Le cose non condivisibili che le sardine dicono, come «la violenza verbale va equiparata a quella fisica», sono bestialità (magari non siete in grado di capire il perché, ma fidatevi, lo sono). Anzi: «pretendiamo che» (giusto nell’ottica di abbassare i toni)(io a uno che mi dice «pretendiamo» risponderei solo «stocazzo», cit.; certo, potrebbero porsi in maniera anche più incazzata, secondo alcuni il loro vero difetto è quello di essere troppo “soft”, ma a parte tutto è evidente che non colgano certe sfumature del linguaggio che utilizzano, la qual cosa già è indicativa di quanto sia limitato il loro pensiero). Le “cose condivisibili” sono spesso a livello del classico «vorrei la pace nel mondo», o si tratta di civismo elementare, a volte deliziosamente collocato tra il buongiornissimo kaffèèèèè e il passivo aggressivo (siamo in zona «non buttate le cartacce per terra» o «non si parla alle spalle della gente», senza dimenticare il fondamentale punto sui giornalisti che non si devono permettere di distorcere le loro dichiarazioni, che pare un po’ una roba vittimistica alla Conte, nel senso di Antonio). Oppure sono priorità del tutto risibili, alcune delle quali hanno quasi il sapore della ripicca puerile in salsa antipolitica legata a contingenze (addirittura due dei sei punti programmatici riguardano l’uso che i politici fanno dei social network, voi non state tanto bene). Da ciò appare evidente che hanno una visione del mondo da sempliciotti (l’ultima cosa che occorre in questo momento, dato che serve al contrario gente in grado di domare una realtà complessa, avendone il quadro d’insieme). Quindi, al contrario dei proclami, sono pure loro dei populisti, anche se in maniera un po’ diversa rispetto a Salvini. M5S 2.0? La mia idea è che il M5S sia in caduta libera perché ha dovuto inevitabilmente assumere un profilo governativo, o molto meno di protesta. È stato costretto a mutare pelle e linguaggio. Non può più dire tutto e il contrario di tutto, almeno non con quella particolare ed eccitante disinvoltura, promettere cose palesemente troppo irrealistiche, ululare efficacemente e a lungo contro i tradizionali cattivoni (Europa, banche, equitalie, professoroni, scienza, élite varie, dato che poi ci deve pranzare insieme, ecc.), strizzare l’occhio a posizioni anche inconciliabili e incompatibili tra loro per fare mucchio. Quindi il Paese (dopo lustri di storytelling populisti che hanno avvelenato i pozzi e creato uno Zeitgeist infame) sente naturalmente il bisogno di un “sostituto” del M5S. Cioè di ciò che esso rappresentava. Da qui il successo (effimero?) delle sardine. (Pure il M5S era partito da sinistra, wink, wink). Sì, le sardine hanno l’effetto positivo di essere l’unica cosa apparentemente in grado di fronteggiare, facendo massa critica, Salvini sui social mentre quello “surfa” spericolatamente sull’hashtag #nutella e cose così. Ma ci rendiamo conto del livello al quale è sprofondato il dibattito? «Eh, ma le sardine sono tutta un’altra cosa rispetto al M5S perché si radunano da sole e non c’è Grillo che sbraita». Grillo non c’è perché non ce n’è più bisogno. Ormai i danni (irreparabili: politici, culturali, “mentali”, ecc.) purtroppo li ha fatti.

«Ma cosa state dicendo? Le sardine non c’entrano assolutamente niente col M5S, ma dove la vedete la somiglianz…».

Aggiornamento. La maggior parte delle risposte verso le critiche alle sardine mi paiono del tipo «eh, ma è solo un movimento popolare che intende dare un segnale, non capisco perché dovrebbero proporre anche delle soluzioni articolate, fattibili e non contraddittorie» e bla bla. A parte che questo genere di risposta suona un po’ come il già sentito «eh, ma è solo un comico, lasciatelo stare» (come nascondersi dietro un dito). A parte che «siete pronti a votare sardine per dare un segnale a quelli che avete votato per dare un segnale?» (tweet di non ricordo chi)(ah, ma non si presentano: vedremo). A parte che «tocca alla politica trasformare le proteste in proposte». Seriously? Ricordo che i punti programmatici di questi sono praticamente l’equivalente di «non ci si infila le dita nel naso» (e che ti vuoi trasformare?). O «i politici lavorano poco» (l’ha già detto Beppe Grillo: i suoi, così, a botte di qualunquismi di ‘sto genere, sono entrati in Parlamento con un terzo dei voti, svegliaaaaaa!)(peraltro il problema dei Salvini non è certo quello, come ho cercato di spiegare qui).

