Negli scorsi giorni sul web mi sono imbattuto in tutta una serie di status “da fenomeni” di un certo successo commerciale – accompagnati da una pletora di commenti altrettanto ipercritici – provenienti da “pensatori” di varie aree (l’inavvedutezza è trasversale, cosa che mi impedisce di accanirmi particolarmente solo con questa o quella categoria di scemi), lunghi elenchi infarciti di supponenza e anatemi relativi a ogni singolo e infimo aspetto della gestione della crisi. Sospetto che la sfiducia galoppante di facile presa presso il pubblico, parte di esso, negli ultimi giorni sia stata alimentata dai dati forniti dalla protezione civile, col famoso picco che pareva non intravedersi (solo ieri un’inversione di tendenza, speriamo che i dati si consolidino e anche che contribuiscano a portare maggior consiglio)(questo precisando che c’è un ovvio scollamento tra i dati forniti in televisione e la realtà concreta, per tutta una serie di motivi)(parliamoci chiaro, le robe che si vedono in quello show non valgono un cazzo, servono solo per intrattenerci nelle pause tra una serie TV e un gatto)(scherzo, una vaga indicazione forse la danno). Ho risposto ad alcuni di essi, ma chiaramente è dura provare a far ragionare quelle capocce dure che vi ritrovate. Per le solite ragioni – se aspetto di mettere a punto la versione “definitiva” del mio pensiero non pubblicherò mai, o verrà fuori un pippone dalla lunghezza ancora più irragionevole – provo a proporre l’ultima elaborazione del mio punto di vista in merito (in risposta a questo articolo qui), con qualche aggiustamento.

Interessante, assai, Cristante, ma noto che il parere di molti esperti (nel loro campo, ma forse gli mancano un po’ di pezzi di conoscenza e consapevolezza da andare a prendere fuori dallo stesso) è inficiato da bias o lacune che fanno in modo che la visione complessiva che hanno sia in parte discutibile e quindi le soluzioni che propongono forse non siano proprio realisticamente applicabili nella loro interezza.

Qua leggo: «Male il contenimento perché non ha senso tenere tutte le persone a casa e le fabbriche aperte. Solo ora è stato fatto un piccolo passo in questo senso. Una follia». (Peraltro ho un metodo personale pressoché infallibile, o almeno nei lustri non mi ha mai tradito, per capire se un nuovo, chiacchierato provvedimento possa essere più o meno sensato: se in giro leggi e senti scleri di genti che si lamentano per motivi diametralmente opposti – in questo caso, «si chiude troppo», «si chiude troppo poco» – vuol dire che probabilmente almeno un po’ gli autori dello stesso ci hanno preso).

La Cina può fare un discorso del genere per la sua immensità territoriale e demografica, l’Italia molto meno, è evidente. Se chiudi Wuhan fa niente, ciò che serve viene prodotto da altre parti della Cina e spedito lì. Peraltro da noi a essere maggiormente colpite sono state le due locomotive, Lombardia e Veneto, non è che puoi dire «sì, ma nessun problema, a fornire quello che serve ci pensa la Calabria» (premesso che ho molti amici calabresi).

Chiudere tutto tutto tutto = tra un po’ il problema principale non sarà più il virus (che è un problema immenso), ma la fame e le città in fiamme, e forse pure la tenuta democratica. O meglio, al virus si aggiungeranno questi altri problemi, e tutto rischia di sfuggire di mano. Tra l’altro se cadessero alcune filiere importanti anche la stessa lotta al virus verrebbe ostacolata e rallentata (non è che possiamo sempre aspettarci aiuti dall’estero, materiale sanitario soprattutto, visto che altri Paesi tra un po’ è probabile che saranno conciati peggio di noi).

I vostri amati tamponi, soluzione di tutto (la locuzione “a tappeto” ve la sognate pure di notte, insieme alla Lucarelli). Non è vero che non li facciamo e che non stiamo cercando di farne sempre di più, ma esistono limiti e difficoltà oggettive (incredibilmente non prese in considerazione nemmeno dallo stesso Cristanti nell’intervista di grande diffusione che ho linkato all’inizio: leggendo, sembra che per lui il tampone sia solo un coso da trenta euro e che tu possa farne quanti ne vuoi ogni giorno). Ora di tamponi ne facciamo mediamente più della Germania, fatte le proporzioni. Sulla situazione lombarda, copincollo questa spiegazione di parte ma non del tutto esecrabile.

