Accorgersi, contemplando lo schermo del cellulare, di una chiamata incacata [1] da parte di un call center particolarmente molesto e (in altri tempi) affezionato [2], dopo giorni di silenzio, e commuoversi fin quasi alle lagrime.

[1] Licenza poetica, sì, lo so che in realtà vuol dire imbrattare (di sterco), ecc. Idem per le note messe subito e non alla fine di un testo che si prospetta lunghissimo, licenza pure questa.

[2] Sì, lo so che esistono le app, ma da un po’ sto facendo senza per scelta. Mi piace vivere trasgressivamente.


Italiani, popolo di santi, poeti, navigatori e di gente che non ha ancora capito che non abbiamo un agente da mettere appresso a ogni singolo cristiano incapace di stare con se stesso per più di cinque minuti per controllare che a un certo punto non si metta a fare cose strane.

Allacciare le cinture, parte il pippone. (Tl; dr. Dovete capovolgere la domanda o la prospettiva che avete nella capoccia, l’ardua situazione internazionale, fidatevi, lo richiede. Non «mi impediscono di fare questo, quello e quell’altro, ma perchééééé? io voglio farlo, ora trovo un modo». Ma «si può sapere adesso perché cazzo dovrei uscire?». È facile. Funziona).

Quello che intendo è che tanti sembrano non rendersi bene conto di quello che occorre in questo momento per uscire da questa incresciosa situazione. Occorre qualcosa ai limiti dell’impossibile, qualcosa di umanamente quasi assurdo, qualcosa di immenso: cioè modificare radicalmente e improvvisamente lo stile di vita e le abitudini di sessanta milioni di persone, tutte insieme, per un periodo di qualche settimana (se basterà). Chiaramente, questo non c’è scritto da nessuna parte, c’è bisogno che ogni singolo cittadino faccia un lavorone anche psicologico su se stesso (soprattutto quelli non abituati a stare da soli, o che si sentono perduti se non sono in compagnia, o che non coltivano di solito altri interessi a parte quelli lavorativi e “mondani”, ecc.).

Se ne esce (forse), in altre parole, solo se TUTTI rispettano rigidamente le regole e il distanziamento sociale viene attuato e mantenuto in maniera ferrea e stradisciplinata (appunto perché la diffusione del virus è potenzialmente ESPONENZIALE: dare un’occhiata ai dati disaggregati e ai grafici relativi alla situazione lombarda per credere). Chiunque, ancora oggi, si lamenti evidentemente incappa nell’errore di sottovalutare di brutto questi aspetti, oppure non li comprende fino in fondo per qualche suo personale bias o per altri motivi irrazionali o per priorità sballate che attribuisce. Ora, l’attuazione del distanziamento sociale su larga scala comporta grossissimi problemi all’atto pratico. Questo perché, nonostante l’Italia sia densamente popolata, il territorio è comunque VASTO. Parecchio più vasto rispetto alle possibilità delle forze a disposizione chiamate a verificare il costante rispetto delle norme. Pertanto l’approccio degli agenti in una situazione “disperata”, “impossibile” o come la volete chiamare simile non può che essere improntato all’intransigenza.

Chi fa rispettare le norme ci appare ottuso, troppo severo e sospettoso, illiberale, ecc. E forse in parte è così. Ma questo è dovuto a quanto detto sopra: ci troviamo in una situazione mai sperimentata ed estrema. Si spera che la sua durata sia limitata (e questo dovrebbe far cadere i vari discorsi sulla scarsa democraticità e sull’illiberalità del tutto; purtroppo il virus è ancora più illiberale dei provvedimenti adottati, e di parecchio).

Per inciso, le telecamere invocate dai gruppi tipo Sei di Vergate sul Membro se… non vanno bene (ammesso e non concesso che non vengano già in parte usate, per quello che possono fare) innanzitutto perché dietro ci deve stare comunque qualcuno, non è che le immagini si guardino da sole. (Statevene semplicemente a casa senza tante fisime, grazie, l’ho già detto?). Inoltre chiaramente serve la presenza sul campo, ci dev’essere qualcuno che faccia rispettare immediatamente, live, le regole (anzi, sostanzialmente LA regola: statevene a casa).

