Uno dei problemi del nostro Paese – ma direi dell’attuale e tanto odiato sistema capitalistico – è il mancato funzionamento, in troppi casi e àmbiti, del fantomatico ascensore sociale e il montare incontrollato dell’invidia (sociale pure essa) connessa anche a questo deprecabile stallo. Ora, l’invidia sociale ha tanti difetti, che non smetto di elencare senza sosta. Invano, naturalmente. L’invidia sociale, oltre a essere l’humus dei populismi più beceri, impedisce di vedere e valutare lucidamente la realtà, porta a rifugiarsi in comodi castelli di fantasia nei quali autoassolversi per le proprie mancanze e per i propri fallimenti personali, ecc. Ma, va detto, essa è un meccanismo diffuso, un qualcosa che dopotutto, in una qualche misura, fa ineluttabilmente parte della natura umana. Chi sta dietro – a volte anche di poco, non è necessario che sia l’ultimo degli ultimi, anche la “guerra tra poveri” è una forma di invidia sociale – e arranca, e crede di non meritarlo (magari anche sbagliando, magari pensando cose orrende, magari essendosi costruito una visione della realtà da bambinetto scemo frustrato) chiaramente non ci sta. E schiuma, sgomita, sbraita, sbuffa, inveisce, rosica. Prova, per come può, a cambiare questa situazione che lo fa tanto patire internamente, rendendolo maleodorante e infrequentabile. Ritenere che possa andare tanto diversamente da così è utopistico e illusorio, rassegnatevi. Il riccone che vedi sfrecciare inquinando gioiosamente col suo sesto motoscafo appena comperato – inevitabilmente dopo aver pianto miseria nell’intervista al Corriere ed essersi lanciato in strali contro i giovani fannulloni, colpevoli di non rassegnarsi ad accettare le noccioline da lui generosamente lanciate – molto, molto difficilmente i soldi li ha fatti con la zappa o perché ha avuto qualche geniale intuizione incredibilmente benefica per l’intera umanità. Su questo l’invidioso sociale ha più di qualche ragione. Più probabile che abbia immolato la sua esistenza al raggiungimento di skill esorbitanti nell’antica arte della maneggioneria e abbia sapientemente sfruttato qualche falla del sistema, qualche atavica e comoda rendita di posizione, ecc., o anche solo che sia partito da una situazione di vantaggio forse eccessiva rispetto agli inseguitori (ovviamente nei mesi scorsi ci sono stati fior di articoloni di premiati economisti su crony capitalism e degenerazioni varie, e sui danni che fanno, articoloni ai quali vi rimando, io sono solo un modesto disintermediatore come tanti).

Insomma, la meritocrazia non è il dimonio che ci dipingono quotidianamente gli esaltati su Twitter, penso sia qualcosa di magari antipatico e odioso. Ma necessario. Perché, insomma, se mandiamo avanti la gente “a sei politici” o in base ad altri criteri (per quanto nobili possano essere gli intenti di partenza) mi pare evidente che lo sviluppo si freni, con ovvie e pesantissime ricadute sul sistema e su chiunque. Chiaramente individuare correttamente il merito, e premiarlo, è operazione tutt’altro che banale e poco controversa.

Ora, in Italia in particolare (ma probabilmente anche altrove, uno dei capisaldi della mia visione della realtà è, poco originalmente, «tutto il mondo è Paese», nel senso che le differenze esistenti tra i comportamenti di base tenuti da persone viventi in luoghi diversi vengono spesso esagerati ed esasperati dai racconti che se ne fanno, poi alla fine la gente cerca le stesse cose e i modi per ottenerli sono più o meno simili, quindi clientelismi, raccomandazioni, corruzione, ecc., ma anche solo aiutiamoci votandoci tra di noi nel concorso di bellezza per mufloni muschiati sul tale sito web a discapito degli altri). In Italia, dicevo, c’è questa cosa che nei posti altolocati, in qualsiasi àmbito, un po’ troppo frequentemente si trovino personaggi imparentati tra di loro, o comunque eccessivamente connessi da legami e interessi in comune piuttosto evidenti. Solo diffuse coincidenze? Noi di Voyager crediamo che.