Gallera: ‘In Lombardia fatti 70.598 tamponi’
‘Bisogna avere il tempo di processarli’


(ANSA) – MILANO, 23 MAR – “Noi siamo la Regione che ha fatto il maggior numero di tamponi, ne abbiamo fatti 70.598 a ieri”. Lo ha detto l’assessore al Welfare di Regione Lombardia, Giulio Gallera, in collegamento con la trasmissione Mattino Cinque, rispondendo al giornalista che gli ha chiesto se si faranno test a tappeto. “Adesso stiamo, in maniera selettiva ampliando, abbiamo previsto che i medici di medicina generale facciano il tampone, e il personale sanitario che ha anche poche linee di febbre, chi ha 37.5. Stiamo valutando anche l’efficacia di questi test rapidi che a noi non risultano avere grande efficacia. – ha concluso -. Abbiamo 22 laboratori attivati e facciamo 5 mila test al giorno. Io posso fare anche 1 milione di tamponi ma poi devo avere il tempo di processarli, dobbiamo lavorare in modo efficace e selettivo”. (ANSA)

Quindi serve visione, senso civico, disciplina mentale, responsabilizzazione personale, equilibrio. Che è complicatissimo da trovare, anche perché in Italia pensare di non mediare, insomma, mi pare un po’ irrealistico, per ragioni intuibili a chi non è nato ieri. La decisione di dare un’ulteriore stretta (c’è chi la trova poco significativa… che non si potesse fare molto di più senza bloccare filiere indispensabili e non creare danni incalcolabili al tessuto produttivo e sociale?) mi pare vada nella direzione giusta. In altre parole, dobbiamo trovare una formula che ci permetta di controllare il virus e contemporaneamente evitare il tracollo del sistema. E non è affatto facile.

Per questo (dando per assodate le responsabilità immense della classe politica nella prima fase, per via della risposta incredibilmente tardiva che ha fatto danni inenarrabili, ed è il motivo per il quale fatichiamo tanto ora: per i meno attenti, ogni singolo giorno di ritardo nell’adottare le misure basilari ha un prezzo salatissimo in termini di vite umane e impatto economico)(questo facendo notare che il ritardo cognitivo altrove è stato anche parecchio più marcato, tra partite col pubblico, adunate e concertoni visti fino all’altro giorno, e i «tanto ci pensa l’immunità di gregge») me la prendo con i sessanta milioni di supponenti, scomposti e improbabili allenatori con la soluzione in tasca.

Visto che governare il Paese in questo momento non è esattamente come pontificare sui social tra un meme e Netflix, forse bisognerebbe riflettere un po’ di più prima di lanciarsi nei soliti pipponi ed elenconi indignati, secondo me spesso molto populistici e faciloni, nei quali TUTTO quello che si sta facendo ORA è incredibilmente sbagliato, come fanno a non capire che la soluzione esatta ce l’ho io, «i tamponiiiii, bisogna fare i tamponiiiii a tuttiiiii tre volte al giornooooo prima e dopo i pastiiiii come fanno a nn capirlooooo perché a TizioCaio non gliel’hanno fattoooooo». Ritorno sul tema per la sua centralità. Vi svelo un segreto, premesso che i test sono ovviamente importantissimi, analizzare un tampone, ripetere poi magari l’analisi, richiede ancora, al momento, un certo TEMPO, oltre a ingenti risorse umane e di altro tipo, come i laboratori e i macchinari, risorse per definizione non infinite: e oggi siamo arrivati a fare anche più di venticinquemila tamponi al giorno, tanti, una quantità che non si discosta tanto dai centosessantamila a settimana che il Financial Times accredita, come picco, attenzione, alla Germania, anzi, come detto in proporzione ne facciamo di più. Precisazione del 29 marzo: un nuovo pezzo filotedesco de Linkiesta dà, senza riferimenti precisi, a meno che non mi sfuggano, il dato dei centosessantamila come “potenza di fuoco” impiegabile fin dall’inizio della crisi, ma questa cosa non mi risulta (poi ci torno). Se Francia, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi e altri stanno avendo tanti problemi a farli un motivo ci sarà, no? La parola definitiva in merito è data da un post dell’ANBI (data: 28 marzo, lo dico per evidenziare che è passato un po’ dall’inizio della crisi, la situazione è già un po’ cambiata, e questo è un aggiornamento) che evidenzia tra le altre cose come la rigida struttura del nostro sistema sanitario nazionale sia inadeguata come concezione ad affrontare un’emergenza del genere, in quanto rallenta il necessario coinvolgimento di molte strutture, frenato anche da intoppi burocratici. Anche spingendo al massimo in questo senso però restano problemi rilevanti come quello dell’approvvigionamento dei necessari reagenti chimici, molti dei quali non prodotti da aziende italiane. Un successivo video del presidente dell’ANBI mi pare poco convincente, in quanto si spinge sul concetto che potremmo fare centocinquantamila tamponi al giorno (ellapeppa). Chiaramente in teoria sarà pure così, ma appunto sono dichiarazioni che arrivano dopo un mese e passa, e resta da capire come la Germania (più ricca, più grande, ecc.) a pieno regime dopo varie settimane riesca a sfornarne più o meno altrettanti. A settimana, però. E come nemmeno gli altri Paesi occidentali cachino tamponi da subito come se nulla fosse. Insomma, è un esperto, per carità, ma avendo un altro ruolo rispetto ad altri con responsabilità organizzative non si rende conto magari delle differenze che passano tra una bella dichiarazione per spronare a fare meglio e la pratica; e che forse non è solo “la burocrazia”, nel senso di qualcosa di eliminabile con uno schiocco di dita.