Ma poi usando questo tipo di argomentazioni non vi rendete conto che siete i primi a sminuire le sardine e quello che fanno (che in pratica a questo punto, dandovi retta, corrisponde a un maturissimo «Salvini merda, gnè gnè»: sarà davvero stupefacente se poi questo produrrà l’ennesimo piazze piene, urne – per gli avversari di Salvini – vuote, anche perché la semplice demonizzazione dell’avversario da sinistra non mi pare che storicamente abbia portato tutti questi risultatoni, contenti voi…). Infine a me sembra chiaro che viviamo in tempi nei quali alzarsi e dire che le cose vanno male o che un politico fa schifissimo non è che sia qualcosa di particolarmente difficile e meritevole di applausi. Mentre costruire delle alternative o delle proposte credibili e organiche (quindi avanzando anche, orrore, delle soluzioni che inevitabilmente potrebbero scontentare qualcuno) è un po’ più complicato. E utile. A me un chitarrista al quale volevo far sentire un riff che avevo appena confusamente abbozzato, ma che nella mia testa sembrava chissà cosa, disse: «Prima impara a suonarlo in maniera chiara e presentabile, senza continue incertezze ed errori nell’esecuzione, in modo tale che ciò che intendi esprimere abbia un senso musicale compiuto e risulti comprensibile da tutti, poi me lo farai ascoltare». Ecco, qualcosa del genere.

Non nascondo il fatto che nutro delle forti perplessità proprio sulla bontà dell’arma della protesta di piazza in sé ai nostri tempi, visto che ormai è difficilissimo che non abbia forti connotazioni intrinsecamente populiste, in maniera più o meno becera, e quindi “spinga” inevitabilmente e ulteriormente da quella parte (e, come detto, non se ne avverte proprio il bisogno: soluzioni semplicistiche a problemi complessi, ecc.). Grazie ar ca’, si dirà, è appunto laggente che protesta in piazza («il problema dei movimenti popolari è ‘sto cazzo di popolo»). Può essere, ma trovo paternalistica e sterile questa difesa: è un po’ come dire «vabbè, che volete, sono solo dei poveri menomati incapaci di articolare pensieri un minimo evoluti, facciamoli sfogare, così oscurano per quanto possono il megavillain di turno, poi ci inventiamo qualcosa per dire che stiamo assecondando fattivamente il loro scomposto e primitivo agitarsi». Eppure, per dire, questo Santori pare abbia pure studiato qualcosa (anche se ogni volta che apre bocca fa cascare tutto il cascabile). Insomma, il giudizio, il punto sulle proteste popolari è come magicamente e irremovibilmente fermo a un po’ di ere geologiche fa (e mi pare uno dei limiti di questo post “gentista” di Cundari, del quale pure condivido vagamente qualche passaggio), quando invece siamo nel 2019, nell’era dell’informazione diffusa. E potremmo legittimamente attenderci anche delle piazze un po’ più “smart”, audaci (questi pare tra l’altro che abbiano proprio una paura fottuta di proporre, per non essere divisivi) e al passo coi tempi. Insomma, è sempre stato così, quindi dovrà essere così per sempre: le piazze sono esclusivamente per i grugniti indistinti, si sa, per la pancia – ripeto: ma veramente abbiamo bisogno di qualcun altro che ci ricordi che le cose vanno male e che i politici sono brutti? –, chi partecipa si sfoga prendendosi la carezzina pietistica dei Cundari. Poi è «nei convegni, nei giornali, nelle sedi di partito e nei parlamenti» che entrano in azione i grandi e fanno le cose serie. D’Alema (probabilmente) approva. Credo invece che andare in piazza a sostegno di richieste precise, o almeno un po’ meno vaghe, più sensate, mature, utili, elaborate, interessanti del «non si rutta a tavola» espresso da questi sia qualcosa di possibile. Yes, we can.