Veniamo al caso che funge da spunto per questo temino. Feltri (Mattia) vs Boldrini. Si è detto che la scelta di quest’ultima di proporre il suo pezzo proprio al giornalino del figlio sia stata inappropriata. Che avrebbe potuto benissimo anche rivolgersi altrove. (Apro una parentesi sulla storia per la quale i direttori delle testate non sarebbero resposabili dei contenuti pubblicati sui blog ricompresi in qualche modo nelle stesse. Questa è, mi pare chiaro, una paraculata chiaramente usata da qualcuno per ampliare l’odiens senza fare fatica e limitando il numero di scocciature: è utile anche per mantenere la parte di pubblico più sciroccata, tipo quelli che credono che dietro alle rotonde ci sia un complotto – pezzo realmente apparso su un blog de Il Fatto –, però poi se te ne chiedono conto dici che tu non c’entri niente, quelli che scrivono queste scemenze manco li conosci, tu sei solo un illuminato alfiere della libbbertà di espressione, ecc. Secondo voi su un blog di un giornale puoi scrivere, chessò, che uno è pedofilo? E il responsabile di quella testata te lo fa passare? Col rischio che poi magari in tribunale decidano che è pure colpa sua che non ha controllato? Suvvia. Ovviamente tutto ciò col caso in questione ci azzecca poco. Anzi, no, forse ci azzecca appunto perché normalmente su ‘sti blog viene fatto passare di tutto senza chissà quali controlli proprio con la scusa «Eh, ma non siamo responsabili»).

(Chiusa la parentesi). Ma la Boldrini il blog sul Fuffington ce l’aveva già, eh (credo, non lo seguo), nunn’è che l’abbia aperto apposta per trollare. Ma poi sicuramente, visto che il Mattia di solito scrive cose sensate ed equilibrate, manco si sarà posta il problema, magari pensando che un liberale, come lui ci tiene a dipingersi, desse per scontato e pacificamente accettato che qualcuno dei blogger della sua scuderia sentisse l’esigenza di postare una forte condanna al pezzo divisivo del momento. Del quale sarebbe strano, molto strano, non parlare su uno spazio del genere, che si pone come obiettivo direi anche parecchio dichiarato quello di sviscerare l’attualità nei suoi vari aspetti offrendo una ricca pluralità di punti di vista (ehi, il successo dell’HuffPost originale viene proprio da queste caratteristiche qui).

Feltri, padre, cerca di smorzare i toni della polemica dopo il fattaccio.

Il punto è che se hai in giro un babbo famoso con un approccio tanto “trollereccio”, “disinvolto” e boomereggiante (a tenersi bassi) all’attualità devi mettere in conto che, specie in una realtà così polarizzata, qualcuno ogni tanto senta l’esigenza di rispondergli per le rime sul tuo, altrettanto noto, giornaletto. Peraltro la Boldrini, piaccia o meno (meno, generalmente, nel mio caso) è stata presidente della Camera, eh, quindi una certa consapevolezza dei termini utilizzabili in pubblico credo proprio ce l’abbia: difficile pensare che ora si lasci andare all’insulto libero con toni svaccati come un commentatore del web poco avveduto qualunque. Probabile l’abbia dipinto come un gretto reazionario con qualche giro di parole (cosa ben diversa dall’insulto esplicito, diretto, gratuito, come chiunque abbia moderato un forum anche di dimensioni condominiali dovrebbe sapere. Specifico, per eventuali esseri non senzienti in ascolto, che naturalmente termini, o concetti, quali «misogino» o «sessista» eventualmente utilizzati li riterrei accettabili: saranno pure “insulti” – ‘nzomma – ma difficile rendere decentemente quel tipo di posizione se poi il vocabolario diventa un campo minato e tutto viene considerato offensivo). Ci devi stare, eh.

