Gheddafi è uno di quei personaggioni immortali che ci accompagnano da sempre, per via di un successo straboccante prematuramente ottenuto in tenera età, e poi sapientemente amministrato nel corso dei millenni successivi. Sempre ben oliato, abbronzato e impomatato, sempre con quell’aria strafottente e un po’ sorniona da supereroe dei fumetti ben sfuggito ad attentati, malattie, risoluzioni ONU, bombette e bombardamenti vari. Ci si aspetta ogni volta di vederlo estrarre all’improvviso un microfono o una chitarra elettrica con effettazzi annessi, facendoli roteare leggiadramente sulla folla in bullet time, per espletare al meglio le attività alle quali sembra essere naturalmente predisposto. Gheddafi in compagnia della CarfagnaE un bigliettone da millemila ben arrotolato da inzuppare felicemente nella bianca sostanza della quale senz’altro si nutre, lo si capisce quando per un attimo la corazza degli occhiali da sole viene giù. La visita di Gheddafi va nella direzione della responsabilità condivisa e del rinnovato orgoglione africano. “Noi non possiamo accettare né le vostre strategie né i vostri soldi. Ma solo una sedia accanto a voi per decidere“, pare abbia del resto sboroneggiato di recente un leader di quelle parti.

Che dire di tale sculettante, pomposissima pagliacciata, resa più umiliante dal constatare che dobbiamo essere con le pezze al cul ben più di quanto si dica, se è necessario invasellinarsi in modo costì vistoso di fronte a questo rudere imbalsamato come un albero di Natale fuori stagione? E l’impressione che il dittatoronzo non abbia poi nemmeno tutti i torti a venire qui a trollarci con la foto al petto e tutto. Voglio dire, quanti italiani, prima, conoscevano anche solo il nome dell’eroe antifascista scherzato da Graziani & C.? Perché delle nostre fantastiche avventure da quelle parti si è sempre parlato così poco (diciamo pure per niente), nelle scuole, in TV? E il cinema, lodevoli eccezioni censurate e ovviamente non italiane a parte, non ha per caso fatto anche lui orecchie da mercante? Non ho più il fisico per intonare il tradizionale “gli italiani fanno orrendamente schifo, tutti i popoli stranieri sono troppo più migliori di noi“, ma mi pare che qui un po’ di autocritica ci starebbe tutta.

Muamcaz ci lascia con sensazioni contraddittorie e torcicolli incurabili. Politici apparentemente più nel pallone del solito e tifosi erranti in chiara crisi d’identità costretti ad atteggiamenti contronatura (“comunisti” che si stracciano le vesti per uscite antiamericane, e antifasciste, a ben guardare, più che anti-italiane; tifosi col poster di Reagan nudo e Sylvester Stallone vestito sul letto che si risvegliano madidi di sudore, amici del cuore di un dittatore che li colpisce con proclami molto rock e molto antiyankee in piena faccia). Le milleeuna dichiarazioni dei soliti, masochistici esponenti del pidì. I senatori dell’Italia dei Malori con le foto dell’attentato Lockerbie sul cuor (ma perché, visto che secondo il processo non ne fu il mandante? solito giustizialismo all’amatriciana, approssimazione giudiziaria applicata con la tradizionale disinvoltura ora anche a controversi casi internazionali? :asd: ). Il leggero imbarazzo della servitù pidiellina nell’impossibile tentativo di conciliare l’inconciliabile, per tenersi buono uno dei pochi capi di Stato di un certo rilievo che ancora si cachino silvio in sede internazionale.

Comunque non sono mai stato troppo convinto della necessità di fare troppe storie ogni volta che si ha a che fare con un famoso, sanguinario (aggettivo ormai a quanto pare inevitabilie) dittatore. Dopotutto, circa un terzo dei Paesi del mondo, corrispondenti a una percentuale espressa in abitanti ben più alta, non sono governati democraticamente e con essi bisogna pur avere a che fare, stringere qualche rapporto, insieme s’intende a qualche arto grondante fiumi di globuli rossi. Mettiamoci anche che pure gli Stati democratici e i loro capi venuti fuori da consultazioni elettorali generalmente hanno le loro belle magagne, più o meno grosse, giornalisti trucidati, concentrazioni mediatiche abnormi, esperimenti nucleari dalla dubbia utilità fatti col culo altrui, asili nido chirurgicamente bombardati, campi di concentramento abusivi. Insomma, sbaglierò, ma non mi scandalizzerei cioppo. Nel mondo delle fate forse va diversamente, ma in quello reale c’è poco da fare: diplomazia = ipocrisia, e tanti saluti.

Per fortuna che Gianfranco c’è, perlomeno (prima di consegnargli ufficialmente le chiavi dell’Opposizione aspettiamo però di vedere come si comporterà scaduto il mandato; e soprattutto di capire che senso abbia avuto regalare un partito del 12% a uno che, ovviamente, gli sta già sguinzagliando contro tutta la servitù inferocita, e sarà sempre peggio: proprio una mossa fottutamente intelligente, non c’è che dire).