Ieri è stata la “giornata del micio nero” per sensibilizzare verso l’insensato razzismo che, dall’uomo un po’ più scuretto della media, si estende e colpisce anche il gattoso animale, approfittando dell’impunità a buon mercato facilmente ottenibile (di fatto). Non saprei dire se le cifre riportate siano realistiche, né se sia possibile umanamente effettuare simili conteggi. Cosa spinge deboli e merdosi individui con troppo tempo libero a disposizione — per i quali, secondo i manuali d’istruzione, sarei obbligatoriamente tenuto a nutrire un’ampia e incondizionata solidarietà di specie (mah…) — a uccidere, torturare e vivisezionare per futili motivi questo baffuto, altero, pacioccoso, crudele, buffissimo, individualista, spettacoloso, pigro, stronzo, imprevedibile nonché sicuramente superiore all’uomo quadrupede. Il micio nero, nella sua sfigosaggine da fumetto, ispira maggiore simpatia del felino tradizionale in quanto viene spontaneo parteggiare per il diversamente perseguitato, per il tennista in difficoltà tormentato da oscure ingiustizie arbitrali, per il viandante maledetto che ci attraversa beffardo la strada o ci circumnaviga accuratamente, avvolto dal mistero e dalla lucidezza del suo manto leggendario.

Gatto nero

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