Black bloc si scrive così. Black bloc, appunto. E poi non si dice mica “i Black bloc” – è sbagliatissimo, capito? – bensì “il Black bloc”. Non solo, ma al contrario di quello che i media prezzolati al soldo dell’alta finanza si ostinano a sostenere i Black bloc non esistono mica (più), capre ignoranti che non siete altro. Ci sono solo dei tizi che per comodità si vestono di nero e che, dopo essersi messi d’accordo tra di loro, si divertono a gettare lo scompiglio in città con vari pretesti, mentre i normali indignati manifestano pacificamente, o almeno ci provano. Sempre per comodità, li chiameremo Pincopallini. Anzi, Black bloc. Per quanto riguarda la manifestazione in sé, è ignominioso che tutti parlino dei disordini, tralasciando i contenuti della protesta e le richieste degli Indignados. Riassumibili (in sostanza) in no al capitalismo, no al prestito d’onore, no al pagamento del debito, sì alla poesia, ni alla figa. Sicuramente tutti validi motivi per rischiare di farsi cambiare i connotati nel tentativo utilissimo di okkupare Banditalia.

Gli esponenti del Pdl hanno dato la colpa di quanto accaduto ai centri sociali, vere e proprie fucine d’odio, alla sinistra che li fomenta, negando l’appoggio alla nuova fondamentale legge sulle intercettazioni, e a quella zecca di Montezemolo. Draghi ha detto di trovarsi in sintonia con gli Indignados, e si è schierato dalla loro parte anche Soros, visibilmente provato dai modesti introiti delle ultime speculazioni bilionarie. Tutti hanno condannato con fermezza la violenza, compresi quelli che su quotidiani, blog e social network hanno scritto che è ora di smetterla con i metodi pacifici perché ormai è chiaro che non si ottiene nulla. Bisogna assolutamente fare qualcosa per mettere pressione al Potere, qualcosa di nuovo, del cioccolato. Oppure dipingere il Colosseo fucsia a pois per farsi notare, imitare Gandhi o (chessò) tornare al confortevole clima degli anni di piombo. Ma la violenza, quella, siampassssi, mai.

Ma davvero siamo arrivati al punto che non si può nemmeno sputare per strada l’ottuagenario e sciroccato leader di un partito dello zero virgola che ha avuto addirittura la colpa di votare contro la fiducia al governo? Che fine ha fatto la libertà di sputo in questo Paese?

È incredibile il numero di esperti di servizi d’ordine e tattiche paramilitari che pullulano in giro. La colpa è dei manifestanti che non hanno fatto corsi di taekwondo in Grecia per suonarle ai Black bloc sanpietrinomuniti con le spranghe, e magari anche delle lezioni di bouzouki sarebbero tornate utili. Le forze dell’ordine hanno sbagliato tutto: che ci vuole, del resto, a gestire un corteo di sole duecentomila persone con gli ampi mezzi e gli ingenti numeri a loro disposizione? Possibile che non riescano nemmeno a infiltrarsi all’interno di un gruppo misto di manifestanti pacifici e Black bloc e smascherare questi ultimi immobilizzandoli, possibilmente senza torcergli un capello e magari porgendo loro un mazzo di rose rosse per evitare che poi si ululi al fassismo imperante? Il Dottor Manhattan ci sarebbe riuscito agevolmente. Come si sono permessi inoltre a concentrare gli sforzi nella difesa del Parlamento e di Palazzo Grazioli? Uff, eppure V per Vendetta finiva in un altro modo.

Stronzate a parte, a quanti sostengono che la rabbia è importante e che le manifestazioni pacifiche sono obsolete, io dico. Per far cadere il governo e metterne in piedi uno nuovo che magari faccia il gesto dell’ombrello alla BCE la rivoluzione dev’essere completata, e senza l’appoggio di esercito e FdO la vedo dura. Settimane di scontri nelle strade, macchine bruciate, vetrine infrante e città messe a ferro e fuoco servono solo a far crescere l’insofferenza della gente verso chi manifesta e per contro rafforzano la fiducia in chi deve assicurare l’ordine (quindi, ministero dell’Interno/governo e polizia). Cioè verso coloro nei quali è riposta la speranza di un ritorno alla normalità.