Per la cronaca, pare fosse un articolo di tremila battute che conteneva un rapido accenno alla posizione del Feltri Vittorio. Aggiornamento, da un pezzo di Davide Astolfi: «[La Boldrini] non ha fatto un pezzo incentrato su Vittorio Feltri (quindi è capzioso dire che il pezzo è stato rifiutato perché Huffington non ospita querelle tra testate: non era una querelle tra testate)». (Ma poi, dai, che è ‘sta roba. Prima aveva detto che la Boldrini aveva inserito un insulto o qualcosa del genere. Mo la ‘storia delle querelle che sa di arrampicata con le ventose lontano un miglio, oltre a fatto che sarebbe una regoletta ridicola, “da convento”: siamo nel 2020, non nel 1950, e uno magari sente l’esigenza di riferirsi in un discorso anche ad altre pubblicazioni “che fanno opinione”; non muore nessuno, non viene in tutta probabilità ingaggiato il duello rusticano che Feltri, Mattia, si prefigura in una delle sue sconnesse risposte e tutto ciò fa parte della tanto invocata, quando fa piacere e comodo, libertà di espressione). Tra i tifosi della famiglia Feltri leggo cose che voi umani, tipo: «Non capisco cosa ci sia di giornalistico nel massacrare un personaggio, è una moda lanciata da bla bla, è una gogna puoverinoh kevihafattoh lasciatelo stareeeeeeh!1!!». Non si può neanche commentare una roba del genere, ovviamente proveniente dalla nicchia dei nostri amati, sedicenti liberali (con molte bì), se non intonando un giulivo lol in direzione dello schermo.

Ovviamente non mi interessa difendere la posizione della Boldrini in sé, che non condivido neanche questa volta (no, Feltri, padre, non ha «di fatto attribuito anche alla ragazza la colpa dello stupro», è una di quelle forzature create per fomentare le tifoserie. Ho letto anche lo status di uno che dice che questo passaggio giustificherebbe la decisione di Feltri, Mattia: no, la bassa retorica di questo tipo purtroppo fa parte del dibattito pubblico, ma è comunque, per quanto non condivisibile, un “punto di vista” al quale si può ribattere, non siamo in zona diffamazione, insulto, ecc. La mia idea – clamorosamente confermata dalla lettura dell’ultima, articolata, incredibile risposta di Feltri, Mattia, intitolata La censura e noi, che rivela tutta una sorta di psicodramma personale allucinante dietro – è che il figlio non sia abbastanza obiettivo nei confronti del padre per cogliere questa sfumatura, direi fondamentale per uno che fa un lavoro del genere. Cioè, da quel pezzo si evince che lui abbia proprio un’idea distorta di cosa debba essere il giornalismo e il suo mestiere, e ne è così intimamente convinto che la espone candidamente in pubblico certo di raccattare in giro sufficiente approvazione. Allucinante, ripeto). Semplicemente, se ospiti la Boldrini – o chi per lei, qualcuno di quella fazione, oggidì di un certo successo, parlo di SJW e sinistra incazzosa varia, dovrai comunque averlo in scuderia se dirigi il Fuffington, non si scappa – sai come reagirà a certi stimoli che l’attualità le darà. Parlare di “censura” è sbagliato (ha il resto del web per diffondere i contenuti che vuole, oltre a spazi in TV, ecc.), ma si tratta di una scelta incredibilmente inopportuna e imbarazzante su più livelli, specie trovandosi nella posizione di Feltri, figlio.

