Nel corso di una discussione sui social qualcuno ha segnalato questa pagina di Scaruffi additandola a lettura più o meno definitiva del mondo del lavoro e dell’economia nella confusa realtà attuale. Mi è sembrato uno spunto sufficientemente interessante da provare a costruirci sopra un (immagino non originalissimo) post che mi possa aiutare a respirare un po’ tra serie TV, cartoni, sport, videogiochi, musica e altre cagate. Cominciamo col dire che catalogare le persone (e di conseguenza il loro pensiero) non sarà bello, ma spesso aiuta. E io Scaruffi, chissà come mai, basandomi sui suoi dotti sproloqui in campo musicale, lo etichetto come un massimalista, cioè qualcuno che per indole o per precisa scelta di vita non si pone proprio il problema di essere equilibrato nelle sue analisi, difettando pertanto di visione. Sì, certo, magari sarò superficiale, anche perché non mi sono certo smazzato tutto il sito, ma da quel che leggo qui non mi pare di sbagliarmi troppo: Scaruffi anche in questo caso, come quando parla di artisti rock, tende a vedere solo determinati aspetti, quelli che gli interessano per portare avanti una battaglia che evidentemente ha già deciso di combattere. Come quando stronca, appunto, band apparentemente intoccabili e messe molto bene in quanto a gradimento popolare (e se hanno raggiunto questo status e lo mantengono da decenni è probabile che qualche pregio non trascurabile lo abbiano) si concentra sul versante dell’innovazione – arrivando al paradosso di promuovere ampiamente una roba chiaramente inascoltabile e beffarda quale Metal Machine Music, poco interessante già all’epoca anche come mera provocazione – allo stesso modo qui pare cogliere apocalitticamente solo gli effetti negativi della rete e dello sviluppo tecnologico. Ovviamente l’ego particolarmente smisurato – “Cacatemi! Ehi, sono qui! Sono qui! Sono il migliore! La cacca che produco è la più bella!” – influisce. Alla fine si tratta dell’ennesimo tassello nella polemica neoluddista imperante (un tema su tutti: quello dell’innovazione, “impersonificata” dai robot che fanno solo ed esclusivamente perdere posti di lavoro… Che scemi, o più che altro che corrotti, i politici a non capirlo e, quantomeno, a non varare leggi per spedirci tutti ben stipendiati a prendere il sole alle Maldive, immettendo preziosi manufatti artistici nell’ecosistema direttamente dai nostri orifizi, mentre le stampanti 3D e gli altri macchinari si smazzano il necessario per mandare avanti il globo). (Sì, lo so che è formalmente improprio definire “neoluddista” chi sogna un mondo retto dal lavoro dei soli robot, cosa che peraltro anch’io auspico ma che trovo al momento forse un po’ irrealistica, ma alla fine siamo lì: se proponessero in modo franco e aperto, come ai bei tempi, di distruggere selvaggiamente tutto ciò che è tecnologico il passante medio col suo nuovo iPhone scintillante rimarrebbe un po’ perplesso, se invece a costui dai la solita soluzione stile botte piena e moglie ubriaca – nella quale a rimetterci ci sono solo potenti e losche figure che reggono le sorti dell’umanità – ecco che sarà più facilmente arruolabile alla tua causa). Tra l’altro esiste una narrazione alternativa, meno rumorosa e allarmistica ma forse più attendibile, che ci dice per esempio che già nel 2020 l’intelligenza artificiale creerà più posti di lavoro di quelli che eliminerà. Poi per carità, nessuno è Nostradamus e può sapere esattamente come andrà a finire, si può continuare ad avere fiducia nell’innovazione (basandosi sul fatto che finora il saldo è largamente positivo, o sulla mera considerazione che non abbiamo vere alternative), oppure continuare a sfornare copertine di Der Spiegel – ma Internazionale penso sia sulla buona strada per eguagliarlo – che ciclicamente profetizzano l’improvvisa fine del lavoro umano causata dall’automazione, credo accompagnata da sciami di cavallette. Prima o poi, a furia di tentativi andati a vuoto, ci prenderanno, resta solo quel piccolo dettaglio sulla collocazione temporale di quel “poi”.