Un quadro almeno altrettanto ampio è offerto da Giorgio Palù, professore emerito di microbiologia e virologia dell’università di Padova: «I laboratori di Microbiologia non hanno però le risorse strumentali, di personale e reattivi per eseguire 10.000 test al giorno. Ma soprattutto, anche se dovessimo trovare qualche individuo asintomatico positivo fuori da un supermercato, che misure saremmo in grado di prendere? Dovremmo metterlo in isolamento! Ma abbiamo già un decreto che prevede tale misura. Si tratterebbe dunque, piuttosto, di fare rispettare rigidamente il decreto attuale incrementando il più possibile il distanziamento sociale». E ancora: «[…] Fare tanti test serve quando si ha un focolaio ben preciso, non infezioni sporadiche. Abbiamo già superato quella fase dell’epidemia. Il virus è già diffuso nella popolazione: quando i buoi sono scappati dalla stalla è inutile chiudere la stalla. Semmai dovremmo insistere con misure di isolamento più drastiche e con la chiusura ulteriore di attività pubbliche (trasporti, riunioni etc.)». (Notare che queste parole sono state pronunciate prima delle ultime e ulteriori misure di chiusura adottate). «Fare più tamponi agli asintomatici indiscriminatamente adesso non serve ed è scientificamente poco giustificabile anche per la natura stessa del test molecolare applicato al tampone, il cui potere diagnostico dipende strettamente dalla fase dell’infezione (lo stesso soggetto può essere trovato un giorno negativo e l’altro positivo)». Altra parte di questa preziosa intervista che mi preme evidenziare: «Cosa voleva dire allora il direttore dell’OMS quando ha dichiarato che bisogna fare test, test, test?». «Si rivolgeva a chi non li fa o ne fa pochi! Ci sono interi Paesi che non adottano ancora adeguate misure diagnostiche dove il contagio è in fase di rapida ascesa. Come sostengo da tempo, questa è un’infezione nosocomiale (il virus si diffonde bene negli ospedali) anche la SARS si comportava così. Un piccolo indizio ce l’abbiamo dal fatto che sono stati trasferiti pazienti positivi dal piccolo ospedale di Lodi a quello di Bergamo e successivamente abbiamo avuto un aumento delle infezioni e delle morti nella provincia bergamasca. In Lombardia ci sono più persone infettate perché il tasso di ricoveri è del 60%, rispetto ad una casistica mondiale del 15% e ad un tasso di ricoveri del 20% nel Veneto. […]». «I tamponi andrebbero perciò eseguiti in primis al personale sanitario, che lavora negli ospedali, nelle case di ricovero, in comunità, ai tecnici di radiologia, a chi è necessariamente in contatto con la gente perché svolge un ufficio pubblico (poliziotti, carabinieri, responsabili di attività indispensabili…). A questi dovremmo fare i test con priorità per proteggere i più gracili ed esposti (pazienti immunodepressi, anziani) non a tappeto per trovare genericamente l’asintomatico positivo».

Altro ritornello: «la Corea del Suuuuudde, bisogna fare come la Corea del Suuuuudde» (che, come altri Paesi asiatici, alcuni dei quali mi risulta peraltro abbiano avuto delle recenti “ricadute”, traccia allegramente anche il buco nel culo della gente mentre qui se vai a leggere le risposte ai tweet di Burioni che proponeva cose del genere sia un mese fa sia oggi trovi quasi solo commenti tipo «fascista!», «ma cosa dite, nunsepofa’ popio tennicamente», «la privacy è più importante, finita quella finito tutto», ecc.).

A Taiwan la lotta al coronavirus pare vada (andasse?) particolarmente forte. Modello Taiwan? Che dici, Oronzo Canà di Facebook, la accendiamo?