Ah, chiaramente non ho una cattiva opinione di tutte le piazze del passato. Chessò, quelli che andavano in piazza a protestare per le pessime condizioni di lavoro e contro l’aumento del prezzo del pane più di un secolo fa ovviamente facevano strabenone, per quanto magari potessero essere ignoranti come capre. Chi ha manifestato per difendere la legge sull’aborto, idem. Non si può negare però che di tante piazze ci sia poco o nulla da salvare, non raccontiamoci palle. Penso ai gilet gialli. Si potranno dire cose orribili di Macron, ma è una protesta che nasce intorno a una scelta ambientalista, l’aumento delle tasse sui carburanti, difficile quindi da prendere per chi governa dato che sarebbe a conti fatti più comodo evitarsi una simile rogna. Scelta che dovrebbe avere un senso per chi è affascinato da un certo storytelling, che mi pare goda di vasto e partecipato consenso – non il mio – oggi, specie a sinistra. In altre parole, non si può un giorno menarla con la retorica del «brava Greta che risvegli l’attenzione su un tema cruciale mentre i potenti del mondo non fanno niente» e bla bla e poi quando il potente, sorpresona, fa qualcosa che va in quel senso «siete scemi, snob, analfabetismo democratico, deriva oligarchica, come vi permettete a fare gli esami alle manifestazioni», ecc. Decidetevi, su. A un certo punto vanno fatte delle scelte, o dovete ficcarvi in quella zucca non pienissima che possa essere legittimo e sensato farle, non si può dare retta a tutti. E i gilet gialli valutati razionalmente sono qualcosa di estremamente negativo dal punto di vista sociale ed economico, per il loro modo di porsi talvolta ingiustificabilmente violento, per le ricette sballate, infantili e apertamente in contraddizione tra loro che sostengono, e per tanti altri motivi. Restando in Francia, sono sensate due settimane (per ora) di blocco dei trasporti, con tanto di rete elettrica manomessa e gente lasciata senza luce, perché i ferrovieri vogliono mantenere assurdi privilegi e andare in pensione col retributivo (!) a un’età fuori di capoccia, cosa che risulterebbe in tutta evidenza insostenibile per il sistema, alla lunga? Per carità, il diritto di sciopero. Ma si potrà avere il diritto anche di criticare certi cortei, certe piazze, certo popolo, certa retorica? Ancora una volta: alcune realtà stanno vivendo un declino? Sì (incredibile, non se ne parla mai). Ci sono persone in situazioni di disagio? Certo (sospetto che chi governa, se non lo sapeva, ormai l’abbia capito). Andare in piazza sbraitando confusamente cose a caso di facile presa, facendo la figura degli svantaggiati e magari devastando le città migliorerà la realtà che viviamo? Ne dubito. Non so, i vari Cundari dei Forconi, quelli parafascisti col capo con la Jaguar che frignava, cosa ne pensano? So’ ragazzi, bisogna ascoltare e poi tramutare le loro proteste in proposte? Eddai, su. La realtà è che, spesso, non c’è proprio un cazzo da tramutare, o molto poco. Come detto, queste posizioni atte a blandire le piazze a prescindere sono “gentiste” (le virgolette le metto ma non le penso). Siamo in democrazia, ok. La diffusa idea di togliere il diritto di voto a destra e a manca è una cagata, ok. Ma non c’è assolutamente niente di meraviglioso, di per sé, nel “popolo”, in quello che fa o che dice. Al “popolo”, che non va idealizzato, si può benissimo pure dire, per esempio, che spesso pensa e chiede delle sonore cagate. Assecondare acriticamente tutto quello che fa, giustificare sempre anche l’ingiustificabile è, appunto, atteggiamento contiguo al populismo (a volte) tanto esecrato. (No, per quanto non sia un amante dei filmati montati in un certo modo, quello sugli elettori di Salvini e il Mes è oggettivamente raccapricciante, e sono realtà che sappiamo benissimo essere parecchio diffuse, basta girare un po’ per i social, o parlare con qualcuno, realtà che in qualche modo vanno documentate e mostrate, e delle quali bisogna tenere conto – facendo ai servizi tutte le tare che volete, per carità – senza stare a raccontarsi edulcoranti favole). «Il falso sillogismo linguaggio incazzato = voce della ragione del santo popolo in rivolta è precisamente l’errore che ci ha dato Salvini, Meloni e CasaPound fintissimi amici degli ultimi contro le élite di professoroni che non parlano come lagggente. Ne uscirei» (One Voice in risposta a un tweet di Raimo).