Ci si lamenta che questo comportamento è apparentemente permesso (per esempio, portare a pisciare il cane) e quell’altro apparentemente negato (per esempio, andare al parco a correre). Purtroppo questo approccio è completamente sbagliato e poco razionale in un momento come questo, nel quale serve collaborazione e fiducia (e soprattutto serve starsene a casa), non mettersi a fare la punta al cazzo andando alla ricerca in modo un po’ petulante di questa o di quell’incongruenza. Certo, le incongruenze e le situazioni paradossali ci sono, è evidente. Ma questo è ovvio, e non può essere molto diverso e molto meglio di così, dato che la realtà umana è complicatissima, ingarbugliatissima, specie nel mondo moderno, e il numero di situazioni nelle quali ci si può imbattere e di azioni che si possono compiere, di interazioni che si possono verificare, è elevatissimo. Pretendere che ogni singolo aspetto, caso e dettaglio venga accuratamente e minuziosamente regolato da un decreto (peraltro fatto in fretta e furia, fanno schifo pure testi di legge scritti in mesi e mesi di tempo in periodi non emergenziali) semplicemente non è molto sensato e avveduto.

Questo perché, ripeto, le forze sul territorio sono quelle che sono in rapporto alla popolazione. Quindi è già parecchio impegnativo per loro tenere d’occhio le strade delle città (che peraltro hanno il vantaggio di poter percorrere in auto, coprendo velocemente le distanze). Figuriamoci se fosse pure concesso, di fatto, a ogni cittadino di poter andare a cacciarsi in ogni sperduto e poco controllabile buco del culo della penisola. In altri termini, per via dei rischi immensi alla salute pubblica – sistema sanitario che rischia di crollare, posti in terapia intensiva che non bastano, personale medico spremutissimo, ecc., c’è bisogno di ripeterlo ANCORA? dai, fatecela – non si può avere purtroppo fiducia cieca nel cittadino, in quello che fa o dice di fare (sì, l’autocertificazione c’è e farà ridere, ci sono i controlli a ciò che si autocertifica, comunque, ma forse non ci sono chissà quali alternative, pensateci, anche perché l’economia e la vita non possono essere bloccate completamente, perché i danni sarebbero immensi e maggiori di quelli, pur enormi, che ci saranno). Per questo chi, per esempio, va nel parco a correre e dice «ma io rispetto la distanza» non comprende che il parco magari è vasto, e difficilmente controllabile in tutta la sua estensione, se non a prezzo di sforzi che in questo momento sarebbe meglio impiegare altrove e in altro, meno dispersivo, modo.

Cioè, non ce lo assicura nessuno che il parco a un certo punto non si riempia di gente che, rottasi del binge watching, si riversi lì. E magari l’intervento di separazione degli agenti sarebbe tardivo (serve proprio un distanziamento sociale chirurgico protratto per settimane, se non fosse chiaro, sennò non ne usciamo più, non so più in che lingua esprimere il concetto). Oppure chi è andato per vedersi con gli amici e correndo rispetta la distanza a un certo punto potrebbe farsi balenare il pensiero «ma dai, che cambierà se per un po’ corriamo vicini» o «tienimi le gambe che devo fare questo esercizio», ecc. (E, sì, il tanto chiacchierato cane delle battutine purtroppo l’uscita giornaliera deve farla, ecco perché è consentito, mannaggia a me che ho sempre puntato tutto sui gatti, e quelli mi hanno tradito proprio nel momento del bisogno. Stronzi. Si spera che il padrone sia tanto intelligente da limitarsi a un rapido e frugale giro dell’isolato, senza portarlo a cinquecento chilometri di distanza). C’è anche l’ovvio aspetto del sistema sanitario da non sovraccaricare ulteriormente, e il rischio infortunio, piccolo ma non trascurabile, che si corre facendo attività fisica a un certo livello non va nella giusta direzione. (Sì, l’importanza del benessere psicofisico delle persone in isolamento e bla bla – cyclette, tapis roulant, coprire il fabbisogno giornaliero di diecimila passi contandoli con l’apposita fascia, come faccio io, e poi salto della corda, corsette in terrazzo o in giardino, scalini su e giù, ecc., modi per tenersi in forma e migliorare l’umore pure da reclusi, volendo, ce ne sono. Qui l’opinione, piuttosto perentoria, di un medico dello sport, per gli scettici. Come detto, dovete necessariamente cercare di arrangiarvi in casa e fare un lavoro su voi stessi e sulla vostra mente per non sbarellare, l’aspetto sanitario di contrasto al virus semplicemente è prioritario su ogni altro tipo di considerazione).

Sì, tutto ciò è antipatico. Sì, è illiberale. Sì, è ottuso. Sì, è antiestetico. Sì, è ecc. Vedi quanto detto sopra. Ma non c’è altra scelta.

E ora passiamo ai disegnini per i più duri di comprendonio. La situazione della Lombardia.