Insomma, a naso, in una democrazia liberale occidentale far accettare certe cose è un filino più complicato. Poi se non erro il modello Corea del Sud, ammesso che davvero sia così vincente, tra un po’ magari avremo le idee più chiare in proposito, lo puoi applicare fino a un certo punto, sia perché i popoli europei e di quelle zone sono differenti tra loro sotto vari aspetti, comportamentali, culturali e sociali – tipo, non so, mi lancio in una spericolata generalizzazione, che il distanziamento sociale a loro viene più naturale; o se in Giappone dici, per fare un esempio, che non bisogna andare a correre non ci vanno e morta lì, qua le priorità vengono invertite con grande disinvolura ed esplode la rivolta di quelli intelligenti per difendere i poveri runner, alitanti e gocciolanti, perseguitati («il vero problema è lo stigma verso il runner» iz de niù «il vero virus è il razzismo», o altra fesseria retorica di successo condita con effetti speciali di un mese fa) – sia per le diverse modalità con le quali si è diffuso il virus là. Questo visto che gli untori erano soprattutto i membri di una setta, per giunta relativamente giovani, quindi tracciare e circoscrivere attivandosi per tempo era più semplice, qui abbiamo avuto la probabile bomba della partita dell’Atalanta, la gente in isolamento a Codogno che andava a sciare, ecc. Ah, la legislazione sudcoreana introdotta nel 2015 dopo che il Paese era stato colpito dal Mers è questa. A occhio sembra più complicato che scaricare un’app.

Prugna. Lo so. Ma un fondo di verità forse c’è anche qui.

Quello che intendo è che magari sarebbe meglio selezionare con più cura gli argomenti che portano a stracciarsi le vesti in piazza. Per quello che viene fatto ORA che i famosi buoi sono già ecc., ripeto. Qualche esempio. Quelli che strepitano «perché non viene fissata una data» (risposta: perché è un cazzo di virus e non lo sa nessuno quando tutto finirà, quindi sarebbe buttata evidentemente a casaccio? No, ma loro insistono. Vogliono una data, così, generata random, per sapere quando potranno tornare in palestra o a bersi gli aperitivi del cazzo. Vabbè. C’è anche la variante «perché non dicono ufficialmente che si andrà oltre il 3 aprile?». L’hanno capito anche i sassi che il lockdown verrà prolungato, davvero è così essenziale? Sono momenti complicatissimi da gestire, con un sacco di variabili in gioco, situazioni in evoluzione, gente e associazioni che vogliono avere voce in capitolo, ecc. Sarà per quello). Poi. Indignarsi per le dirette su Facebook è un po’ come se nel ’54 fossero usciti di senno perché Einaudi ha tenuto il discorso di fine anno in diretta TV. Sì, d’accordo sarebbe più corretto che le facesse sulla pagina istituzionale e non su quella personale, è un bieco trucchetto per guadagnare follower. Ma rendiamoci anche conto che la politica, il livello di personalizzazione della stessa e la comunicazione sono e saranno sempre più questi, e i fiumi di iracondi caratteri che vedo versati per questa faccenda mi sembrano sproporzionati alla furbacchionata fatta, soprattutto visto il contesto attuale. Dai, è la classica roba che ferma Facebook per due petulanti giorni in tempi normali, e ok, le dinamiche le conosciamo, ma a fare lo stesso adesso non vi sentite un po’ stucchevoli? Nel discorso ci metto anche le reazioni alle varie frasette retoriche da Baci Perugina di Conte. Se invece di farvele scivolare via come l’ovvia dose di banalità che si sa che tocca sorbirsi in queste occasioni, e che toccherebbe, in dosi più o meno robuste, molto probabilmente anche se ci fosse un altro al suo posto, replicate con carrettate di altra retorica da quattro soldi (Conte: «Questa pausa può essere anche un’occasione per riflettere sul senso della vita», coro di commentatori invasati: «Aaaaaah, skantaloooooh, ma lo sentiteeeee, laggente ora è senza lavoro per colpa tuaaaaaa, maledettooooo, altro ke riflettereeeee», ecc.) non è che sembriate più furbi o migliori di lui. Anzi, i grillini parete voi. Per non parlare di quelli che invocano la spiegazione ufficiale a reti unificate all’orario che dicono loro anche dell’ovvio, tipo a che serve tutto ‘sto distanziamento sociale, ma siamo sicuri, Conte, spiegaci meglio – sì, perché i medici e il personale sanitario in tutto il mondo pensate che i famosi cartelli NOI CI FACCIAMO IL MAZZO IN PRIMA LINEA QUI, MA VOI CONTRIBUITE STANDO A CASA li reggano per fare attività fisica? O di altri aspetti dei quali si può approfondire la conoscenza banalmente con qualche click di mouse o guardando qualche trasmissione.

Mentre comprendo e condivido per esempio sottolineare il fatto che quello che sembrerebbe essere un consigliere del governo è un complottista perfino tra i meno avveduti. Sono d’accordo sulle critiche allo spettacolino serale delle diciotto, coi vertici della protezione civile che cercano di venderci la retorica delle morti in massima parte COL coronavirus, anziché PER il coronavirus: questo perché minimizzare anche basta. È giusto invocare che si faccia qualcosa di più tangibile per ampliare la possibilità di ricevere la spesa a casa almeno per le categorie più deboli, alleggerendo i supermercati. È sacrosanto e doveroso puntare il dito contro l’ennesima carrettata di soldi buttati, ora, per Alitalia. Quando (se vogliamo fare mosse “nazionalizzatrici”) dovremmo, per esempio, investire risorse per assicurarci, nel futuro, la produzione entro i nostri confini di alcuni beni strategici di tipo sanitario. Sto parlando delle famose mascherine, e non solo. Insomma, critiche e osservazioni sì, ma più su cose costruttive, e meno gnè gnè petulanti e accigliati ‘ndo cojo cojo, tanto con l’indignazione so’ like facili.