Ecco, questo potrebbe essere uno spunto programmatico valido per una protesta di piazza de sinistra. Chiaramente mi rendo conto che pure questo approccio sia criticabile, però rispetto al «non oltrepassate la linea gialla» delle sardine forse è già qualcosa: l’economista liberale col sopracciglio alzato dirà che la pressione fiscale eccessiva spingerà gli investitori in Paesi meno penalizzanti da questo punto di vista, morte e distruzione. Però, suvvia, se l’UE domani andasse dai big che hanno strategie fiscali molto “allegre” – credo che lo stia in qualche modo già facendo, con qualche ripensamento e aggiustamento di tiro ogni tanto, forse potrebbe porsi in maniera assai più determinata e stringente visti i tempi e gli scenari – e dicesse «uaglio’, parliamoci chiaro: qua le prospettive occupazionali non sono buone, robot, AI, in realtà con ancora qualche bel problemuccio, cazzi e mazzi faranno perdere una marea di posti almeno nel breve termine, già siamo messi male, e la certezza matematica che anche questa volta nascano un sacco di altri tipi di lavoro non ce l’ha nessuno, checché se ne dica; in ogni caso, è probabile che ci troveremo di fronte a una bomba sociale senza precedenti da gestire a breve; quindi, pe’ piacere, dovete cacare molti, ma molti, ma molti più soldi rispetto a ora, ci servono per un grande piano di ammortizzatori sociali e investimenti, e per riuscire a sostenere ancora il welfare in un’epoca nella quale sempre meno gente lavorerà; se non ce li date, quant’è vero iddio, vi facciamo sbaraccare»; ecco, se portasse avanti, con grande determinazione e compattezza, utopistico, lo so, un discorso di questo tipo, ci credo poco che i big abbandonerebbero addirittura tutta la zona dell’UE (a naso, sospetto che gli farebbe parecchio piacere restare, anche a condizioni assai meno vantaggiose delle attuali). In generale, senza demonizzare il libero mercato tout court (come in sostanza fanno molti ambientalisti, tipo quelli che hanno protestato poco avvedutamente di recente contro il Black Friday, avevo scritto un pezzo anche per costoro, ma ho perso l’attimo fuggente ed è una questione particolarmente complessa e delicata, pazienza, ci tornerò sopra), un discorso di sinistra sensato potrebbe essere quello di colpire duramente tutto il capitalismo di rendita, quello “parassitario”, che accumula e non investe, o lo fa troppo timidamente per le necessità odierne. (Oh, cari economisti liberali scettici, su questo ci sono fior di articoloni del Financial Times e di altre prestigiose testate). Decidiamo che la sinistra e la socialdemocrazia, inevitabilmente almeno un po’ statalistica, sono solo un cumulo di cazzate e che non devono manco esistere? Ok, mi va bene. Quali sono le soluzioni liberali (con effetti secondo me un po’ troppo a medio o a lungo termine rispetto al cataclisma in arrivo praticamente nao sul binario due, ma va bene) alla palude definitiva nella quale si trova immersa fino alle recchie l’Italia? Sostanzialmente, riforme. Ma riforme fatte bene, sul serio, non le mezze cose abborracciate e poi abortite dopo le prime proteste tentate finora. Andando a toccare interessi corporativi e dintorni, senza pietà. Quindi, riforma meritocratica della scuola (senza stare a sentire quegli insegnanti che hanno scambiato il loro lavoro per una sorta di reddito di cittadinanza deluxe e, in sostanza, non vogliono essere valutati adducendo scuse varie, sclerano di fronte a delle banali prove INVALSI, ecc.). Riforma della giustizia (ovviamente senza dare retta agli strepiti dei Davigo e dei Travaglio, anzi, possibilmente facendo l’esatto contrario di quello che dicono questi per buona parte delle cose). Liberalizzazioni e concorrenza nei settori tradizionalmente protetti, senza cacarsi in mano al primo tassista fascista che sclera. E poi equa riforma del sistema pensionistico per aiutare i giovani, eccetera eccetera. Ecco, se le sardine – o chi per esse – scendessero in piazza per chiedere a gran voce e con chiarezza svolte del genere, anziché per frignare sui politici che non devono stare su Twitter, io sarei in prima linea, disposto pure a brandire qualche cartello tra i più folkloristici.

