Diciamoci la verità, viviamo tempi confusi, nei quali si fa fatica a raccapezzarsi. Torino pullula di grillini, gente come Vittorio Bertola da tempo si sbatte meritevolmente per portare le assillanti preoccupazioni riguardo alla vera natura delle scie chimiche che turbano i sonni dei cittadini all’attenzione del consiglio comunale, nella più arida e meno fantasiosa Milano invece nisba, il tempo sembra essersi fermato e qualcosa di simile al vecchio Centrodestra si ostina a continuare a esistere (immagino incida il fatto che nella capitale morale da bere il malcontento verso la casta non sia così diffuso e che da quelle parti si viva ancora abbastanza bene, ovviamente il popolo della verasinistrah magnifica senza sosta l’operato di San Pisapia, ma credo sia più probabile che anche le precedenti giunte non abbiano fatto così male… Mettiamoci soprattutto che Milano, come estensione, problemi atavici strutturali che si porta appresso, ecc. è infinitamente meno problematica da amministrare rispetto a Roma).

Molti dicono che l’endorsement di Silvio a Marchini abbia rappresentato il bacio della morte, ma mi pare obiettivamente più credibile (data la concorrenza assai maggiore rispetto al precedente giro, a “parità” di risultato) l’altra versione, cioè che la zampata del vecchio campione, sia pur disinteressato e semimorto, abbia contribuito in modo forse decisivo a far perdere il treno del ballottaggio, unico vero obiettivo possibile nella Capitale, alla cumpa del giovane aspirante successore padano. Come a dire, “sì, è vero, è quasi finita, sto sbaraccando e forse, se mi gira, vendo pure il Milan ai musi gialli, ma se mi mancate di rispetto sono guai, devo essere io a decidere il nome di chi prenderà il mio posto, a trattare le condizioni, ecc.”. Il M5S “vince” però c’è sempre questa cosa che si presentano o prevalgono in un comune su diecimila, e che a guardare i numeri complessivi (parecchio meno esaltanti di quelli della Raggi) non danno l’idea di una forza che sta omogeneamente e organicamente per prendere l’Italia, ma continuano un po’ a rappresentare la versione movimentista della cara, vecchia fetta di mortazza. Poi, certo, se la situazione generale continua a essere così esplosiva, è possibile pure che il suddetto trancio di salume finisca per farsi un breve tour a Palazzo Chigi. La scelta di rinunciare al governo di molte realtà minori potrebbe essere “tattica” e finalizzata appunto a concentrarsi sull’obiettivo grosso delle prossime politiche: un successo a Roma ti fa finire in prima pagina sui giornali esteri, ma quante Quarto (il caso portò a una brusca flessione nei sondaggi), quanti avvisi di garanzia potrebbero uscire fuori se il M5S cominciasse ad amministrare capillarmente gli enti territoriali, con tutte le incognite e le infinite grane annesse di difficoltosa gestione?

Alla fine, cacciando Marino, il PD sotto sotto sapeva bene di star consegnando Roma alla Casaleggio Associati. Perché lo ha fatto? Davvero Marino stava andando così intollerabilmente male, come molti renziani sostengono rabbiosamente? Po esse’, ma alla fine qualche segnale di discontinuità era stato percepito, e vista quella che era la situazione, con Mafia Capitale e tutto, mi sembra abbastanza per difenderlo. Poi, suvvia, la Panda, gli scontrini, qualche piccola bugia detta, figuriamoci se sono elementi sufficienti in un quadro del genere per autosilurarsi il sindaco di una grande città. Certo, la popolarità (piuttosto alta) di Marino sul web non deve ingannare: come sappiamo il mondo reale ha una composizione e degli umori ben diversi rispetto a quelli delle elite di Twitter, se il non furbissimo chirurgo non si è ricandidato per i fatti suoi è perché evidentemente avrebbe floppato di brutto. Se anche solo fosse stato in grado di mettere significativamente i bastoni tra le ruote a Giachetti facendogli perdere l’unico obiettivo realisticamente raggiungibile, beh, con tutto il risentimento del quale ha dato sfoggio in questi mesi sui giornali è chiaro che l’avrebbe fatto. Senza esagerare con le dietrologie e il qualunquismo, la mia tesi è che Marino (per usare un eufemismo) non fosse  un uomo di Renzi, che aveva designato Gentiloni e che si aspettava comunque un approccio meno “iconoclasta”, e già lì l’Ignazio ha perso parecchi punti vita; e che la prospettiva di far tenere la patata bollente Roma per un anno o due ai grillini prima delle prossime politiche fosse percepita dal PresDelCons come il male minore, il prezzo da pagare per farli sgonfiare un po’. Lo si percepisce anche tra le righe delle dichiarazioni del dopo voto, nelle quali Renzi è evasivo sulla Capitale dando l’impressione di considerare Roma come un dente già tolto. Poi si potrebbe discutere molto sugli effettivi meriti dell’ex sindaco, ma come al solito destreggiarsi tra le opposte narrazioni è difficile: da una parte abbiamo un Marino che moltiplica i pani e i pesci, come l’Hollande feisbucchiano di qualche anno fa, con la lista dei quarantuno miracoli, dall’altra si dice che alla fine la chiusura di Malagrotta era un atto dovuto, una scelta fatta in precedenza e lui ci ha messo solo la firma, che i licenziamenti nelle municipalizzate sono sbagliati e verranno impugnati, che il registro delle unioni civili è una roba simbolica fatta per tirare dalla sua i tifosi di sinistra sinistra, che la lotta alla corruzione è merito della magistratura, non certo sua.

Naturale quindi la scelta di candidare Giachetti, che sì, la faccia e la barbetta incolta da bravo ragazzo ben avviato verso il suo sessantesimo genetliaco, le grandi battaglie radicali, ecc., ma è uno dei tanti del PD col carisma e il piglio di una sottiletta (un altro è Orfini), e la campagna elettorale l’ha evidenziato. Poi che abbia recuperato qualcosa nel finale grazie tante, era fisiologico, il PD è l’ultimo partito istituzionale rimasto, in pratica chi contesta lo status quo si è preso tre quarti dei voti disponibili, scusate se è poco. Insomma, niente personaggio di un certo profilo alla Sala, si è scelto di mandare al macello un ronzino qualunque (anzi, gli è andata pure bene che gli avversari non si siano incattiviti sui suoi trascorsi… Non dimentichiamoci che pochi anni fa Alemanno ribaltò la sfida con Rutelli grazie all’argomento sicurezza cavalcando populisticamente la vicenda Reggiani, o qualche altra simile, è incredibile che la Meloni e gli altri non abbiano ripetuto a cantilena che Giachetti si è battuto per indulti vari, spinello libero e pannellate così, tutta roba parecchio indigesta all’elettore medio incazzato). Su Napoli che dire, il fatto che così tanta gente si svegli la mattina per andare a rivotare un caso umano del calibro di De Magistris dopo averlo visto all’opera per un intero mandato e aver ascoltato le sue ripetute dichiarazioni totalmente fuori di capoccia nei comizi e sui social è al di là della mia capacità di comprensione, ma vabbè.