Sui complottismi, che dire, «il coronavirus dimostra la facilità con la quale i mass media possono manovrarci» (letta di recente) e bla bla. Eccerto. L’intera comunità mondiale degli scienziati e dei medici, oltreché frotte di giornalisti e analisti vari (a occhio milioni di persone) ordinatamente al soldo di governi e corporazioni, manco nella fantascienza di serie Z. Ah, aggiungo che secondo me è la crescita esponenziale della quale parlavo sopra a mandare in tilt molti cervelli, che non sembrano proprio in grado di concepire concetti del genere. Qui si ritorna al discorso sull’innumeracy (quasi motivo di vanto in questo Paese) di un po’ di pipponi fa.

Appendice numero uno: il caso Corea del Sud (copincollo un commento che ho lasciato su Facebook).

Chiaramente il distanziamento sociale, per quanto importantissimo, da solo non basta per estinguere il virus. Ma, se rigoroso, dovrebbe bastare per rallentarne la diffusione, e sappiamo quanto sia importante questo aspetto, e appiattire la benedetta curva. Ora, la Corea del Sud è quella che ha fatto e sta facendo indubbiamente meglio, tra le democrazie con una certa estensione territoriale. Ma questa affermazione non è detto che sia in totale contraddizione con le misure che stiamo prendendo ora, nao, nella nostra specifica situazione e con l’attuale diffusione del virus nel Paese, specie in alcune sue zone (hint: IERI in UK c’è stato un concerto degli Stereophonics con migliaia, se non decine di migliaia, di persone ammassate, quindi magari per un attimo potremmo anche smettere di flagellarci dicendo che siamo i più fessi dell’universo)(e, sì, siamo stati fessi, molto fessi, con i vari spritz e #milanononsiferma, ma fortunatamente un po’ stiamo recuperando).

E in Veneto ci stanno provando a fare tamponi “a tappeto” (ma sospetto che i tamponi “a tappeto”, non siano qualcosa che si possa improvvisare e tirare fuori dal cilindro in quantità industriali dall’oggi al domani, date le risorse, e non mi riferisco principalmente a quelle economiche, limitate). Peraltro, se si guardano i dati (ho postato una tabella in qualche commento qualche post fa, cercatela) a livello nazionale il numero di tamponi che facciamo dovrebbe essere progressivamente cresciuto parecchio rispetto ai timidi esordi.

Ma sapete esattamente cosa sta facendo (e ha fatto) la Corea del Sud? Perché non ci sono solo i tamponi, e alcune delle cose che ha fatto e sta facendo farebbero storcere il naso a parecchia gente, animebelle su tutti. Cito: «Agli infettati hanno tracciato gli spostamenti nelle ultime due settimane tramite dati del cellulare – si parla di controlli a tappeto su tutti i dispositivi informatici personali per la tracciabilità dei contatti, anche PC desktop, tablet, e perfino le carte di credito – e sono andati a testare tutti quelli che erano vicini a loro. Hanno messo in quarantena pezzi dell’esercito per avere un numero adeguato di militari sicuramente non infettati da usare a contatto con i non infetti». C’è in giro chi cerca di sminuire la portata e l’aperta, direi spalancata invasività di questi provvedimenti, che ovviamente in democrazia normalmente sarebbero del tutto inaccettabili, ma non ne sono così convinto (non ho voglia di dilungarmi). Ricordo solo che Burioni, su assist di Fuggetta, credo, su Twitter aveva anticipato e azzeccato anche questo a suo tempo, proponendo di fare una roba del genere qui e venendo sepolto da ingiurie e ilarità, relativa quest’ultima anche alla non fattibilità di quanto proposto (e non convincendo in quel caso neanche larga parte della base dei fan adoranti, tant’era impopolare e suonava bislacca). Questo per dire che il «ma che ci voleva, bastava fare come la Corea del Sud» alla prova dei fatti lo vedo un po’ facilone. Non eravamo purtroppo pronti mentalmente, materialmente e culturalmente.

Mi sono dimenticato di precisare che ovviamente in Corea del Sud stavano con gli occhi ben aperti, molto ben aperti, in quanto sono passati di recente per il Mers, quindi c’era meno spazio per tutte le minimizzazioni e i vari «oooooh, che vergogna i titoli dei giornali allarmistici, signora mia», «il vero virus è il razzismo, il femminicidio, il [inserire menata retorica da Bacio Perugina per ritardati]» («il vero virus è il virus» no? troppo semplice? maledetti imbecilli), «guarda, che schifo, a Burioni gli piace essere popolare e ci ha pure una fogliolina di lattuga in mezzo ai denti, ma ci rendiamo conto?», «basta incupirsi, non è questo l’atteggiamento giusto, tutti di nuovo ad aperimerdare nao», «il coronavirus si sconfigge con un elisir a base di curcuma, sale rosa dell’Himalaya e aloe vera, con una spruzzata di ottimismo», ecc.).