Qualcuno faceva giustamente notare che si potrebbe arrivare alla situazione paradossale per cui una “famiglia allargata” potrebbe occupare le quattro maggiori testate giornalistiche italiane e “censurarsi” gli attacchi a vicenda (se poi ci mettiamo dentro pure amici & C. che devi trattar bene, perché sennò poverini, capirete che questo genere di “linee editoriali” non sono il massimo per il buon nome dell’indipendenza giornalistica). «Le colpe dei padri non ricadano sui figli» è un adagio sensatissimo, mi batto sempre, invano, in difesa di cause perse come questa. A patto che i figli abbiano un approccio consapevole e intelligente (perché comunque si trovano in una situazione in odore di conflitto d’interessi che qualche problema anche solo di ordine pratico, come minimo, potrebbe prima o poi portarlo), e sappiano mantenere un certo gelido distacco. Sennò, se ti fai salire il sangue alla capoccia perché COME SI PERMETTONO DI FARE QUESTO AFFRONTO A MIO PADRE IN CASA MIA!1 (facepalm avvitato quadruplo con una spruzzata di WTF), sfioriamo appunto pericolosamente la zona “familismo amorale”, o qualcosa del genere. (No, che Feltri, Mattia, sia una brava persona, rispettosa delle donne, gran lavoratore, uno che saluta sempre, ecc. non ce ne frega niente, ovviamente. Sì, perché mi è toccato pure leggere ‘ste robe, e da parte anche di giornalist* di un certo livello, dio mio, poi si lamentano dell’analfabetismo funzionale dilagante. E altrettanto ovviamente non c’entra nulla il fatto che Feltri, Mattia, possa, debba, giustamente, decidere di pubblicare alcuni pezzi e di non pubblicarne altri, essendo questa la routine del mestiere. Il punto è che i criteri con i quali opera queste scelte non dovrebbero essere risibili, come è evidentemente in questo caso. Per metterla alla Gubitosa, Feltri, Mattia, rivendica solo i suoi diritti e le sue prerogative, perlopiù sul piano formale, mancando completamente la parte dei doveri che ha e il sostanziale punto: il suo compito dovrebbe essere anche e soprattutto quello di garantire, da ingerenze esterne e aziendali, la libera espressione di chi si esprime attraverso la sua testata e il diritto del pubblico di venire informato, con fatti e opinioni in quel momento rilevanti nel dibattito. Cosa che diventa complicata se questo non lo puoi dire perché citi un mio parente e poi ci sto male e non mangio per una settimana, menzionare quel giornale che ha scatenato quel caso del quale si parla non si può fare perché il direttore è un amico e poi si offende, ecc.).

Comunque qui più che una difesa ideologica e tribale da parte di molti nei circolini dei social – parlo di quei montati che stanno lì per spingersi a vicenda le rispettive carriere – scorgo proprio una roba più terra terra («Questo magari potrà essere il mio direttore al Fuffington o da qualche altra parte, dove andrò a elargire le mie imperdibili perle di saggezza, fammelo tenere bono»).

Aggiornamento. Ora stanno frignando perché la Boldrini avrebbe dovuto tenere il rifiuto del pezzo per sé anziché fare la “piazzata” in pubblico. Lei non sarà la persona più amabile e schiva del mondo, ma è evidente che tutto quello che è accaduto sia una conseguenza del modo di porsi e della visione del familistico duo (padre con licenza di provocare scompostamente, figlio con ruolo “pubblico” di rilievo che non accetta l’ovvia reazione della “parte provocata” su una testata di spicco che si suppone progressista e liberal). Inoltre, a me, come parte dell’opinione pubblica, la reazione di Feltri, figlio, devo dire anche inaspettata, interessa, eccome, appunto perché mi permette di capire meglio certi meccanismi, o quale sia la “sfacciata” concezione di giornalismo che hanno alcuni. Quindi ben venga che il rifiuto sia stato reso pubblico. Per par condicio, pure dall’altra parte non è che stiano messi benissimo. Ora si stanno attaccando alla frase: «Sulle accuse di sessismo e altre fantasie non mi voglio pronunciare: sono il napalm dei nostri tempi» (Feltri figlio). Ovviamente (mi pare di stare all’asilo) non sta dicendo che il sessimo non esista, non tenta di sminuire la portata, enorme, del problema, come pretendete voi. Si riferisce all’utilizzo strumentale, come clava, che talvolta è stato fatto “della materia” (cancel culture, metooismi esagitati e atti a colpire nel mucchio, ‘ndo cojo cojo, vari). E naturalmente può legittimamente essere in disaccordo con quel passaggio del pezzo della Boldrini (l’avesse pubblicato, magari), trovarlo eccessivo e poco condivisibile, senza per questo essere automaticamente complice, femminicida o menate varie.