Il frame che Di Maio sta evidentemente tentando di imporre è “Il prossimo voto sarà un ballottaggio tra la Lega e i Cinque Stelle” (concetto ribadito per esempio l’altro giorno da Vespa), lasciando intendere che il PD, e con esso Forza Italia, andrà incontro all’annunciato tracollo definitivo, che perderà in quasi tutti i collegi e quindi che votarlo sarà inutile. Narrazione rilanciata pedestremente da buona parte dei media, amici e non, e che d’altra parte sembra uscire rafforzata dalla confusa direzione del Partito Democratico di ieri, con l’ennesima, entusiasmante (Zzz…) “resa dei conti” e con il fronte antirenziano che fatica a decollare soprattutto per mancanza di leader carismatici e riconoscibili. Anzi, di UN leader, uno solo, visibile, indiscusso, aspetto fondamentale e che ovviamente a sinistra faticano maledettamente a cogliere per i noti limiti congeniti. In un’era di leaderismi, nella quale l’elettorato si aspetta più di ogni altra cosa un Gesùcristo che arrivi e risolva problemi atavici con la sola imposizione delle mani (e se non gliela fa, dopo avergli dato fiducia passa a quello successivo), l’ininterrotto, macerante dibattito interno lungi dall’essere percepito come un aspetto positivo semplicemente fa perdere consenso, così come la continua messa in discussione del capo designato. Altro aspetto: il PD è nato come animale da bipolarismo, per puntare al 30% o più; nello scenario attuale e con queste prospettive, con le leggi elettorali vigenti o in grado di sopravvivere al vaglio della Corte Costituzionale, ha ancora un senso?

La Zanicchi, dicevamo. Ovviamente una sorta di mostro PD più FI (idea rilanciata ora pure da Confalonieri) piglierebbe una tranvata ancora più epocale alle elezioni, ma forse l’uscita dell’Ivona nazionale a leggere tra le righe è per alcuni aspetti meno balzana e “tanto per fare spettacolo” di quanto sembrerebbe. Quello che è condivisibile è il fatto che manchi un grande contenitore votabile dalla gente normale, se ancora esiste, con meno fantascienza, mentalità dietrologica e paracospirazionistica su ogni aspetto dell’esistenza e degli assetti politici, economici e istituzionali del mondo, e con meno semplicioneria, dibbattisteria ed effetti speciali (usciamo dall’UE, dalla NATO, dal sistema solare, seguiteci, i vantaggi saranno indubbi). (Cioè, la situazione è talmente grave in Italia in questo momento che Berlusconi, uno che da decenni ha fatto del populismo la sua cifra stilistica, che comunque ha i suoi bei problemi giudiziari e che va sostenendo di essere stato fatto fuori da un gombloddone ordito da culone inchiavabili, Bimberberghe, rettiliani, ecc. – il tutto mentre per mesi e mesi ha per sua scelta sostenuto e votato il governo frutto di quel “colpo di Stato”: linearità logica, rasoio di Occam, proprio, guarda –, appare tra i personaggi politicamente più plausibili, rendiamoci conto). Certo è un contenitore molto difficile da organizzare viste le macerie attuali, lo scenario e gli attori in campo. Aricerto, i tempi sono cambiati, l’elettorato è molto più mobile e cerca cose diverse rispetto a una volta. Ma, insomma, prima o poi la questione di questo vuoto di offerta, teoricamente gigantesco, qualcuno se la dovrà pure porre. (Casaleggio di sicuro se l’è posta, e si riposiziona per cercare di occupare i vari spazi a seconda delle contingenze e delle difficoltà degli avversari, una volta pare volersi vendere come centrodestra, una volta come centrosinistra… Siamo sicuri che porsi come alternativa a Salvini sia la scelta giusta, specie in un Paese fisiologicamente di centrodestra come l’Italia?).

Si dice, appunto, che PD e FI alle prossime spariranno: il voto punk antisistema quindi si avvicinerà a prendere il 100% (già adesso sta altissimo)? Insomma, l’anomalia italiana, nell’ambito delle democrazie occidentali, è bella forte perché addirittura da più parti si ritenga credibile e quasi scontato uno sbocco simile (alla fine si è visto quanto sia facile la character assassination degli avversari per il campo occupato da Casaleggio & C., usando strumentalmente le inchieste, la predisposizione all’indignazione facile e irriflessiva delle masse e la naturale inclinazione contro lo status quo dell’informazione via web come clave grazie all’articolato sistema che sono riusciti furbamente a imporre, eccetera eccetera).

Il M5S riuscirà a rivendersi come nuova DC o come l’En Marche italiana, colmando il suddetto vuoto siderale, riuscendo nello stesso tempo a continuare a illudere quelli che “il PD non è abbastanza di sinistra” e a non farsi fottere troppi voti da Salvini (insomma, ‘na roba che manco Houdini)? Mah, nelle settimane scorse in giro era tutto un “Se vi mettete con Salvini/Berlusconi/Renzi/Martina/LaboldrinA/Ammiononno, se fate questo/l’opposto di questo non vi voto più, gnè gnè”. Quindi, per quanto sia indubbiamente sagace, previdente, onnipotente e onnicomprensiva l’organizzazione casaleggesca, queste contraddizioni – una volta arrivati al governo, al momento nel quale bisognerà necessariamente sciogliere i nodi e abbandonare l’ambiguità semitotale imperante (che finora tanto successo ha portato) per fare delle scelte concrete e divisive – potrebbero/dovrebbero esplodere o comunque essere molto difficili da gestire. Peraltro, trovo difficoltà a concludere questo post perché in continuazione emergono elementi nuovi: l’ipotesi Giorgetti, o quella di un Mattarella-pop (ma Renzi che cacchio di piano ha, ammesso che ne abbia uno? A proposito, mi sono sempre chiesto quale fosse quello per prendere un po’ di voti al Sud, è assurdo quanto sia stato sprovveduto, anche all’apice del successo, da questo punto di vista, mi sa che l’abbiamo sopravvalutato un po’ tutti); l’intervista di Grillo, che fa ricicciare fuori dall’armadio il referendum, yawn, sull’euro (ma il neoeuropeista, atlantista, responsabile, ecc. Di Maio lo sa? Ah, no, ha appena svestito gli ingessanti panni di De Gasperi per rimettere la casacca da Robespierre: “Non esiste tregua per i traditori del popolo”; fermate le rotative, ora è dall’Annunziata a proporre un altro patto a Salvini con passo indietro carpiato, conclusione sull’eversivo andante, se la democrazia rappresentativa non funziona dovranno inventarsi qualcos’altro, ma sempre col sorriso sulla bocca e dicendo che Mattarella è tanto una brava persona… Ovviamente lo scopo di quest’ultima sceneggiata è quello di invertire la narrazione, che andava affermandosi, per la quale sarebbe una questione di poltrone a impedire la nascita del governo).

