È chiaro anche alle talpe cieche che il premier desidera una minore “trasparenza”: non vuole correre il rischio di essere ulteriormente sputtanato mediante la diffusione delle stronzate vere e presunte dette/fatte da lui o da suoi ministri/maggiordomi.

Il decreto legge sulle intercettazioni è tutt’altro che esente da critiche. Non si capisce infatti, tra l’altro, perché i giornalisti dovrebbero andare (addirittura) in galera per aver pubblicato robe coperte da segreto istruttorio. IntercettazioniAl limite, dietro le sbarre dovrebbe recarsi chi ha diffuso quelle informazioni, quindi presumibilmente i magistrati o lo Spirito Santo, ma naturalmente è molto difficile che ciò possa avvenire (solidarietà di specie). Ho il vago sospetto, inoltre, che le priorità del Paese siano altre. E poi, l’importanza di questo glorioso strumento contro la mafia ecc.

Detto questo, credo che la questione sia un po’ meno banale di come viene copincollata dalle fan page e strepitata dalla stampa. Che è ovviamente in conflitto d’interessi per il fatto che il provvedimento va a toccare anche i giornalisti e limita la possibilità delle testate di pubblicare “sgoob” di successo.

Girellando qua e là è facile imbattersi in post o thread di forum o reti sociali in cui ci si strappa le vesti per la tendenza di Facebook a mettere in piazza un maggior numero di informazioni prima riservate, nel tentativo di creare collegamenti tra gli utenti e di rendere sempre più “aperta” la struttura del social. Generalmente, queste persone, preoccupatissime per la loro privacy, sono le stesse in prima fila per firmare gli appelli esageratamente apocalittici di Repubblica, Antefatto, ecc., se non esplicitamente favorevoli ad annullare il diritto alla riservatezza altrui, considerato risibile e calpestabile senza grossi problemi.

Ma, se la privacy davvero non vale nulla come andate pappagalleggiando in continuazione da quando Ezio Mauro, Grillo, Di Pietro, Travaglio & C. vi hanno ordinato di pensarlo, come mai non condividete con il resto del mondo le informazioni presenti nel vostro hard disk, la cronologia del vostro browser e le conversazioni su MSN? Perché usate antispyware? Perché vi dà fastidio che gli altri sappiano quanto avete pagato di tasse? Perché il Patriot Act solo qualche anno fa, prima che vi facessero il lavaggio del cervello, vi sembrava così disgustoso e inaccettabile in ogni suo aspetto? E il P2P? Perché i dati informatici dovrebbero essere sacri mentre quelli telefonici no, visto che sempre più spesso vengono fatti viaggiare dalle stesse tecnologie e infrastrutture?

Ma, a parte questo, l'”intercettatemi tutta, ahhh sì, quanto godo, se non ti fai infilare una microspia su per il culo anche tu hai qualcosa da nascondere, non può essere che così” è ridicolo, in quanto i diritti civili non sono modulabili, per ragioni sin troppo ovvie ed evidenti.

La storia del politico che vive in una casa di vetro ecc. può essere condivisibile a livello di opinione personale o di principio che sarebbe bello (?) che qualcuno decidesse di rispettare, ma certo non la si può considerare qualcosa di cogente ed effettivo a livello legale. Se ci si appella alla Costituzione, poi, non si capisce perché l’art. 21 della stessa debba essere rispettato e gli debbano venire intitolati siti e offerti sacrifici umani, mentre per quanto riguarda il 15 (che se l’hanno messo anche prima magari un motivo ci sarà, visto che la numerazione non è casuale) chisseneincula.

La segretezza della corrispondenza e delle altre forme di comunicazione è un cardine dell’antifascismo e dei sistemi che nascono con una certa apprensione (giustificata da esperienze storiche) per i totalitarismi, ed è per questo che i famosi padri della patria che non sbagliano mai e avevano previsto tutto l’hanno inserita.

Le conversazioni e le comunicazioni che possono essere scambiate tra i cittadini non sono tutte del tipo “Mari’, cala la pasta”, “pucci pucci” o “TVTTBTTB”. Si dà il caso che gli aspiranti regimi abbiano, tra le loro simpatiche tendenze, quella di voler controllare i sudditi (specialmente quelli appartenenti a organizzazioni che contestano o si oppongono al potere costituito – che non è solo di tipo politico – o che comunque sono etichettate come potenzialmente scomode) spiandoli, collezionando e collegando informazioni su di loro e sulle loro abitudini, per monitorarli e colpirli all’occorrenza mediante un utilizzo più o meno strumentale e lecito dei dati raccolti.

E, a parte questo, come diceva Popper, “mi affido, ma non mi fido“. In altre parole, mi metto in mano a magistratura, forze dell’ordine e autorità costituite perché non c’è alternativa, e il mondo senza costoro non funzionerebbe. Ma la certezza che chi archivia tabulati e intercettazioni, mi spia, mi perquisisce ed effettua collegamenti tra tutte queste delicate informazioni e altre a me relative, sia una persona corretta, infallibile e disinteressata a ottenere un miglioramento della sua posizione e gli onori delle cronache senza andare troppo per il sottile non me la dà nessuno.

Anche qualora fossi poi scagionato dalle accuse varie che da ciò potrebbero sorgere (come nel film I Mostri di Dino Risi, o nel caso di Filippo Pappalardi), potrei incappare in carcere preventivo, gogne mediatiche e ingiustizie arbitrali varie (che, come perfino De Magistris ammette, sono comunque a tutti gli effetti delle pene). Quindi, le intercettazioni (e le modalità con cui vengono diffuse) non sono affatto l’acqua fresca che taluni pretendono, ma uno strumento delicato e invasivo, pochi cazzi.

Tirare in ballo esempi americani vale fino a un certo punto: non siamo yankee, e da noi i processi andrebbero celebrati (principalmente) nelle aule di tribunale, con tutte le garanzie previste, da chi ha titoli e competenze per farlo, e un po’ meno sui giornali.

Inoltre, la logica del politico che si deve tirare da parte per fare chiarezza al primo sospetto, come detto altre volte, è fallace e si presta a strumentalizzazioni, potendo diventare un metodo per eliminare dalla scena gli avversari (fenomeno già noto ai tempi dell’antica Roma con annessi casini vari). Nessuno invoca l’impunibilità, per carità, e i partiti dovrebbero essere più selettivi, evitando di candidare porci e cani.

Ma, dato anche l’orientamento chiarissimamente garantista della nostra Costituzione, non può essere nemmeno un singolo giornalista o magistrato (magari anche in violazione delle leggi) a sostituirsi al popolo decidendo se la sua scelta di dare fiducia a un politico è corretta. Insomma, si tratta di un tipo di scorciatoia verso il miglioramento della classe dirigente magari affascinante e appagante nel breve periodo, ma semplicistica e dotata di robuste controindicazioni.

Anch’io godo umoralmente, non lo nascondo, quando qualcuno viene scoperto ad andare a troie (forse, molto probabilmente) come “ringraziamento” per qualcosa e sputtanato a ogni angolo. Ma queste giuoie non sono gratis come si pensa: il sistema nel quale tutto ciò è possibile, in altre parole, è un sistema peggiore e più vulnerabile di un altro nel quale si tenta di combattere le malefatte dei potenti in maniera più rispettosa dei diritti civili e più corretta (e di conseguenza anche maggiormente credibile: l’utente medio, allo spettacolo di due contendenti che si scambiano colpi sotto la cintura, tende a non cogliere differenze e a parteggiare per il più potente e carismatico).