Le immagini come questa e quelle dei bagni di folla di Champions a Parigi e a Liverpool, quest’ultima partita addirittura incredibilmente giocata col pubblico, gli abbracci e le ammucchiate – atteggiamenti particolarmente stupidi e dannosi perché hanno dato un esempio deleterio ai milioni di persone che guardavano – perfino dopo che l’OMS ha dichiarato la pandemia, tra un po’ di anni finiranno nei blog di assurdità e i posteri le fisseranno e le condivideranno con la stupita tenerezza che oggi riserviamo alle foto delle boccette di Radithor.

Appendice numero due: «Eh, ma dovrebbero bloccare tutto tutto tutto, i poveracci che non si fermano sono mandati al macello» (segue altro commento che mi copincollo da Facebook).

Da Stefano Mrtz (per dire che non sono cose strambe che mi sto inventando io, che non sono nessuno, ma sono confermate da studiosi con un po’ di visione e competenze adeguate che ci si sono sbattuti un minimo sopra):

«Secondo un tale Ira Helsloot, matematico e Professore di Governance of Safety presso la Radboud University, un approccio alla crisi #Covid19 basato sulla totale chiusura di ogni attività economica “non essenziale” è abbastanza folle. Cito: Grazie all’isolamento, la loro società si ferma. Il virus sarà presto sradicato, ma l’economia italiana ne risentirà. Non ci saranno più soldi per l’assistenza sanitaria e ci vorranno anni prima che si riprenda. In poche parole il fermo totale dell’economia di un Paese farà mancare le necessarie risorse perché il suo sistema sanitario possa funzionare. Questo comporterà un maggior numero di vittime future. Personalmente credo che si debba evitare una totale chiusura di ogni attività economica e che si mantenga un approccio di più ampio respiro. Blocco totale su tutte le attività voluttuarie, sulle attività economiche capaci di aggregare in poco spazio grandi masse senza alcuna possibilità di smart working ma senza andare a toccare quelle attività integrate nelle filiere produttive se non nella misura in cui vengono imposti standard di protezione sanitaria per i lavoratori più stringenti».

Ma senza andare a scomodare “i professoroni”, che uno dice vabbè, sono persi nelle loro cose molto teoriche. Proprio a intuito. Logica spiccia.

Chiudo tutto tutto tutto tutto. (Non si sa ancora per quanto tempo sarà necessario, siamo in terra di nessuno, una situazione simile non è mai stata sperimentata nel mondo moderno, potrebbe volerci anche parecchio di più del previsto). Poi che succede? Le mascherine chi le fa? I tamponi da dove vengono, dallo spazio profondo? Gli allevamenti di animali, abbandonati a se stessi, che fine fanno? Le uova, il latte, gli altri alimenti e le cose necessarie per vivere chi le produce e distribuisce, sarà la patrimoniale a farlo? I piccoli imprenditori, i negozi che già sopravvivono a stento, le partite IVA? Non si può guardare solamente al singolo anello senza avere una visione più ampia, esistono delle catene non immediatamente visibili e intuibili da tutti che fanno funzionare l’economia e di conseguenza il mondo. Per cui, ad esempio, cito, i titolari dei negozi di ciclismo fatti chiudere dalla polizia per il lockdown ricevono chiamate dai ragazzi del delivery che ora non sanno dove far riparare le coperture e le camere (chi porta il cibo alle persone non autosufficienti, ecc.? chiaramente è una situazione risolvibile in altro modo, con un certo sforzo, ma bisogna pensarci, e più chiudi più rischi di creare situazioni di paralisi e di finire nei casini). Insomma, le cose non funzionano per magia come alcuni sembrano credere.

Ovviamente ci saranno corposi interventi, aiuti economici e tutto (l’uscita terribile della Lagarde è stata fortunatamente contraddetta da altre dichiarazioni, vedi mercati che hanno riacquistato fiducia e si sono ripresi). Ma l’economia non è qualcosa di astratto e slegato dalla realtà come molti pensano. L’economia è fornire servizi, creare molto concretamente e tangibilmente benessere, oltre ovviamente a gestire risorse. E, no, “stampare soldi” sempre, a casaccio e illimitatamente non funziona (citofonare Zimbabwe, Repubblica di Weimar, ecc.), se dietro quei pezzi di carta non c’è qualcosa di reale e “in moto”. E ovviamente «in Cina hanno chiuso la provincia di Hubei ma avevano un miliardo e mezzo di persone che continuavano a lavorare e a produrre. Da noi il blocco totale è semplicemente impraticabile».

Aggiornamento. Le stronzate giornaliere dai balconi aiuteranno i normie a mantenere (forse) la sanità mentale, in compenso la faranno perdere a me.