Già, perché attualmente la “normalità” (sia pure in un’Italia in crisi e con scarse prospettive) è ancora preferita dalla maggior parte dei cittadini all’incertezza dei tafferugli urbani, in quanto più rassicurante. Del resto in molti, nonostante tutto, continuano a poter permettersi un certo stile di vita, e magari, vista l’ondata di cordoglio per Jobs, a comprarsi anche l’iPhone. Non si è ancora giunti al punto in cui uno pensa “Massì, tanto ormai non ho più nulla da perdere, sfasciamo tutto”. Davvero credete che se il G8 di Genova si fosse prolungato per settimane, in quel modo, Silvio sarebbe stato messo in difficoltà? (Forse sì, ma perché colpevole, agli occhi del cittadino medio berlusconiano e non, di non reprimere abbastanza efficacemente la protesta). Pensate che fuori dall’internet “più impegnata” a discutere e a piazzare tonnellate di hashtag qualcuno si metta a fare distinzioni tra Indignados, infiltrati, manifestanti violenti, manifestanti pacifici che fanno azioni dimostrative tipo okkupare le banche, ecc.?

È ovvio che, dopo un po’, metteranno tutti nello stesso calderone e faranno l’equazione manifestazioni = casini = rotture di palle = rischio di danno economico personale = no buono. Insomma, già manifestando pacificamente si rischia – se qualcuno decide di rompere le uova nel paniere – di passare per rompicoglioni e attirarsi poche simpatie (e quindi di essere poco efficaci). Figuriamoci se poi si smette pure di condannare gli atti vandalici e di tentare di isolare i facinorosi in nome del “eh, ma la vera violenza è quella delle banche, chettefrega de du’ vetrine, a quelli la macchina gliela bruciano io manco me lo posso compra’” e discorsetti simili che fuori dal nostro ben arredato ambientino hanno davvero poco appeal.

Chi protesta incazzato in piazza, infatti, deve anche convincere a unirsi ai suoi sforzi (o ad approvarli, almeno tiepidamente, a distanza) parte di quei cinquanta milioni e fischi che se ne stanno a casa. Altrimenti, di fronte allo spettacolo di città in fiamme e camionette della polizia che esplodono è chiaro che i cittadini comuni non disapproverebbero l’uso di metodi più repressivi verso i manifestanti (Kossiga docet). Ogni volta che qualcuno vede immagini di auto bruciate o vetrine rotte il suo primo pensiero è, empaticamente: “Ehi, ma quella potrebbe essere la MIA macchina o la MIA vetrina”. Per convincerlo che sia giusto mettere a rischio quanto ha conquistato in anni di lavoro sull’altro piatto della bilancia ci dev’essere qualcosa di MOLTO sostanzioso e concreto. Cosa che gli Indignados, nella loro immaturità, per ora non sembrano offrire. Inoltre, se l’UE dice che bisogna prendere determinati provvedimenti impopolari sennò non ci danno i soldi e finiamo col culo per aria, hai voglia a mettere pressione e a chiedere la poesia al posto del capitalismo… Di fronte all’eventualità imminente di uno Stato non più in grado di pagare stipendi e pensioni, e dei supermercati vuoti, i tagli fatti finora da Tremonti apparirebbero acqua fresca. Nessun governo potrebbe venire incontro a richieste utopistiche come quelle che facevano ieri i manifestanti, per evitare casini molto più generalizzati, e preferirebbe lo scontro aperto con le poche migliaia che protestano.

Trovo inesatto parlare di una realtà fatta di latenti scontri generazionali tra ventenni inferociti e quarantenni disillusi che se ne stanno in panciolle a fare capziosi distinguo davanti alla loro TV al plasma. Chi ha trent’anni e fischia o quaranta e non ha un lavoro stabile a ben guardare è messo peggio di un diciannovenne che secerne spontaneamente indignazione da tutti i pori (basta dare un’occhiata alla spietata realtà degli annunci di lavoro). Mi pare sbagliato bollare troppo presto come inutili le megamanifestazioni, quelle pacifiche. L’estenuante guerra sui numeri non è che si faccia per sport. Prima di dire che bisogna usare nuove forme di protesta, provate a portare in piazza tre o quattro milioni di persone, più volte, a manifestare pacificamente (perché se bruci le auto o cerchi di sfondare un cordone della polizia puntando al facile e stucchevole vittimismo poi si parlerà di quello, è inevitabile) su proposte fattibili, per raggiungere obiettivi seri, concreti e realistici, e poi voglio vedere…