Ah, riguardo ai dubbiosi sull’efficacia (del tutto ovvia, ma anche quella molto discussa nel periodo immediatamente post aperitavitale, perché a noi, si sa, a pandemia in corso ci piace discutere pure se uno dice «il cielo è azzurro») di certe misure restrittive: pare che chiudere le scuole, incredibilmente, serva. Chi l’avrebbe mai.

Insomma, si sarà intuito che tutto questo pippone allucinante non lo sto scrivendo per difendere grillini, comunisti e scemi vari al potere. Cioè gente che generalmente passo un sacco di tempo a infamare (e ora mi hanno ricordato anche della faccenda Conte-Stamina, oggesù). Chi non ha capito che questa è una débâcle della sanità e della politica occidentale, se non mondiale o quasi, accusando facilmente (andando oltre le responsabilità che effettivamente ha) la classe politica italiana, che in questo momento è probabilmente quella sta facendo nel complesso meno peggio, non ha ben chiara la situazione. Il mio punto è che, per motivi già descritti nei precedenti post di questa serie e che continuerò a descrivere, questo sarà un periodo durissimo e che probabilmente si protrarrà per parecchio, con sviluppi potenzialmente imprevedibili. Un qualcosa di inedito nella nostra storia recente, una prova incredibilmente ardua da superare per tutto il Paese. Quindi è necessario mantenere i nervi saldi, essere compatti e avere l’umiltà nel capire che se la soluzione definitiva in tasca non ce l’hanno “gli esperti” è improbabile che ce l’abbiamo noi. E che occorre mantenere il minimo necessario di coesione sociale per evitare anche che democrazia e convivenza civile vadano a ramengo (cosa che sarebbe di ostacolo, è evidente, anche nella lotta alla pandemia). Ed è molto complicato mantenerla se si diffonde a macchia d’olio la sfiducia verso le istituzioni e l’idea che ogni singola cosa che si sta facendo sia completamente sbagliata – conseguenza: gente che smette di rispettare anche le regole basilari –, se non addirittura criminale (questo spesso in base alle nostre umorali, e forse lacunose da vari punti di vista, valutazioni da “sessanta milioni di allenatori”).

Mi si potrà obiettare che la mia valutazione si basa su bolle e che in realtà il sostegno all’azione del governo in questo momento è forte. Può essere, il punto è che, ripeto, questo è solo l’inizio: nessuno sa quando tutto questo finirà e come la situazione si evolverà. Ci saranno disagi, danni, imprevisti e, inevitabilmente, storie e situazioni drammatiche (facile immaginare di che tipo). E la rumorosa minoranza disfattista ha potenzialmente praterie spalancate davanti a sé per affermare il suo affascinante e pericolosissimo storytelling.

Per gli appassionati: screenshot dai social nei quali mi ripeto, ripetersi è orribile, e cerco di far capire per l’ennesima volta a qualcuno (ormai è una missione) che il mondo reale non è fatto a compartimenti stagni, ma è sfaccettato e più complicato di come forse ce lo raffiguriamo, per questo l’approccio “ipse dixit” – di un certo successo recente, dato che si contrappone frontalmente all’uno vale uno mondiale descritto dalla vignetta nella quale il pilota dell’aereo viene scelto per alzata di mano – ha i suoi limiti. E che mettere direttamente a governare epidemiologi e virologi durante una crisi sanitaria, nonostante vadano ovviamente ascoltati e tenuti in grandissima considerazione, forse potrebbe non essere l’ottima e risolutiva idea che in un primo momento ci appare. In altre parole: accontentiamoci della politica, per quanto mediocri, fallibili e limitati possano essere i suoi attuali esponenti.

Ah, un altro commento era relativo all’elevata letalità lombarda che non si riscontra in nessun altro posto, quindi ORA la gestione è completamente sbagliata. Non dico certo che in Lombardia stiano facendo tutto bene (rimando al commento di Palù per gli errori che stanno forse commettendo, in breve eccesso di ospedalizzazione e non abbastanza attenzione per la salute degli operatori sanitari). Le mie perplessità sul federalismo che ci ritroviamo attualmente l’ho già espresse. Chiaramente c’è anche lo storytelling Lombardia sciagurata vs Veneto virtuoso. Quest’ultimo avrebbe (cito) «reclutato tantissimi biologi/biotech per volontariato e coinvolto i centri di ricerca per eseguire più test possibili. La Lombardia ha sovraccaricato pochissimi laboratori che lavorano su turni». Quindi un problema organizzativo e staff sanitario di Zaia più in gamba (o più che altro dinamiche del contagio più “sfavorevoli” rispetto al Veneto?). L’Harvard Business Review (modifica del 30 marzo) ha fischiato: Zaia 1 Fontana 0. Ma mi pare forse una valutazione un po’ troppo “da lontano” e col senno di poi, tenendo poco presenti certe difficoltà pratiche tra le quali gli amministratori locali devono muoversi e appunto la palla al piede della concezione superata del nostro SSN.