Ah, mi accorgo che mi si potrebbe obiettare che le sardine sono per abrogare il decreto sicurezza (se è vero, secondo un pezzo di Frosina il loro leader avrebbe detto in un comizio pubblico che nelle leggi-simbolo di Salvini ci sono anche aspetti positivi che vanno mantenuti). Quindi già solo questo darebbe loro dignità giustificando tutto l’ambardan. A parte che, messo come ultimo punto dopo varie cose risibili, ricorda un po’ quando a scuola il temino che si era costretti a fare usciva troppo corto, allora bisognava aggiungerci qualche altra frasetta stiracchiata a casaccio perché fosse presentabile. A parte che trovo demagogico e irresponsabile lo storytelling di Salvini sull’immigrazione, i flussi e l’integrazione quanto reputo irrealistico, altrettanto fazioso e ottusamente solo di appartenenza, quasi tribale, quello di sinistra su questi temi (quindi mi convincerete quando darete cenni di voler tornare sul pianeta Terra: se la posizione è quella della sardina che dice «accogliamoli tutti» Salvini e la Meloni vanno all’80% fissi, e non sarei troppo d’accordo). A parte che il giudizio lo si dà nel complesso, contano molto anche i modi, naturalmente, e se ogni tre stronzate che dici quando apri bocca ci copincolli una cosa “seria”, o che potrebbe esserlo, sostanzialmente la tua proposta è (indovina?) una stronzata.

(L’immagine iniziale – ancora con la patetica e capziosa difesa, immancabilmente ad articoli e commi alterni, della Costituzione-più-bella-al-mondo? oh, wow: il problema principale di un sacco di persone è che devono aver segato loro la fantasia e l’autonomia di pensiero – è apparsa su vari quotidiani online, se troverò il nome dell’autore dello scatto aggiornerò l’articolo).

Aggiorno nuovamente il post per aggiungere, incredibilmente, una considerazione a favore delle sardine. Per me, si sarà capito, qualsiasi cosa facciano o dicano le sardine è fonte di grasse risate o di facepalm, ma l’obiezione per la quale non dovrebbero scendere in piazza perché il loro principale bersaglio polemico sta all’opposizione, benché diffusissima, è l’unica che non muoverei loro. Chiaramente cercano di contrastare lo Zeitgeist salviniano imperante che lo porterà, in maniera apparentemente inevitabile, a tornare al governo, ma stavolta “con pieni poteri”, al prossimo giro. Muoversi quando Salvini avrà già vinto (non ci vuole Nostradamus per sapere che è quello che accadrà, a meno di “svolte” o avvenimenti imprevedibili) vorrebbe dire agire in ritardo. Perché il cambiamento che si intende generare nella società (lasciamo stare come, rimando all’allucinante screenshot nei paraggi) è appunto culturale, quindi la tempistica è lenta. Il motivo per il quale viene mossa questa obiezione di solito è «solo nelle dittature si manifesta contro l’opposizione» (o qualcosa del genere). Beh, mi pare una critica molto spuntata dato che non siamo in una dittatura né rischiamo di esserlo (tutto sommato non rischieremmo di diventarlo manco con Salvini al timone, nonostante il fatto che dorma con le divise delle forze dell’ordine non sia proprio bellissimo; ma mi pare che alla fine, nonostante gli show che fa per pompare il consenso e un po’ di episodi indecenti, trapeli l’intenzione di restare entro il recinto della semiciviltà). Insomma, si può dire soltanto che è una cosa anomala avere di continuo gente in piazza contro il leader dell’opposizione, ma d’altra parte viviamo tempi anomali.