EHI, UN COMMENTATORE INFORMATO E DOTATO DI SPIRITO CRITICO, UAO! – Bisogna attendere l’ottantacinquesimo commento per leggere qualcosa di sensato. Ren: “Con la frase ‘I fatti non sono sempre verità’ D’Avanzo sosteneva che oltre al fatto in sé conta anche l’interpretazione che se ne dà o, detta in un altro modo, collegare un insieme di fatti non basta a definire una verità; il giornalista portava ad esempio la vacanza di Travaglio per sottolineare la sua tesi. Totò CuffaroPremesso il più completo sostegno a Travaglio per l’ignobile campagna denigratoria architettata a sue spese, a mio avviso dando la colpa a D’avanzo e Repubblica si stia sbagliando bersaglio; dopotutto nell’articolo incriminato D’avanzo ha scritto: ‘Ditemi ora chi può essere tanto grossolano o vile da attribuire all’integrità di Marco Travaglio un’ombra, una colpa, addirittura un accordo fraudolento con il mafioso e il suo complice? Davvero qualcuno, tra i suoi fiduciosi lettori o tra i suoi antipatizzanti, può credere che Travaglio debba delle spiegazioni soltanto perché ha avuto la malasorte di farsi piacere un tipo (Giuseppe Ciuro) che soltanto dopo si scoprirà essere un infedele manutengolo? Nessuno, che sia in buona fede, può farlo’. Ci si dovrebbe concentrare, insomma, sui giornali e i media ‘berlusconiani’, che invece hanno sfruttato il (presunto) scandalo per ben altri fini“.

RIASSUMENDO: PERCHÉ D’AVANZO, SOSTANZIALMENTE, CI HA PRESO – Infatti Pen ha visto giusto: se D’Avanzo ha una “colpa“, è quella di aver offerto con il suo articolo a gente come Roberto Castelli, Luciano Moggi, Totò Cuffaro e Riccardo Arena la facile opportunità di “diffamare” Travaglio, utilizzando strumentalmente e biecamente la “lezione di giornalismo“. Approfittando del sempre in voga “tanto con la creduloneria e la poca voglia di informarsi che c’è in giro qualcuno se la berrà“. Sarebbe forse stato possibile e auspicabile evitare questo prevedibile (ma francamente un po’ troppo punitivo) “effetto collaterale“, lanciando una provocazione più astratta o comunque meno “in grande stile“. La risposta di D’Avanzo comunque non si fa attendere, così come la replica dell’implacabile Travaglio, pronto a sfornare anche le ricevute delle vacanze 2003, chiudendo a suo favore un punto controverso e lanciando una velenosa stoccata finale: “dopodiché il collega potrà, magari, occuparsi anche lui del passato di Schifani. Sarebbe la prima volta“). Renato SchifaniAl di là di tutto questo francamente soporifero — e a tratti un po’ puerile — battibecco su ricevute, vacanze, avvocati, 2002, 2003, ecc., per quanto mi riguarda il tutto si può riassumere così.
1) Travaglio ha avuto rapporti significativi e di amicizia con gente rivelatasi poi mafiosa? Sì.
2) Questo significa che Travaglio è da porre “moralmente” sullo stesso livello di gente come Schifani? Assolutamente no (ma è il buonsenso a dircelo, non tanto le frequentazioni passate).
3) Vuol dire invece che, in presenza di accuse gravi, bisogna sforzarsi a essere più garantisti e meno faciloni a fare certe equazioni alle quali Travaglio & C. si abbandonano spesso (anche perché altrimenti, diciamocelo, se proponessero più dubbi e meno insinuazioni pesanti e colpevoli belli e pronti da impalare i loro libri e prodotti avrebbero anche mooolto meno appeal), del tipo “faceva affari o anche solo colazione con tizio ALLORA era un poco di buono anche lui, in quanto non poteva non sapere che fosse un criminale, perché in Sicilia tutti lo sanno, e poi mafiosi si nasce, lo dice sempre anche mio cuggino, blablabla“? Direi proprio di sì.

LA RISPOSTA DI D’AVANZO, E UNA DOMANDA – La parte più interessante del lungo pezzo di D’Avanzo sta nella riflessione finale. “Questa convinzione di Travaglio — una volta lontana dal rendiconto di un esito processuale — riduce ogni cosa alla coppia amico/nemico, buono/cattivo, bene/male, interno/esterno. Crea le particolari condizioni per cui egli (o chi come lui) ‘può provare tutto ciò che crede e credere a tutto ciò che può provare’ perché […] confonde la logica formale con il “pensiero” e la coerenza con la “verità”. Alla fine, per far tornare i conti, è un modello che deve “aggiustare” le carte perché non è sempre vero che il giornalismo di Travaglio sia fatto soltanto di “dati concreti” e di “fatti”. A volte, è costruito con disinvoltura e anche con qualche omissione, come questa sua ultima e infelice replica“. Insomma, essere mirabilmente in grado di produrre e collegare in qualche maniera tra loro valanghe di documenti e carte processuali, in modo tale da non beccarsi troppe querele, non vuol dire essere (sempre) i depositari della verità assoluta. Ma, più realisticamente e semplicemente, fornire, come fanno in tanti, una propria ricostruzione inevitabilmente di parte dei fatti (diverso dal pomposissimoi fatti“, che è un po’ uno “sloganpromozionale autocelebrativo). Chissà se i fanboy ci arriveranno mai.

Per concludere, una domanda: tutti ricordano che Travaglio minacciò di querelare D’Avanzo: qualcuno sa se l’ha poi fatto? (‘ornalettismo…).

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