Ovviamente noi siamo l’avanguardia in Occidente, siamo in anticipo sugli altri. Su posti dove facevano concertoni, spettacoli, adunate e se ne fottevano allegramente fino all’altro giorno. Forse asserire «siamo i peggio nella gestione» rischia di essere prematuro, con l’espansione che sta avendo il fenomeno, vediamo come si evolve. Germania e Spagna (dove la situazione pare grave perché il contagio è diffuso) ci tallonano in quanto a dati sui contagiati.: siamo solo all’inizio, e non è detto che i dati tedeschi restino questi se il virus passa alle persone più anziane. Update del 25 marzo: in Spagna 738 morti, gente malata che fugge dagli ospedali, chiesto l’aiuto della NATO. E sono indietro di due settimane. Poi ci sono aspetti come i conteggi di infetti, morti, ecc., sicuramente tutt’altro che precisi da noi, ma che i dati altrui siano perfetti, insomma, ecco, avrei meno fideistiche certezze a riguardo. E Ricciardi pare averne molte meno di me. Altri fattori che influenzano, come il fatto che in Germania i giovani (formidabili vettori di contagio per le peculiari caratteristiche di questo virus) vadano a vivere mediamente prima da soli mentre qua restiamo a casa coi genitori anziani fino ai cinquant’anni. O che il numero di posti letto in terapia intensiva non li triplichi in quattro e quattr’otto con la bacchetta magica, e queste sono responsabilità “di prima”. Poi chiaramente possono incidere parecchio le diverse percentuali di infetti nel personale sanitario. E, sì, che l’ospedale sia l’ambiente più pericoloso dove contagiarsi in generale, ancora di più col coronavirus, è ovvio. Ma temo che, stando a continuo contatto, medici e unità del personale sanitario bisognerebbe testarli di continuo. Inoltre, essendo essi non disponibili in quantità illimitate, se esce che dobbiamo metterli tutti in isolamento poi ai pazienti chi ci pensa? La Lucarelli? Sempre su questa questione, ma guardando più al presente, e al futuro, dal Messaggero: «Uno degli altri gravi problemi è stata la carenza di dispositivi, dalle mascherine alle tute di protezione. Ora si sta correndo ai ripari: quasi tutte le regioni hanno annunciato che si faranno molti più tamponi a medici, infermieri e operatori sanitari; si stanno rifornendo ospedali e studi con mascherine e dispositivi di protezione».

Torno un attimo sulla questione tedesca. C’è per esempio un articolo de Il Post forse un po’ filotedesco che dice tra le altre cose che lì la situazione è migliore perché fanno più test (adesso sembrerebbe di no, come abbiamo visto, ma non pare essere così pure all’inizio: il 3 marzo l’inviata a Berlino di Repubblica Tonia Mastrobuoni sosteneva che nella precedente settimana la Germania aveva effettuato undicimila test, contro i 20.250 fatti in Italia dal 27 febbraio al 4 marzo; sono dati difficili da trovare, quelli tedeschi; lei su Twitter sostiene di aver chiesto quel dato direttamente al ministro competente in conferenza stampa, oltre ad aver avuto scambi di email con l’istituto Koch; da notare che al tempo era coinvolta in un’accesa polemica col M5S che spacciava numeri fasulli al ribasso per screditare i tedeschi, quindi pare illogico pensare che si sia inventata un dato basso per metterli in cattiva luce pure lei). Se i numeri sono questi, sembra difficile credere allo storytelling del Post per il quale in Germania sarebbe tanto più facile farsi fare il tampone rispetto a noi. Facilità che non sembrerebbe confermata nemmeno da testimonianze dirette che ho letto. Si parla anche di tempi più rapidi da loro (magari ora sarà così ma, sempre a giudicare da quello che raccontava su Twitter la Mastrobuoni, a inizio marzo a un microbiologo tedesco occorrevano tre ore per ogni tampone e che per esaminare quelli di un centinaio di dipendenti di un parco di divertimenti del Brandeburgo ci hanno messo quattro giorni; noi eravamo perfino più lenti di così?). Insomma, potrebbe essere che allo storytelling “daje al crucco truffaldino causa di tutti i nostri mali” se ne contrapponga uno un po’ biased in senso opposto, anche in materia di coronavirus.