Il primo “bug” nel ragionamento di Scaruffi sta nel fatto che è vero che gli sterminati utenti dei siti da lui citati (YouTube, Flickr, Craiglist, una specie di Subito.it, ecc.) sono gli autori dei contenuti che rendono gli stessi interessanti e utilizzati, ma è pure vero che questi sono anche e soprattutto dei servizi utili che vengono offerti, lo sono realmente, non è soltanto una roba di facciata, “propagandistica”, e che senza queste modalità essi non esisterebbero o non sarebbero gratuiti. (Poi vabbè c’è tutto il discorso che ti ciulano i dati, usandoli stai vendendo la tua privacy, e forse anche il tuo corpo, e bla bla. Per carità). Ciò è ancora più clamorosamente evidente in casi come quello di Skype, anch’esso messo sul banco degli imputati (come, questi permettono alla gente di telefonarsi gratis, e tu ci vedi solo morte, distruzione e il mero numero dei posti di lavoro offerti? Come se poi il risparmio sulla bolletta non fosse qualcosa di socialmente positivo e non concorresse a far girare l’economia, e quindi a dare lavoro, in altro modo). Questo aspetto non è che venga proprio ignorato, ma è come se lo fosse, dato che è estremamente minimizzato (c’è un accenno nella parte in cui si dice, beffardamente, che siamo alla realizzazione del sogno di Marx, con una sorta di collettivizzazione dei mezzi di produzione). Insomma, dire che Flickr o Instagram sono la rovina dei fotografi professionisti è un po’ forzato, dato che la stragrande maggioranza del materiale in giro è costituito da banali tramonti, innamorati che si baciano, quadrupedi pelosissimi, selfie di tizie con la bocca a culo di gallina, piatti di pasta imbruttiti da effetti di discutibile gusto, ecc. Poi è pur vero che la quantità di roba è talmente sconfinata che se pure le foto di alta qualità utilizzabili a scopi commerciali immesse nel sistema fossero solo lo 0,0001% sarebbero comunque sufficienti a intaccare la situazione precedente, nella quale la testata famosa pagava (forse) il fotografo, anziché pescare un’immagine a tema con pochi istanti di ricerca appiccicandoci un “trovata su internet” bello luccicante. Però, insomma, è il progresso, baby: veramente si poteva pensare che quel bel mondo dorato fosse ingessabile e immutabile? Siamo sempre in zona “elogio del maniscalco”, eh. Davvero non vengono colte per niente le clamorose opportunità di miglioramento e sviluppo offerte dallo scenario attuale?

Quello che Scaruffi non dice è che, per esempio, Google (proprietaria di YouTube) con i numerosi servizi che offre dà indirettamente lavoro a un sacco di gente, fornendo strumenti utili o indispensabili a una discreta fetta degli abitanti del pianeta. Come si fa a non mettere nel conto una cosa del genere (un effetto fortemente benefico dell’innovazione sul mondo del lavoro e sull’economia, quindi), senza essere parecchio miopi e in malafede? E qualcosa di simile si potrebbe dire per Facebook (con tutti i suoi tremendi difetti e gli aspetti indubbiamente controversi che si porta appresso e che giungono addirittura a intaccare i normali processi democratici dei Paesi): c’è semplicemente chi lo usa tutti i giorni per lavorare, pur non essendo stato assunto direttamente da Zuckerberg. È facile scagliarsi contro la concentrazione di ricchezza e di potere delle multinazionali, al bar si ottiene molto successo con questo tipo di discorsi, resta il fatto che se per esempio Larry Page e Sergey Brin non si fossero svegliati una mattina e non avessero dato vita a Google oggi sarebbero cazzi di tutti, il mondo sarebbe un posto significativamente più arretrato e meno sviluppato, con effetti concreti sulla vita delle persone.

Ci sono poi altri aspetti, ugualmente trascurati, tipo che con YouTube anche l’utente se riesce a sfondare una certa soglia di popolarità può guadagnare (ultimamente è diventato più difficile, ma le misure prese da Google servono sostanzialmente a tagliare fuori un po’ di materiale spazzatura). O che lo stesso servizio non è che abbia solo e semplicemente preso l’esperienza televisiva trasferendola di peso sul web, come vorrebbe dare a intendere Scaruffi (l’improbabile e folkloristico youtuber che rutta e biascica nella sua stanzetta male illuminata è uguale alle produzioni ultraprofessionali alle quali eravamo abituati, eccerto). Non ho voglia di cercare dati recenti, ma fino a tre anni fa, nonostante il miliardo di utenti, YouTube ancora non generava profitti significativi, per via proprio dell’ingente e sottovalutata quantità di contenuti di bassissimo livello, e per altre problematiche, alla fine connesse al rischio d’impresa (servizi come Music Key che non sono andati come ci si aspettava, competitor che si sono fatti più agguerriti nell’offrire certe funzioni, richieste sempre più esose da parte delle case discografiche proprietarie dei diritti delle canzoni, ecc.).

Intendiamoci, è innegabile che ci sia un fondo di verità nell’analisi di Scaruffi, ma è fin troppo semplicistica e lineare la lettura che viene offerta (alla fine c’è un chiaro colpevole, ed è il progresso, strumento utile all’arricchimento sfrenato dei già straricchi e a poco altro, noi tutti siamo solo degli sciocchi schiavi che si divertono a venir presi a cinghiate nei campi di cotone). È innegabile che stiamo vivendo un passaggio cruciale, che forse vaghiamo un po’ spaesati in mezzo a tutta questa improvvisa e forse anche eccessiva e sguaiata democratizzazione, non sapendo bene che farne, e che gli sviluppi tecnologici degli ultimi decenni abbiano portato a uno stravolgimento per certi versi anche preoccupante del lavoro, dell’economia, dei rapporti umani, di tutto. Ma la situazione è estremamente complessa, sfaccettata e in divenire: il cambiamento, il progresso tecnologico, si pensi alla recente vicenda dei braccialetti Amazon, va saputo valutare correttamente in tutti i suoi aspetti, e gestito, governato. Limitandosi a demonizzarlo ottusamente e a dipingere foschi scenari ai confini col paracospirazionismo un tanto al chilo si va poco lontano.