Insomma, l’unica cosa che mi pare certa è che di certezze ce ne siano ben poche, meno di quanto si dica (mo’ ve le buco ‘ste sfere di cristallo, avrò visto sfilare una camionata di profezie distopiche su Facebook). Mesi e mesi di balletti come quelli ai quali abbiamo assistito, di doublespeak portato all’estremo, di trasformismo e riposizionamenti così repentini da sembrare confinanti con la schizofrenia – che bella persona Salvini, no Salvini fa schifo, il PD invece, sapete, non è poi tanto male, smettiamo per un attimo di manganellarlo, no, contrordine, pidioti mafia again, il popolo!1, elezioniprimadinao!2, anche se non ci sono i tempi manco per rifare la punta alle matite copiative ciucciate – potrebbero portare a un’astensione più massiccia del previsto, per esempio; l’eventuale, inedita scelta del periodo estivo per tenerle potrebbe contribuire a rendere più confuso e imprevedibile il quadro; alla fine il più lucido di tutti mi sembra incredibilmente Bossi, forse perché data la sua situazione può dire liberamente quello che pensa, e cioè che dietro le quinte, nonostante le dichiarazioni di facciata, la prospettiva di andare di nuovo a votare fa tremare le gambe un po’ a tutti; ed è evidente che la maggior parte dei parlamentari neoeletti siano come i famosi tacchini, chiedergli di anticipare il Natale potrebbe non vederli così entusiasti).

Dei sondaggi appena diffusi da LaPeppe (quindi non tacciabili di parzialità) mostrano tra le altre cose un timido arretramento del M5S e l’attribuzione a Di Maio delle maggiori responsabilità, per quanto riguarda la situazione di stallo, mentre Salvini ne uscirebbe benone. (Aiutino da casa per i meno vispi: nei sondaggi, come Silvio e Donald insegnano, è importante la tendenza, più che il preciso dato numerico che può essere pure, facilmente, cannato, come tante volte abbiamo visto. Quindi in sostanza l’effetto luna di miele che a sentire certuni sarebbe stato di durata quasi illimitata e avrebbe travolto inarrestabilmente tutto, indipendentemente da qualsiasi evento, scelta degli attori in campo, posizione, svolgimento della campagna elettorale, ecc., pare dare già qualche primo segnale di stanchezza). (Poi magari ci sveglieremo con Di Maio re del mondo, ma insomma, lo darei un po’ meno per sicuro di quanto certe narrazioni di grande successo abbiano fatto di recente).

PS Ah, noi la facciamo facile con i “Silvio è finito, è in calo nei sondaggi, i voti andranno tutti alla Lega” e bla bla, ma finora tutti quelli che nel centrodestra hanno pensato di raccoglierne facilmente l’eredità e i voti battezzandolo morto o sul punto di hanno fatto una tristissima fine (Fini, Alfano, in parte Casini, ecc., il povero Mariotto Segni, prima illustre vittima, fu stroncato sul nascere). Senz’altro Berlusconi sta per essere superato, ma è particolarmente duro a morire e magari sarà un passaggio meno semplice e indolore di come molti se lo stanno raffigurando (e poi le televisioni, i giornali, il carisma, il culto della personalità, le doti propagandistiche, la capacità di dettare l’agenda, la potenza di fuoco economica ora conteranno meno di un tempo, ma qualcosa ancora valgono); e Salvini, che un po’ di politica pare capirne, probabilmente lo intuisce, evita lo strappo irricucibile e non cerca di affrettare troppo i tempi. C’è anche da vedere cosa il tribunale di Milano deciderà in merito alla sua riabilitazione: un Silvio di nuovo candidabile costituirebbe una novità importante e forse ancora dirompente (si potrà pensare che cambi poco, ma l’impressione è che l’inagibilità l’abbia profondamente segnato). La tattica potrebbe essere quella di cercare di tirarla per le lunghe (per permettere a Forza Italia e a Mediaset di riorganizzarsi in vista del nuovo appuntamento elettorale) e poi a un certo punto far zompare il tavolo e andare al voto, magari nella prossima primavera, visto che al Colle spingeranno per portare a casa DEF e disinnescamento dell’aumento dell’IVA. Naturalmente a questo si aggiunge il discorso delle giunte a livello locale, il ben diverso peso che presentarsi da Mattarella e da Di Maio come il capo di una coalizione (piuttosto che di un partito, per quanto in ascesa) ha e tutto il resto. Se volete metterla in maniera più prosaica, sostituite pure il pippone precedente con un “Silvio lo tiene per le palle”.