Primo aggiornamento. Sto leggendo questo pezzo di Next che mi hanno segnalato come rivelatore, salva di numeri, dati e apparizioni televisive messe in mezzo, ma non capisco. A che punto esattamente Truzzolino si rende conto che, per quanto possa essere esteso il contagio e per quanto siano antipatici quelli che vanno in TV, non possiamo “fisicamente” fare i tamponi a chiunque? Pensavo che i concetti di scarsità delle risorse e robe del genere (ripetiamo: mancano il tempo, i macchinari, i laboratori, il personale qualificato, ecc.) fossero noti agli economisti. Tradotto: non dico che non debbano fare più tamponi o molti di più di ora, ma visto che il trend è quello illustrato sopra magari ci si arriverà (entro certi limiti, comunque se leggete sopra Palù non servono le milionate di tamponi che reputate necessari). Il punto è che non hanno la bacchetta magica per farlo subito, adesso, nao. Chiaramente con la crescente capacità di analizzare tamponi che abbiamo adesso possiamo magari anche permetterci di farli ogni settimana su un campione della popolazione per vedere l’andamento reale dell’epidemia, come consiglia Burioni, allo scopo di avere dati più attendibili e un’idea più realistica della diffusione del virus in Italia.

Secondo, ben più interessante, aggiornamento. Oggi è uscito il testo di una lettera di alcuni medici di Bergamo a una rivista del gruppo New England Journal of Medicine. Chiaramente costoro descrivono, da gente impegnata in prima linea (non dico eroi, anche se lo penso, perché dicono di non chiamarli così) una situazione terribile, incredibilmente drammatica, non compresa davvero fino in fondo dall’esterno e tutto il resto. Ribadiscono il concetto, che sta girando vorticosamente in questo momento, relativo alla necessità cambiare l’impostazione della sanità, che non dovrebbe più essere (solo) “cucita” intorno al paziente, ma più che altro alla comunità. (Purtroppo temo che sia improponibile realizzare un cambiamento epocale del genere in corsa).

Dicono che c’è bisogno di questo e quello (cito: cure a domicilio e cliniche mobili, ossigenoterapia precoce, ossimetri da polso, un sistema di sorveglianza capillare che garantisca l’adeguato isolamento dei pazienti facendo affidamento sugli strumenti della telemedicina, agenzie umanitarie che operino a livello locale, ecc.). Ora, chiaramente queste sono richieste da medici che meritano tutta la nostra infinita stima e ammirazione e che lottano in prima linea, in maniera durissima, mentre noi ce ne stiamo sprofondati in poltrona, ecc. Do per scontato siano tutte incredibilmente sensate e intelligenti.

Il punto però forse non cambia tantissimo: se e fino a che punto è possibile fare TUTTE queste meritevolissime e appropriatissime cose ORA, con le risorse (scarse, finite, limitate) che ci sono. Quanta gente qualificata (prendere il primo che passa per molte mansioni suppongo non vada bene) è necessario mettere in campo? Dove la prendiamo, sempre considerando che farsi aiutare dall’estero è possibile fino a un certo punto, in questo momento? Com’è possibile sostenere uno sforzo del genere, che si preannuncia parecchio prolungato, se bisogna chiudere ancora di più, fermare ancora di più la macchina (come sembra trasparire dalle loro parole) con le conseguenze che ciò avrà?

Ovviamente, “non allenando”, soluzioni non ne ho, mi limito più che altro a sottolineare gli aspetti del dibattito che più mi infastidiscono o trovo addirittura pericolosi. Siamo forse di fronte a uno dei più grandi problemi che l’umanità abbia mai dovuto affrontare (per i gonzi che «questo e quell’evento storico ha fatto molti più morti»: a parte che aspetterei il conteggio finale, ovviamente il mondo di una volta era totalmente diverso e strutturato in maniera infinitamente meno complessa e sotto certi aspetti “fragile”, le vite, le aspirazioni e le aspettative delle persone erano parecchio differenti, ecc.). Quello che voglio dire è che probabilmente non è possibile prendere il grido di dolore dei medici (per quanto possano essere eroici, saggi, istruiti ed esprimere concetti giusti e illuminati) e tramutarlo “di peso” in cose che vengono fatte, quasi “in automatico”. Certo, stanno indicando una direzione da seguire, penso per esempio alla priorità da dare alla salute del personale sanitario. Ma tra il dire e il fare c’è l’ineludibile complessità del reale (o del surreale, dato quello che stiamo vivendo), con peraltro una marea di probabili imprevisti e intoppi di mezzo.

