mondo per settimane. È un po’ come se facessimo ascoltare a tutto volume gli Impaled Nazarene, o qualche altro truce gruppo black/death metal, al capufficio o alla vecchietta del pianerottolo a fianco: l’operazione, situazionismo a parte, non avrebbe chiaramente alcun senso.

Per finire, un’obiezione che è stata diffusamente posta è “ma non sono stati ‘cattivi’ anche con i francesi ai tempi degli attentati”. Beh, a quanto pare (non sono un appassionato del genere) non è proprio del tutto vero.