Terzo aggiornamento. Per farsi un’idea più completa, cito il punto di vista di un medico che ho tra i contatti: «Il focolaio della provincia di Bergamo in realtà pare sia secondario e sincrono a quello della provincia di Lodi. La faccenda del mantenimento al domicilio non è così banale: fondamentalmente da settimane si ospedalizza solo per insufficienza respiratoria (nei primi tempi ci sta ospedalizzassero anche solo per febbre elevata, ma poi si è visto che ovviamente non c’era posto), e uno che satura 89 non lo tieni al domicilio, perché da un momento all’altro si aggrava e ti schioppa. Anzi, attualmente si ospedalizza meno del necessario: si ricoverano le dispnee solo se importanti, e gli altri si mantengono a casa. Spesso ci muoiono, così». In questi giorni, comunque, leggiamo sui giornali e altrove testimonianze drammatiche di medici che denunciano una serie di carenze. Per quanto preziose, venendo da chi è impegnato direttamente sul campo, trovo comunque che forse manchi qualcosa. E cioè il punto di vista “più ampio” di chi ha dovuto concepire i protocolli da seguire, di chi ha avuto la responsabilità di “ottimizzare” in un certo modo l’uso dei tamponi, risorsa scarsa, specie nel periodo iniziale, aspetto non abbastanza considerato appunto dai più, ecc. Oltre al fatto che molte critiche riguardano l’impostazione iniziale (come detto l’Italia è uno dei tantissimi Paesi che non sono arrivati pronti a questo storico appuntamento), che ormai da tempo si tenta di correggere, e chiaramente se i dispositivi di sicurezza scarseggiano non è così immediato porre rimedio.

Quarto aggiornamento, relativo alla situazione tedesca e al tasso di letalità così diverso. «La immediata operazione di testing & tracing è la chiave che ha permesso alla Germania di avere una età media degli infetti molto bassa» (Washington Post del 25 marzo). Insomma, tra i Paesi occidentali, la Germania, considerando anche il maggior numero di posti in terapia intensiva, che è l’altro fattore che influisce insieme all’età, è quello che più si avvicinava ad avere un piano – anzi, di fatto lo aveva – come quelli asiatici abitualmente toccati dalle epidemie. Si vede che da loro l’aspetto del tracciamento (fondamentale come detto nella fase precedente alla fuga dei buoi e da noi piuttosto problematico da mettere in atto) è più sviluppato e accettato. C’è anche da dire che, anche secondo virologi tedeschi, i loro dati dovrebbero riallinearsi. E poi, sì, manca un protocollo uniforme nel conteggio dei morti, è pieno di bias che inficiano il campionamento condotto sin ora, il numero dei positivi in Italia è sottostimato, ecc. Riguardo allo scetticismo sui dati provenienti dalla Germania, riporto quanto segnalato da un mio contatto sui social (post privato, ma mi pare utile diffondere – non sono europeista filotedesco senza se e senza ma, anche a me pare comunque strano il loro dato semplicemente per via del fatto che il gap appare troppo ampio, riporto per non tralasciare nulla e perché mi pare un elemento importante). Andando sul sito del Robert Koch Institut, ente federale tedesco predisposto per la lotta contro la diffusione delle malattie, si dice esplicitamente e in modo estremamente chiaro che mettono nel conteggio anche quelli “con coronavirus”. Dalle FAQ: «Wie funktioniert der Meldeweg, was ist alles meldepflichtig und welche Informationen zu den Erkrankten werden ans RKI übermittelt?». Verso la fine della risposta leggiamo: «In den Meldedaten erfasst werden auch alle Todesfälle, die mit einer COVID-19-Erkrankung in Verbindung stehen: Sowohl Menschen, die direkt an der Erkrankung gestorben sind („gestorben an“), als auch Patienten mit Grundkrankheiten, die mit COVID-19 infiziert waren und bei denen sich nicht klar nachweisen lässt, was letzten Endes die Todesursache war („gestorben mit“). Verstorbene, die zu Lebzeiten nicht auf COVID-19 getestet worden waren, aber in Verdacht stehen, an COVID-19 gestorben zu sein, können post mortem auf das Virus untersucht werden». «I dati segnalati includono anche tutti i decessi associati alla malattia COVID-19: sia le persone decedute direttamente per la malattia (“decedute per“) sia i pazienti con patologie sottostanti che sono state infettate con COVID-19 e per i quali non si può dimostrare chiaramente cosa abbia causato la morte (“deceduto con“). Le persone decedute che non erano state sottoposte a test per COVID-19 durante la loro vita ma che sono sospettate di essere morte per COVID-19 possono essere esaminate per il virus post mortem».

Quinto e ultimo aggiornamento: le news provenienti dai vari Paesi occidentali nei quali si sta espandendo il contagio sembrano man mano incredibilmente simili a quelle italiane, con la Germania messa un po’ meno peggio delle altre. Ovunque carenza di DPI, ventilatori, ecc. Mi sembra confermare l’idea che mancasse un piano generale per affrontare un’emergenza di questo tipo, e che le varie lacune e problematiche locali, vere, amplificate o presunte, oggetto di varie polemiche (spesso di colore politico), abbiano un ruolo meno rilevante di quanto si dica.